Nella villa aleggiava il profumo dei profumi francesi e della mancanza damore. La piccola Giulia conosceva solo un paio di mani calde: quelle di Rosalba, la domestica. Ma un giorno dal cassaforte sparirono dei soldi, e quelle mani scomparvero per sempre. Sono passati ventanni. Ora Giulia è lei stessa sulla soglia, con un bambino in braccio e una verità che le brucia la gola
***
Lodore dellimpasto sapeva di casa.
Non quella casa dai gradini in marmo e dal lampadario in cristallo a tre piani, dove Giulia era cresciuta. No, la vera casa: quella che lei si era inventata stando seduta su uno sgabello in una cucina spaziosa, osservando le mani di Rosalba, rosse per lacqua fredda, impastare una palla elastica.
Ma perché limpasto è vivo? chiedeva Giulia, cinque anni appena.
Perché respira, rispondeva Rosalba senza smettere di lavorare. Non vedi come fa le bolle? È felice, sa che presto andrà nel forno. Strano, vero? Essere felici per il fuoco.
Giulia allora non capiva. Ora sì.
Era ferma, sopraffatta sullorlo di una strada di campagna dissestata, stringendo forte il piccolo Marco, che di anni ne aveva quattro. Lautobus ormai lontano li aveva lasciati lì, immersi in un crepuscolo grigio di febbraio, circondati unicamente da quel silenzio unico dei paesi, quello in cui il rumore dei passi sulla neve si sente da tre case di distanza.
Marco non piangeva. Ormai non piangeva quasi più: aveva imparato. La guardava solo, coi suoi occhi scuri e troppo seri, e ogni volta Giulia rabbrividiva. Gli occhi di Luca. Il suo mento. Il suo silenzio carico di cose non dette, sempre pronte a esplodere. Non pensare a lui. Non ora.
Mamma, ho freddo.
Lo so, piccolo. Ora troviamo…
Non sapeva lindirizzo. Non sapeva nemmeno se Rosalba fosse viva erano ventanni che non avevano notizie, una vita intera. Tutto ciò che era rimasto: Paese di Castagneto, provincia di Siena. E lodore di quellimpasto. E il calore di quelle mani che, nellimmensa casa, la accarezzavano semplicemente per amore e senza motivo.
La strada passava davanti a recinzioni dissestate. In qualche finestra brillava una luce, gialla e debole ma viva. Giulia si fermò presso lultima casa semplicemente perché non aveva più forza e Marco era diventato pesantissimo.
Il cancello cigolò. Due gradini pieni di neve. Una porta vecchia, screpolata.
Bussò.
Silenzio.
Poi passi trascinanti. Il rumore della stanga che scorre. E una voce roca, invecchiata, ma così riconoscibile che Giulia smise di respirare:
Chi viene a questora? Che follia…
La porta si aprì.
Una vecchina si stagliava sulla soglia, con un golfino sopra la vestaglia. Il viso scavato come una mela al forno, pieno di rughe. Ma gli occhi, quegli occhi azzurri, sbiaditi e ancora vivi.
Rosalba
La vecchia restò immobile. Poi sollevò piano una mano quella stessa, screpolata, dalle dita nodose e sfiorò la guancia di Giulia.
Santo cielo Giulietta?
Le gambe di Giulia crollarono. Stava lì, stringendo il bambino, incapace di dire parola; solo le lacrime scendevano calde sulle guance gelate.
Rosalba non chiese niente. Né da dove?, né perché?, né cosa ti è successo?. Aprì semplicemente il suo vecchio cappotto che pendeva da un chiodo dietro la porta, lo poggiò sulle spalle di Giulia, poi prese Marco che non opponeva resistenza, la fissava solo con occhi scuri e lo strinse a sé.
Su, sei a casa, passerottino, sussurrò. Entra, cara, entra.
***
Ventanni.
Bastano per costruire un impero e vederlo crollare. Per dimenticare una lingua. Per piangere i genitori anche se i suoi erano ancora vivi, solo diventati estranei, come il mobilio di una casa in affitto.
