Nel villino aleggiava un profumo di Chanel e mancanza d’amore. La piccola Lisa conosceva una sola vera carezza: quella delle mani calde della domestica Nunzia. Finché, un giorno, sparirono dei soldi dalla cassaforte e quelle mani svanirono per sempre. Sono passati vent’anni. Ora Lisa è lei stessa sulla soglia di una casa — con un bambino in braccio e una verità che le brucia in gola… *** L’impasto profumava di casa. Ma non della casa con la scalinata in marmo e il lampadario di cristallo dove Lisa era cresciuta. No: della vera casa, quella che si era inventata da bambina, seduta in cucina a vedere le mani di Nunzia, rosse per l’acqua, lavorare la pasta soffice. — Nunzia, perché l’impasto è vivo? — chiedeva Lisa a cinque anni. — Perché respira, — rispondeva Nunzia, senza mai fermarsi. — Vedi come fa bolle? Si rallegra, perché tra poco finirà al forno. Strano, eh? Rallegrarsi del fuoco. Lisa allora non capiva. Ora sì. Lisa si trovava ai bordi di una strada sterrata, stringendo a sé il piccolo Matteo. L’autobus era già ripartito, lasciandoli nelle sere grigie di febbraio, tra il silenzio ovattato che solo in campagna permette di sentire la neve che scricchiola sotto i passi sconosciuti. Matteo non piangeva. Ormai aveva quasi smesso negli ultimi sei mesi — aveva imparato. Osservava con i suoi occhi scuri, troppo seri per un bambino, e ogni volta Lisa rabbrividiva: gli occhi di Saverio. Il suo mento. Il suo silenzio, quello dietro cui si nasconde sempre qualcosa. Non pensarci. Non adesso. — Mamma, ho freddo. — Lo so, amore. Ora troviamo dove andare. Non sapeva che indirizzo cercare. Non sapeva nemmeno se Nunzia fosse ancora viva — erano passati vent’anni, una vita intera. Le era rimasto il ricordo: «Paese: Serranova, provincia di Viterbo». E l’odore dell’impasto. E il calore di quelle mani, le uniche in tutta la villa che la coccolavano senza motivo. La strada costeggiava recinzioni sbilenche. Qualche finestra illuminata — luce gialla, fioca, ma viva. Lisa si fermò davanti a una casa all’estremo del paese, solo perché non ce la faceva più, e Matteo era diventato un peso troppo grande tra le braccia. Il cancello cigolò. Due scalini sommersi dalla neve. La porta — vecchia, con la vernice scrostata. Bussò. Silenzio. Poi, passi lenti. Il rumore del chiavistello. E una voce — arrochita dall’età ma impossibile da confondere, tanto che a Lisa si mozzò il fiato: — Chi mai gira a quest’ora, in simile buio? La porta si aprì. Sul pianerottolo, una vecchietta minuta con un golfino sopra la camicia da notte. Il volto, rugoso come una mela secca. Ma gli occhi — quelli sì, sono sempre gli stessi. Sbiaditi, azzurri, ancora vivi. — Nunzia… La vecchia restò immobile, poi alzò la mano — la mano che Lisa conosceva da sempre — e le accarezzò la guancia. — Santo cielo… Lisetta? A Lisa cedettero le gambe. Resta lì, stringendo a sé il bambino e incapace di dir parola — solo lacrime, calde, lungo le guance gelate. Nunzia non chiese nulla. Né “da dove?”, né “perché?”, né “cos’è successo?”. Semplicemente le posò sulle spalle il vecchio cappotto appeso all’ingresso, prese Matteo fra le braccia — lui manco si mosse, guardò solo con quegli occhi scuri — e lo tenne stretto. — Eccoti a casa, rondinella, — mormorò. — Entra, entra, figlia mia. *** Vent’anni. Sono abbastanza per costruire e perdere tutto. Per dimenticare la lingua. Per seppellire i genitori — anche se quelli di Lisa vivevano ancora, ma erano ormai estranei come mobili presi in affitto. Da bambina credeva che la loro casa fosse il centro del mondo. Quattro piani di felicità: il salotto col camino, lo studio del papà odoroso di tabacco e severità, la camera della mamma dalle tende pesanti, e giù, la cucina, il regno di Nunzia. — Lisetta, non serve stare qui, — la rimproveravano tate e governanti. — Devi salire dalla mamma. Ma la mamma parlava al telefono. Sempre. Con amici, colleghe, amanti — questo Lisa allora non lo capiva, ma sentiva che c’era qualcosa di sbagliato in quella risata nelle telefonate, e come si spegneva appena entrava il papà. In cucina, invece, tutto era giusto. Nunzia le insegnava a fare i ravioli — storti, irregolari. Lì aspettavano insieme che la pasta lievitasse — «Zitta, Lisetta, che s’offende e si sgonfia.» E, quando dai piani superiori arrivavano urli, Nunzia la prendeva in grembo e cantava — una ninna nanna semplice, di paese, quasi senza parole. — Nunzia, tu sei la mia mamma? — chiese una volta, a sei anni. — Ma che dici, signorina. Io sono solo la domestica. — E allora perché ti voglio più bene che alla mamma? Nunzia tacque a lungo, accarezzando Lisa. Poi sussurrò: — L’amore non chiede permesso. Arriva e basta. Anche la mamma la vuoi bene, solo in modo diverso. Lisa sapeva di no. Già allora, con quella chiarezza crudele dei bambini. La mamma era bella, importante, comprava vestiti e portava a Parigi. Ma non fu mai lei, a vegliare Lisa da malata. Quella era Nunzia — le notti intere, la mano fresca sulla fronte. Poi venne quella sera. *** — Ottantamila euro, — sentì Lisa da dietro una porta semiaperta. — Dalla cassaforte. Ricordo bene di averli messi lì. — Magari hai speso e te ne sei dimenticata? — Giulio! La voce del padre — stanca, smorta, come tutto di lui negli ultimi anni: — Va bene, va bene. A chi era accessibile? — Nunzia riordinava lo studio. Sapeva il codice — io stessa gliel’ho dato, per pulire la polvere. Pausa. Lisa era nel corridoio, schiacciata contro la parete, e sentiva che qualcosa dentro — qualcosa d’importante — si stava spezzando. — Sua madre ha il cancro, — disse il papà. — Le cure costano care. Chiese un anticipo un mese fa. — Non gliel’ho dato. — Perché? — Perché è la domestica, Giulio. Se diamo soldi a ogni domestica… — Marina. — Cosa, Marina? Lo vedi anche tu. Aveva bisogno, aveva la chiave… — Non ne abbiamo la certezza. — Vuoi chiamare la polizia? Lo scandalo? Che si sappia che rubano a casa nostra? Ancora silenzio. Lisa chiuse gli occhi. Aveva nove anni: abbastanza per capire, ma troppo pochi per cambiare le cose. La mattina dopo Nunzia preparò le valigie. Lisa la spiava, piccola, in pigiama e scalza sul pavimento freddo. Nunzia riponeva le sue poche cose: la vestaglia, le ciabatte, la solita icona di San Nicola sul suo comodino… — Nunzia… Si voltò. Il volto era calmo. Solo gli occhi rossi, gonfi dal pianto. — Lisetta, perché non dormi? — Vai via? — Vado, amore. Da mia mamma. È malata. — E io? Nunzia si inginocchiò — così da fissarla negli occhi. Odorava di pasta — sempre, anche quando non cucinava. — Tu crescerai, Lisetta. E diventerai una brava persona. E magari, un giorno, verrai a trovarmi. A Serranova, ti ricordi? — Serranova. — Brava. La baciò in fronte — di fretta, quasi furtiva — e sparì. La porta si richiuse. Il chiavistello scattò. E quell’odore — di pasta, di casa, di calore — svanì per sempre. *** La casa era minuscola. Una stanza, la stufa nell’angolo, il tavolo coperto con la cerata, due letti dietro una tenda di cotone. Sulla parete — la solita icona di San Nicola, scurita dal tempo. Nunzia trafficava — metteva su il tè, tirava fuori la marmellata dalla cantina, preparava il letto per Matteo. — Siediti, Lisetta. Le gambe hanno diritto al riposo. Scaldati, poi si parla. Ma Lisa non riusciva a star seduta. Si trovava al centro di quella stanza povera — lei, figlia della villa a quattro piani — e sentiva una cosa strana. Pace. Per la prima volta dopo tanti anni — vera pace. Come se dentro di lei, quella corda tesa, si fosse allentata. — Nunzia, — balbettò, e la voce tremò. — Nunzia, perdonami. — Di che, figlia? — Di non averti difesa allora. Di essere rimasta zitta vent’anni. Di… Si interruppe. Come spiegare? Matteo già dormiva. Nunzia sedeva di fronte, tazza di tè tra le mani, e aspettava. Lisa raccontò. Di come, dopo Nunzia, la villa diventò estranea. Dei genitori poi divorziati; del papà fallito e scomparso; della mamma sposata in Germania. Lisa rimasta sola. — E poi è arrivato Saverio, — aggiunse senza alzare lo sguardo. — Ci conoscevamo da bambini. Veniva a trovarci, ricordi? Secco, arruffato, rubava sempre cioccolatini dalla coppa. Nunzia annuì. — Ricordo, il ragazzo. — Pensavo: ora sì, finalmente una famiglia vera. Invece… Giocatore, Nunzia. D’azzardo, alle slot, di tutto. Non lo sapevo. Ha nascosto. E quando è venuto fuori tutto… era tardi. Debiti, strozzini. Matteo… Tacque. Il fuoco scoppiettava nella stufa. La candela davanti all’icona tremolava. — Quando gli ho detto che volevo il divorzio, lui… — Lisa deglutì. — Mi ha confessato. Credeva lo avrei perdonato, apprezzato la sua sincerità. — Cosa ha confessato, figlia? Lisa alzò gli occhi. — Che era stato lui a rubare, allora. I soldi dalla cassaforte. Sapeva il codice — l’aveva visto durante una visita. Gli servivano… Non ricordo neppure per cosa. Per il gioco. E la colpa è ricaduta su di te. Silenzio. Nunzia rimase ferma. Solo le mani sulla tazza si fecero bianche dalla stretta. — Nunzia, perdonami. Se puoi. Solo una settimana fa l’ho saputo. Non lo sapevo, io… — Zitta. Nunzia si alzò. Lentamente si inginocchiò — come vent’anni prima, con fatica — per fissarla negli occhi. — Bambina mia. E tu che colpa hai? — Ma tua madre… Avevi bisogno di quei soldi… — Mia madre se n’è andata un anno dopo. Pace all’anima sua. — Nunzia si segnò. — Io, che vuoi che mi manchi? L’orto c’è, una capretta. Vicini buoni. Serve poco. — Ma ti hanno cacciata come una ladra! — Non può essere che Dio, attraverso l’ingiustizia, ti guidi poi alla verità? — sussurrò Nunzia. — Se non mi avessero mandata via, magari non facevo in tempo a salutare la mamma. Invece ho avuto un anno insieme: il più importante. Lisa tacque. Nel petto qualcosa ardeva — vergogna, dolore, amore, gratitudine — tutto insieme, mescolato. — Mi sono arrabbiata? — proseguì Nunzia. — Eccome se mi sono offesa. Ci ho sofferto, sai? In vita mia mai toccato un centesimo non mio. Eppure, poi, passa. Non all’inizio, no. Ma col tempo si guarisce. Perché l’offesa, se la tieni dentro, ti divora. Io volevo vivere. Nunzia prese le mani di Lisa — fredde, dure, nodose. — Sei venuta qui. Col tuo bambino. Da me, vecchia, in questa baracca. Quindi mi hai pensata. Quindi mi hai voluta bene. Sai quanto vale? Più di tutte le casseforti. Lisa pianse. Da bambina, non da adulta: a singhiozzi, nel collo magro di Nunzia. *** Al mattino, Lisa si svegliò per un odore. La pasta. Aprì gli occhi. Matteo ancora dormiva accanto. Dietro la tenda, Nunzia armeggiava. — Nunzi’? — Sveglia? Alzati, rondinella! Le focaccine si raffreddano. Focaccine. Lisa si alzò e, come in sogno, uscì dalla tenda. Sul tavolo, sopra un vecchio giornale, erano allineate: dorate, un po’ storte, con i bordi pizzicati, come da bambina. E profumavano… di casa. — Pensavo, — disse Nunzia, versandole il tè in una tazza sbeccata, — potresti trovare lavoro in biblioteca, nel paesino vicino. Pagano poco, ma qui le spese sono minime. Matteo al nido, la maestra Valentina è brava e onesta. E poi si vedrà. Lo diceva come fosse ovvio, già deciso. — Nunzia, — Lisa esitò. — Io… io non sono nessuno per te. Sono passati tanti anni. Perché… — Perché cosa? — Perché mi hai accolta? Senza domande? Nunzia la fissò — come aveva sempre fatto: sguardo trasparente, saggio, buono. — Ti ricordi quando mi chiedevi perché l’impasto è vivo? — Perché respira. — Ecco. Anche l’amore è così. Respira, e basta. Non lo licenzi, non lo mandi via. Dove si ferma, resta. Puoi aspettare anche vent’anni, trent’anni. Le posò una focaccina — calda, soffice, con ripieno di mele. — Mangia, sei pelle e ossa, signorina. Lisa assaggiò. E, per la prima volta dopo chissà quanti anni, sorrise. Fuori, spuntava il sole. La neve brillava sotto i primi raggi, e il mondo — enorme, complesso, ingiusto — per un attimo sembrò semplice e buono. Come le focaccine di Nunzia. Come le sue mani. Come quell’amore che non si licenzia. Matteo sbucò dalla tenda, strofinandosi gli occhi. — Mamma, che profumo buono. — È stata nonna Nunzia a cucinare. — Nonn-na? — provò la parola, guardò Nunzia. Lei gli sorrise — mille rughe, occhi accesi. — Sì, nonna, vieni cucciolo. Mangiamo insieme. E Matteo si sedette e mangiò. E per la prima volta dopo mesi — rise, mentre Nunzia gli insegnava a fare pupazzetti con la pasta. Lisa li osservava — il figlio e la donna che tanta volta aveva sentito come una madre — e capiva: ecco, questa è casa. Non muri, non marmi, non lampadari. Solo mani calde. Solo profumo di pasta. Solo amore: semplice, terreno, silenzioso. Un amore che non si paga. Che non si compra. Che esiste — e vivrà finché batte un cuore umano. Strana la memoria del cuore. Dimentichiamo volti, date, anni, ma l’odore delle focaccine della mamma resta fino all’ultimo respiro. Forse perché l’amore non vive nella testa. Sta più in fondo — dove il tempo e il rancore non arrivano. E a volte bisogna perdere tutto — casa, soldi, orgoglio — per ritrovare la strada. Quella che porta alle mani che ti stanno ancora aspettando.

Nella villa aleggiava il profumo di eau de toilette francese e di mancanza damore. La piccola Assunta conosceva un solo paio di mani davvero calde: quelle della domestica Gina. Ma un giorno sparirono dei soldi dalla cassaforte, e assieme ai soldi, scomparvero anche quelle mani per sempre. Ventanni passarono. Ora Assunta era lei stessa sulla soglia di una porta con in braccio sua figlia e una verità che le bruciava in gola…

***

La pasta odorava di casa.
Ma non casa di quelle con la scala di marmo e il lampadario di cristallo sui tre piani, come quella dove Assunta aveva passato linfanzia. No la casa vera. Quella che si era inventata da sola, seduta su uno sgabello nella cucina grande, a guardare le mani di Gina, rosse dacqua e forti, che impastavano con vigore la massa soffice.
«Perché la pasta è viva?» chiedeva Assunta, che allora aveva solo cinque anni.
«Perché respira,» rispondeva senza alzare lo sguardo Gina. «Vedi come fa le bolle? È contenta, perché presto andrà nel forno. Strano, eh? Essere contenti di entrare nel fuoco.»
Assunta allora non capiva. Adesso capiva bene.

Stava ferma sul bordo di una strada sterrata consumata dal passaggio del tempo, stringendo la piccola Carmela al petto. Il pullman era ripartito, sputandole entrambe tra le brume opache di un febbraio grigio, e intorno restava solo il silenzio quel silenzio di campagna in cui si percepiscono i passi sullasfalto ghiacciato anche se arrivano dal cortile di un vicino lontano.
Carmela non piangeva. Ormai aveva smesso di piangere quasi del tutto nel tempo aveva imparato come si resiste. Guardava con i suoi occhi grandi, scuri, e Assunta rabbrividiva ogni volta: gli occhi di Gianluca. Il suo mento. Il suo silenzio lo stesso che nascondeva sempre qualcosa.
Non pensare a lui. Non ora.

«Mamma, ho freddo.»
«Lo so, piccola mia. Adesso troviamo dove andare.»
Non conosceva un indirizzo preciso. Non sapeva nemmeno se Gina fosse ancora viva ventanni erano una vita intera. Tutto ciò che serbava in memoria era: Borgo Pinetta, provincia di Arezzo. E il profumo della pasta impastata. E quel calore delle mani, le uniche in quella grande casa che laccarezzavano senza un motivo, solo per amore.

La strada passava davanti a recinzioni storte. Qua e là, la luce calda delle cucine filtrava dalle finestre: gialla, fioca, ma viva. Assunta si fermò di fronte alla casa allestremo del borgo più che altro perché le gambe ormai non la sostenevano più, e Carmela era diventata troppo pesante.
Il cancelletto si lamentò con un cigolio. Due gradini, coperti di neve. La porta vecchia, con la vernice scrostata.
Picchiò.
Silenzio.
Poi passi lenti che strascicavano le ciabatte. Il suono di un chiavistello che si sposta. Una voce antica, roca, ma così familiare che il cuore di Assunta fece un balzo:
«Chi va in giro, a questora, con questo freddo?»
La porta si aprì.
Sulla soglia cera una vecchietta minuta, con un maglione sopra la vestaglia da notte. Il viso grinzoso come una mela essiccata, piccolo e segnato dal tempo. Ma gli occhi gli stessi. Scoloriti, celesti, ancora vivi.
«Gina…»
La donna si immobilizzò. Poi, lentamente, alzò la mano quella stessa, indurita dal lavoro, dalle dita nodose e sfiorò la guancia di Assunta.
«Santissimo cielo Assuntina?»
Le gambe di Assunta cedettero. Rimase in piedi, stretta alla figlia, incapace di parlare solo lacrime calde a sciogliere il gelo sulle sue guance.
Gina non domandò nulla. Né «da dove vieni», né «perché sei qui», né «cosa ti è successo». Si tolse il vecchio cappotto appeso vicino alla porta e lo posò sulle spalle di Assunta. Poi prese Carmela la bambina non fece uno scatto, guardava la vecchia con i suoi occhi scuri e labbracciò vicino a sé.
«Eccoti a casa, piccina mia,» disse piano. «Su, entra. Entra, cuore.»

***

Ventanni.
Tanto basta per costruire un impero e vederlo crollare. Per dimenticare la propria lingua. Per seppellire i genitori anche se quelli di Assunta erano ancora vivi, solo divenuti estranei come larredamento in una casa in affitto.
Da bambina, credeva che la loro villa fosse il centro del mondo. Quattro piani di felicità: il salotto col camino, lo studio del padre profumato di sigari e severità, la stanza della madre con i tendaggi di velluto, e giù, in seminterrato la cucina. Il suo posto. Il regno di Gina.
«Assuntina, qui non devi stare,» la sgridozzavano le tate e le governanti. «Vai da tua mamma, su.»
Ma la mamma, al piano di sopra, parlava sempre al telefono. Sempre. Con le amiche, con i soci, con i suoi amanti questo Assunta non lo comprendeva allora, ma avvertiva che cera qualcosa di sbagliato. Qualcosa di falso nel modo in cui la madre rideva nella cornetta e subito spegneva lo sguardo se entrava il padre.
In cucina, invece, era tutto vero. Gina le insegnava a preparare i ravioli storti, con le estremità che sporgevano. Aspettavano insieme che la pasta lievitasse «Silenzio, Assuntina, se no soffende e non cresce.» E quando, al piano di sopra, scoppiavano urla, Gina la prendeva in braccio e canticchiava una melodia semplice, di paese, quasi senza parole.
«Gina, tu sei la mia mamma?» chiese una volta Assunta, che aveva sei anni.
«Ma che dici, tesoro. Io sono solo la serva.»
«E perché allora ti voglio più bene che alla mamma?»
Gina rimase in silenzio a lungo, carezzandole i capelli. Poi mormorò: «Lamore non chiede permesso. Arriva e basta. Anche tua mamma la vuoi bene, solo in modo diverso.»
Assunta già sapeva che non era vero. Non amava la madre lo sapeva con la crudezza di un bambino. La mamma era bella, importante, le comprava vestiti, la portava a Nizza. Ma non era lei ad accudirla quando stava male. Era Gina di notte, col palmo fresco sulla fronte.
Poi venne quella sera.

***

«Centomila euro sentì dire Assunta da dietro la porta accostata. Dalla cassaforte. Ricordo bene dove li ho messi.»
«Forse hai speso e ti sei dimenticata?»
«Antonio!»
La voce del padre stanca, spenta, come tutto in lui negli ultimi anni:
«Va bene, va bene. Chi aveva accesso?»
«Gina ha pulito nello studio. Il codice lo conosce glielho detto io stessa per togliere la polvere.»
Pausa. Assunta stava in corridoio, premuta al muro. Sentiva che qualcosa dentro, qualcosa di decisivo, si stava lacerando.
«Sua madre ha un tumore» disse il padre. «La cura costa. Ha chiesto lanticipo lo scorso mese.»
«Non lho dato.»
«Perché?»
«Perché è la serva, Antonio. Se diamo soldi a ogni serva per la madre, il padre, il fratello»
«Silvia.»
«Cosa vuoi, Silvia? Lo vedi anche tu. Aveva bisogno, aveva accesso»
«Non ne siamo certi.»
«Vuoi chiamare i carabinieri? Fare uno scandalo? Far sapere in paese che ci hanno derubato?»
Ancora silenzio. Assunta chiuse gli occhi. Aveva nove anni: abbastanza da capire, troppo piccola per cambiare qualcosa.
La mattina Gina preparava la valigia.
Assunta la guardava dal vano della porta: piccola, in pigiama con le stelline, a piedi nudi sul marmo gelido. Gina metteva nella sacca consumata le sue poche cose: la vestaglia, le pantofole, limmagine di SantAntonio che teneva sempre sulla mensola.
«Gina…»
Lei si volse. Il viso sereno. Solo gli occhi gonfi e rossi.
«Assuntina. Perché non dormi?»
«Vai via?»
«Vado, cara. Da mia mamma. Sta male.»
«E io?»
Gina si inginocchiò davanti a lei così che gli occhi si incontrassero. Sapeva ancora di pane, anche quando non impastava.
«Tu crescerai, Assuntina. Diventerai una brava persona. E forse, un giorno, verrai a trovarmi. A Pinetta. Lo ricordi?»
«Pinetta.»
«Brava.»
La baciò sulla fronte in fretta, di nascosto e se ne andò.
La porta si chiuse. Il chiavistello scattò. E quel profumo di lievito, di calore, di casa scomparve per sempre.

***

La casa era minuscola.
Una stanza, la stufa nellangolo, il tavolo coperto di cerata, due letti divisi da una tendina a fiori. Sulla parete, la stessa immagine di SantAntonio, annerita dal tempo e dal fumo della lampada votiva.
Gina si affaccendava, metteva su il bollitore, tirava fuori la marmellata dal sottoscala, sistemava una coperta per Carmela sul letto.
«Siediti Assuntina, siediti. Le gambe non mentono mai. Scaldati, poi chiacchieriamo.»
Ma Assunta non riusciva a sedersi. Era lì, in mezzo a quella povera casetta lei, figlia di chi aveva posseduto una villa di quattro piani e sentiva qualcosa di strano.
Una pace.
Per la prima volta dopo tanti anni una pace vera. Come se qualcosa, dentro, finalmente si fosse allentato.
«Gina,» disse, e la voce le tremò, «perdonami.»
«Di cosa, amore?»
«Per non averti difesa. Per essere rimasta zitta ventanni. Per…»
Si bloccò. Come spiegare?
Carmela dormiva già, schiantata appena toccato il cuscino. Gina sedeva dallaltra parte, la tazza di tè fra le mani, e attendeva.
E Assunta raccontò.
Di quando, dopo la cacciata di Gina, la casa era diventata del tutto estranea. Di come, due anni dopo, i genitori avevano divorziato scoperto che lazienda del padre altro non era che fumo, svanito tutto nella crisi: la casa, le macchine, la villa al mare. Di come la madre fosse partita con il nuovo marito per la Svizzera, il padre era morto solo in un monolocale a Pisa quando Assunta aveva ventitré anni. Di come fosse rimasta sola.
«Poi arrivò Gianluca,» disse, fissando il tavolo. «Da quanto eravamo bambini ci conoscevamo. Veniva a casa nostra, ricordi? Secco, spettinato. Rubava sempre i cioccolatini.»
Gina annuì.
«Me lo ricordo, certo.»
«Pensavo ecco, finalmente. Una famiglia vera. Mia. Assunta scosse il capo, ironica E invece… Era un giocatore, Gina. Carte, slot, tutto. Io non sapevo. Nascondeva. Quando scoprii era tardi. Debiti. Gli usurai. Carmela»
Taceva. La stufa crepitava. La lampada davanti al santo proiettava ombre tremolanti.
«Quando dissi che chiedevo il divorzio, lui… Assunta deglutì decise di confessare. Pensava che lo avrei capito. Che la sua sincerità mi avrebbe fermata.»
«Confessare cosa, figlia mia?»
Assunta sollevò lo sguardo:
«Fu lui a prendere i soldi. Quella volta. Dalla cassaforte. Aveva visto il codice una volta che era invitato. Gli servivano… Non ricordo nemmeno per cosa. Per le sue scommesse, suppongo. E la colpa cadde su di te.»
Silenzio.
Gina rimaneva immobile. Il viso imperscrutabile. Solo le mani attorno alla tazza, sbiancate dalle nocche.
«Gina, perdonami. Se puoi. Solo una settimana fa lho saputo. Non ne avevo idea, io…»
«Basta.»
Gina si alzò. Lentamente si avvicinò e si inginocchiò davanti ad Assunta con fatica, con le ginocchia che scricchiolavano, per guardarla dritta negli occhi.
«Figlia mia, e tu che colpa hai?»
«Ma tua madre I soldi per le cure»
«Mia madre morì un anno dopo. Che Dio labbia in gloria», Gina si fece il segno della croce. «E io? Io vivo. Lorto, la capretta, i vicini gentili. Non mi serve altro.»
«Eppure ti cacciarono! Da ladra!»
«E non capita forse che Dio porti al bene anche attraverso uningiustizia?» la voce si abbassò fino a un sussurro. «Se non mi avessero mandata via, forse non sarei stata con mamma nellultimo anno. E quello fu lanno più importante.»
Assunta restò in silenzio. Qualcosa le bruciava nel petto: vergogna, dolore, amore, gratitudine tutto insieme, confuso.
«Mi sono arrabbiata?» continuò Gina. «Ovvio che sì. Era una ferita. Non avevo mai toccato una lira non mia in vita mia. Essere cacciata come una ladra Mi ha fatto male, molto. Poi, col tempo, è passata. Non subito, cho messo anni. Ma si guarisce. Le offese, se le tieni dentro, ti corrodono. E io volevo vivere.»
Prese le mani di Assunta tra le sue: fredde, ruvide, segnate dal lavoro.
«E tu sei tornata. Con la tua bambina. Da me, vecchia, in questa casetta scassata. Vuol dire che mi hai ricordata. Che mi vuoi ancora bene. E sai quanto vale questo? Più di tutte le cassaforti piene di soldi.»
Assunta pianse. Non come piangono gli adulti, trattenendosi, di nascosto. Ma come una bambina, singhiozzando, con la faccia sprofondato nella spalla sottile di Gina.

***

Il mattino dopo, Assunta si svegliò con un profumo.
Pasta.
Aprì gli occhi. Vicino, Carmela russava ancora, allungata sul cuscino. Oltre la tendina di cotone, Gina trafficava, spostava cose, sfogliava dei fogli.
«Gina?»
«Sveglia, bambina? Su, vieni, che le pizzette si raffreddano!»
Pizzette.
Assunta si alzò e, come in sogno, apparve accanto al tavolo. Sulla carta di giornale cerano le pizzette dorate, storte, con i bordi arricciati proprio come quelle dellinfanzia. E il profumo… di casa.
«Stavo pensando», disse Gina, versandole il tè nella tazza sbeccata, «potresti cercare lavoro al municipio. Magari in biblioteca: cercano una collaborazione, ti danno poco, ma qui le spese sono minime. Carmela la porti allasilo, la maestra è una brava donna. Vedrai, andrà bene.»
Parlava in modo semplice, naturale come se tutto fosse già deciso, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
«Gina,» Assunta esitò, «io in fondo… non sono nessuno per te. Dopo tanti anni. Perché»
«Perché cosa?»
«Perché mi hai presa con te? Senza domande? Così, subito?»
Gina la guardò nello stesso modo di quandera bambina: sguardo limpido, saggio, buono.
«Ti ricordi, mi chiedevi perché la pasta è viva?»
«Perché respira.»
«Ecco. Anche lamore è così. Respira. Non si licenzia, non la cacci. Dove abita resta. Anche se passi ventanni, trenta.»
Le posò davanti una pizzetta calda, morbida, ripiena di mele.
«Mangia. Sei diventata pelle e ossa, signorina.»
Assunta addentò. E per la prima volta dopo tanti anni sorrise.
Fuori, lalba rischiarava. La neve brillava sotto il primo sole e il mondo grande, complicato, ingiusto sembrava semplice e buono. Come le pizzette di Gina. Come le sue mani. Come quellamore che non si licenzia.
Carmela sbucò da dietro la tenda, stropicciandosi gli occhi.
«Mamma, che buon odore!»
«È la nonna Gina che ha fatto le pizzette.»
«No-nna?», ripeté piano, assaporando la parola. Guardò Gina. Lei sorrise e le rughe fiorirono sul volto acceso, gli occhi luminosi.
«Sì, nonna, nonna. Vieni, tesoro, mangiamo insieme!»
E si sedette. E mangiò. E per la prima volta da sei mesi rise, quando Gina le mostrò come fare omini buffi con la pasta.
Assunta le guardava sua figlia, la donna che chiamava mamma e capiva: ecco casa. Non i muri, né i marmi, né i lampadari. Solo mani calde. Solo profumo di pasta. Solo quellamore semplice, terreno, silenzioso.
Amore che non si paga. Che non si compra. Che esiste e ci sarà, finché batte almeno un cuore.
Strana cosa, la memoria del cuore. Usiamo a dimenticare date, volti, interi anni eppure il profumo delle pizzette della mamma resta sino allultimo respiro. Forse, perché lamore non vive nella testa. Sta altrove, più in fondo, dove non arriva né il rancore né il tempo. E a volte bisogna perdere tutto posizione, soldi, orgoglio per ritrovare la via di casa. Da quelle mani che, in silenzio, ci aspettano.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

nineteen − 4 =

Nel villino aleggiava un profumo di Chanel e mancanza d’amore. La piccola Lisa conosceva una sola vera carezza: quella delle mani calde della domestica Nunzia. Finché, un giorno, sparirono dei soldi dalla cassaforte e quelle mani svanirono per sempre. Sono passati vent’anni. Ora Lisa è lei stessa sulla soglia di una casa — con un bambino in braccio e una verità che le brucia in gola… *** L’impasto profumava di casa. Ma non della casa con la scalinata in marmo e il lampadario di cristallo dove Lisa era cresciuta. No: della vera casa, quella che si era inventata da bambina, seduta in cucina a vedere le mani di Nunzia, rosse per l’acqua, lavorare la pasta soffice. — Nunzia, perché l’impasto è vivo? — chiedeva Lisa a cinque anni. — Perché respira, — rispondeva Nunzia, senza mai fermarsi. — Vedi come fa bolle? Si rallegra, perché tra poco finirà al forno. Strano, eh? Rallegrarsi del fuoco. Lisa allora non capiva. Ora sì. Lisa si trovava ai bordi di una strada sterrata, stringendo a sé il piccolo Matteo. L’autobus era già ripartito, lasciandoli nelle sere grigie di febbraio, tra il silenzio ovattato che solo in campagna permette di sentire la neve che scricchiola sotto i passi sconosciuti. Matteo non piangeva. Ormai aveva quasi smesso negli ultimi sei mesi — aveva imparato. Osservava con i suoi occhi scuri, troppo seri per un bambino, e ogni volta Lisa rabbrividiva: gli occhi di Saverio. Il suo mento. Il suo silenzio, quello dietro cui si nasconde sempre qualcosa. Non pensarci. Non adesso. — Mamma, ho freddo. — Lo so, amore. Ora troviamo dove andare. Non sapeva che indirizzo cercare. Non sapeva nemmeno se Nunzia fosse ancora viva — erano passati vent’anni, una vita intera. Le era rimasto il ricordo: «Paese: Serranova, provincia di Viterbo». E l’odore dell’impasto. E il calore di quelle mani, le uniche in tutta la villa che la coccolavano senza motivo. La strada costeggiava recinzioni sbilenche. Qualche finestra illuminata — luce gialla, fioca, ma viva. Lisa si fermò davanti a una casa all’estremo del paese, solo perché non ce la faceva più, e Matteo era diventato un peso troppo grande tra le braccia. Il cancello cigolò. Due scalini sommersi dalla neve. La porta — vecchia, con la vernice scrostata. Bussò. Silenzio. Poi, passi lenti. Il rumore del chiavistello. E una voce — arrochita dall’età ma impossibile da confondere, tanto che a Lisa si mozzò il fiato: — Chi mai gira a quest’ora, in simile buio? La porta si aprì. Sul pianerottolo, una vecchietta minuta con un golfino sopra la camicia da notte. Il volto, rugoso come una mela secca. Ma gli occhi — quelli sì, sono sempre gli stessi. Sbiaditi, azzurri, ancora vivi. — Nunzia… La vecchia restò immobile, poi alzò la mano — la mano che Lisa conosceva da sempre — e le accarezzò la guancia. — Santo cielo… Lisetta? A Lisa cedettero le gambe. Resta lì, stringendo a sé il bambino e incapace di dir parola — solo lacrime, calde, lungo le guance gelate. Nunzia non chiese nulla. Né “da dove?”, né “perché?”, né “cos’è successo?”. Semplicemente le posò sulle spalle il vecchio cappotto appeso all’ingresso, prese Matteo fra le braccia — lui manco si mosse, guardò solo con quegli occhi scuri — e lo tenne stretto. — Eccoti a casa, rondinella, — mormorò. — Entra, entra, figlia mia. *** Vent’anni. Sono abbastanza per costruire e perdere tutto. Per dimenticare la lingua. Per seppellire i genitori — anche se quelli di Lisa vivevano ancora, ma erano ormai estranei come mobili presi in affitto. Da bambina credeva che la loro casa fosse il centro del mondo. Quattro piani di felicità: il salotto col camino, lo studio del papà odoroso di tabacco e severità, la camera della mamma dalle tende pesanti, e giù, la cucina, il regno di Nunzia. — Lisetta, non serve stare qui, — la rimproveravano tate e governanti. — Devi salire dalla mamma. Ma la mamma parlava al telefono. Sempre. Con amici, colleghe, amanti — questo Lisa allora non lo capiva, ma sentiva che c’era qualcosa di sbagliato in quella risata nelle telefonate, e come si spegneva appena entrava il papà. In cucina, invece, tutto era giusto. Nunzia le insegnava a fare i ravioli — storti, irregolari. Lì aspettavano insieme che la pasta lievitasse — «Zitta, Lisetta, che s’offende e si sgonfia.» E, quando dai piani superiori arrivavano urli, Nunzia la prendeva in grembo e cantava — una ninna nanna semplice, di paese, quasi senza parole. — Nunzia, tu sei la mia mamma? — chiese una volta, a sei anni. — Ma che dici, signorina. Io sono solo la domestica. — E allora perché ti voglio più bene che alla mamma? Nunzia tacque a lungo, accarezzando Lisa. Poi sussurrò: — L’amore non chiede permesso. Arriva e basta. Anche la mamma la vuoi bene, solo in modo diverso. Lisa sapeva di no. Già allora, con quella chiarezza crudele dei bambini. La mamma era bella, importante, comprava vestiti e portava a Parigi. Ma non fu mai lei, a vegliare Lisa da malata. Quella era Nunzia — le notti intere, la mano fresca sulla fronte. Poi venne quella sera. *** — Ottantamila euro, — sentì Lisa da dietro una porta semiaperta. — Dalla cassaforte. Ricordo bene di averli messi lì. — Magari hai speso e te ne sei dimenticata? — Giulio! La voce del padre — stanca, smorta, come tutto di lui negli ultimi anni: — Va bene, va bene. A chi era accessibile? — Nunzia riordinava lo studio. Sapeva il codice — io stessa gliel’ho dato, per pulire la polvere. Pausa. Lisa era nel corridoio, schiacciata contro la parete, e sentiva che qualcosa dentro — qualcosa d’importante — si stava spezzando. — Sua madre ha il cancro, — disse il papà. — Le cure costano care. Chiese un anticipo un mese fa. — Non gliel’ho dato. — Perché? — Perché è la domestica, Giulio. Se diamo soldi a ogni domestica… — Marina. — Cosa, Marina? Lo vedi anche tu. Aveva bisogno, aveva la chiave… — Non ne abbiamo la certezza. — Vuoi chiamare la polizia? Lo scandalo? Che si sappia che rubano a casa nostra? Ancora silenzio. Lisa chiuse gli occhi. Aveva nove anni: abbastanza per capire, ma troppo pochi per cambiare le cose. La mattina dopo Nunzia preparò le valigie. Lisa la spiava, piccola, in pigiama e scalza sul pavimento freddo. Nunzia riponeva le sue poche cose: la vestaglia, le ciabatte, la solita icona di San Nicola sul suo comodino… — Nunzia… Si voltò. Il volto era calmo. Solo gli occhi rossi, gonfi dal pianto. — Lisetta, perché non dormi? — Vai via? — Vado, amore. Da mia mamma. È malata. — E io? Nunzia si inginocchiò — così da fissarla negli occhi. Odorava di pasta — sempre, anche quando non cucinava. — Tu crescerai, Lisetta. E diventerai una brava persona. E magari, un giorno, verrai a trovarmi. A Serranova, ti ricordi? — Serranova. — Brava. La baciò in fronte — di fretta, quasi furtiva — e sparì. La porta si richiuse. Il chiavistello scattò. E quell’odore — di pasta, di casa, di calore — svanì per sempre. *** La casa era minuscola. Una stanza, la stufa nell’angolo, il tavolo coperto con la cerata, due letti dietro una tenda di cotone. Sulla parete — la solita icona di San Nicola, scurita dal tempo. Nunzia trafficava — metteva su il tè, tirava fuori la marmellata dalla cantina, preparava il letto per Matteo. — Siediti, Lisetta. Le gambe hanno diritto al riposo. Scaldati, poi si parla. Ma Lisa non riusciva a star seduta. Si trovava al centro di quella stanza povera — lei, figlia della villa a quattro piani — e sentiva una cosa strana. Pace. Per la prima volta dopo tanti anni — vera pace. Come se dentro di lei, quella corda tesa, si fosse allentata. — Nunzia, — balbettò, e la voce tremò. — Nunzia, perdonami. — Di che, figlia? — Di non averti difesa allora. Di essere rimasta zitta vent’anni. Di… Si interruppe. Come spiegare? Matteo già dormiva. Nunzia sedeva di fronte, tazza di tè tra le mani, e aspettava. Lisa raccontò. Di come, dopo Nunzia, la villa diventò estranea. Dei genitori poi divorziati; del papà fallito e scomparso; della mamma sposata in Germania. Lisa rimasta sola. — E poi è arrivato Saverio, — aggiunse senza alzare lo sguardo. — Ci conoscevamo da bambini. Veniva a trovarci, ricordi? Secco, arruffato, rubava sempre cioccolatini dalla coppa. Nunzia annuì. — Ricordo, il ragazzo. — Pensavo: ora sì, finalmente una famiglia vera. Invece… Giocatore, Nunzia. D’azzardo, alle slot, di tutto. Non lo sapevo. Ha nascosto. E quando è venuto fuori tutto… era tardi. Debiti, strozzini. Matteo… Tacque. Il fuoco scoppiettava nella stufa. La candela davanti all’icona tremolava. — Quando gli ho detto che volevo il divorzio, lui… — Lisa deglutì. — Mi ha confessato. Credeva lo avrei perdonato, apprezzato la sua sincerità. — Cosa ha confessato, figlia? Lisa alzò gli occhi. — Che era stato lui a rubare, allora. I soldi dalla cassaforte. Sapeva il codice — l’aveva visto durante una visita. Gli servivano… Non ricordo neppure per cosa. Per il gioco. E la colpa è ricaduta su di te. Silenzio. Nunzia rimase ferma. Solo le mani sulla tazza si fecero bianche dalla stretta. — Nunzia, perdonami. Se puoi. Solo una settimana fa l’ho saputo. Non lo sapevo, io… — Zitta. Nunzia si alzò. Lentamente si inginocchiò — come vent’anni prima, con fatica — per fissarla negli occhi. — Bambina mia. E tu che colpa hai? — Ma tua madre… Avevi bisogno di quei soldi… — Mia madre se n’è andata un anno dopo. Pace all’anima sua. — Nunzia si segnò. — Io, che vuoi che mi manchi? L’orto c’è, una capretta. Vicini buoni. Serve poco. — Ma ti hanno cacciata come una ladra! — Non può essere che Dio, attraverso l’ingiustizia, ti guidi poi alla verità? — sussurrò Nunzia. — Se non mi avessero mandata via, magari non facevo in tempo a salutare la mamma. Invece ho avuto un anno insieme: il più importante. Lisa tacque. Nel petto qualcosa ardeva — vergogna, dolore, amore, gratitudine — tutto insieme, mescolato. — Mi sono arrabbiata? — proseguì Nunzia. — Eccome se mi sono offesa. Ci ho sofferto, sai? In vita mia mai toccato un centesimo non mio. Eppure, poi, passa. Non all’inizio, no. Ma col tempo si guarisce. Perché l’offesa, se la tieni dentro, ti divora. Io volevo vivere. Nunzia prese le mani di Lisa — fredde, dure, nodose. — Sei venuta qui. Col tuo bambino. Da me, vecchia, in questa baracca. Quindi mi hai pensata. Quindi mi hai voluta bene. Sai quanto vale? Più di tutte le casseforti. Lisa pianse. Da bambina, non da adulta: a singhiozzi, nel collo magro di Nunzia. *** Al mattino, Lisa si svegliò per un odore. La pasta. Aprì gli occhi. Matteo ancora dormiva accanto. Dietro la tenda, Nunzia armeggiava. — Nunzi’? — Sveglia? Alzati, rondinella! Le focaccine si raffreddano. Focaccine. Lisa si alzò e, come in sogno, uscì dalla tenda. Sul tavolo, sopra un vecchio giornale, erano allineate: dorate, un po’ storte, con i bordi pizzicati, come da bambina. E profumavano… di casa. — Pensavo, — disse Nunzia, versandole il tè in una tazza sbeccata, — potresti trovare lavoro in biblioteca, nel paesino vicino. Pagano poco, ma qui le spese sono minime. Matteo al nido, la maestra Valentina è brava e onesta. E poi si vedrà. Lo diceva come fosse ovvio, già deciso. — Nunzia, — Lisa esitò. — Io… io non sono nessuno per te. Sono passati tanti anni. Perché… — Perché cosa? — Perché mi hai accolta? Senza domande? Nunzia la fissò — come aveva sempre fatto: sguardo trasparente, saggio, buono. — Ti ricordi quando mi chiedevi perché l’impasto è vivo? — Perché respira. — Ecco. Anche l’amore è così. Respira, e basta. Non lo licenzi, non lo mandi via. Dove si ferma, resta. Puoi aspettare anche vent’anni, trent’anni. Le posò una focaccina — calda, soffice, con ripieno di mele. — Mangia, sei pelle e ossa, signorina. Lisa assaggiò. E, per la prima volta dopo chissà quanti anni, sorrise. Fuori, spuntava il sole. La neve brillava sotto i primi raggi, e il mondo — enorme, complesso, ingiusto — per un attimo sembrò semplice e buono. Come le focaccine di Nunzia. Come le sue mani. Come quell’amore che non si licenzia. Matteo sbucò dalla tenda, strofinandosi gli occhi. — Mamma, che profumo buono. — È stata nonna Nunzia a cucinare. — Nonn-na? — provò la parola, guardò Nunzia. Lei gli sorrise — mille rughe, occhi accesi. — Sì, nonna, vieni cucciolo. Mangiamo insieme. E Matteo si sedette e mangiò. E per la prima volta dopo mesi — rise, mentre Nunzia gli insegnava a fare pupazzetti con la pasta. Lisa li osservava — il figlio e la donna che tanta volta aveva sentito come una madre — e capiva: ecco, questa è casa. Non muri, non marmi, non lampadari. Solo mani calde. Solo profumo di pasta. Solo amore: semplice, terreno, silenzioso. Un amore che non si paga. Che non si compra. Che esiste — e vivrà finché batte un cuore umano. Strana la memoria del cuore. Dimentichiamo volti, date, anni, ma l’odore delle focaccine della mamma resta fino all’ultimo respiro. Forse perché l’amore non vive nella testa. Sta più in fondo — dove il tempo e il rancore non arrivano. E a volte bisogna perdere tutto — casa, soldi, orgoglio — per ritrovare la strada. Quella che porta alle mani che ti stanno ancora aspettando.