Da bambina Giulia pensava che quella casa fosse il mondo. Quattro piani di felicità: il salone col camino, lo studio del padre che odora di tabacco e severità, la stanza della madre coi tendaggi di velluto, e giù in fondo, nel seminterrato la cucina. Il suo regno. Il regno di Rosalba.
Giulietta, non restare qui, ripetevano tate e governanti. Vai su dalla mamma.
Ma la mamma, lassù, era sempre al telefono. Sempre. Con amiche, soci, amanti Giulia allora non capiva, ma sentiva: qualcosa non andava. Cera una crepa silenziosa tra le risate finte al telefono e il volto che si spegneva appena entrava il papà.
In cucina invece era tutto giusto. Rosalba le insegnava a preparare i ravioli tutti storti, pieni di buchi. Aspettavano insieme che il lievito crescesse Silenzio, Giulietta, non farlo arrabbiare, sennò crolla!. Quando, sopra, scoppiava un litigio, Rosalba la prendeva in braccio e canticchiava pianissimo, una vecchia filastrocca toscana, quasi senza parole.
Rosalba, sei tu la mia mamma? domandò una volta, aveva sei anni.
Ma che dici, bambina. Io sono la serva, nulla più.
E perché allora io ti voglio più bene?
Rosalba tacque. La accarezzò a lungo.
Lamore, sussurrò, mica chiede permesso. Arriva e basta. Ami anche la tua mamma, solo in modo diverso.
Giulia sapeva già di no. Non lamava. La mamma era bella, distinta, sapeva regalarle vestiti e portarla a Parigi. Ma la mamma non le stava mai accanto la notte quando aveva la febbre. Rosalba sì tutta la notte, la mano fresca sulla fronte.
Poi venne quella sera.
***
Centomila euro, sentì Giulia da dietro la porta socchiusa. Dal cassaforte. Sono sicura daverli messi lì.
Forse li hai spesi e te ne sei scordata?
Carlo!
Il tono del padre rassegnato, opaco, come tutto in lui negli ultimi anni:
Va bene, va bene. Chi aveva accesso?
Rosalba sistemava lo studio. Il codice lo sapeva glielavevo detto io per spolverare.
Silenzio. Giulia, schiacciata al muro nel corridoio, sentiva qualcosa strapparsi dentro, qualcosa di vitale.
Sua madre ha un cancro, disse il padre. Le cure costano care. Chiese un anticipo il mese scorso.
Io non lho dato.
Perché?
Perché è la domestica, Carlo. Se dessimo qualcosa a ogni cameriere per la mamma, il padre, il fratello…
Martina.
Che cè? Lo hai capito anche tu. Lei aveva bisogno dei soldi, aveva il codice
Non siamo sicuri.
Vuoi chiamare la polizia? Fare uno scandalo in paese? Che dicano che qui si ruba?
Ancora silenzio. Giulia chiuse gli occhi. Aveva nove anni troppo pochi per agire, abbastanza per capire.
Al mattino, Rosalba faceva la valigia.
Giulia la vedeva da dietro la porta, in pigiama coi gattini, scalza sul pavimento freddo. Rosalba metteva in una sacca lisa: un vestito, le ciabatte, limmagine di San Nicola appesa da sempre sopra il suo comodino.
Rosalba…
Si voltò. Il viso calmo, ma con gli occhi rossi di pianto.
Giulietta, non dormi?
Te ne vai?
Eh sì, cara. Dalla mia mamma. È molto malata.
E io?
Rosalba si inginocchiò perché i loro occhi si cercassero alla pari. Sapeva sempre dimpasto, anche quando non cucinava.
Crescerai, Giulietta. Diventerai una donna in gamba. Magari, un giorno, verrai a trovarmi. Castagneto, lo ricorderai?
Castagneto.
Brava.
Le diede un bacio sulla fronte, rapido, quasi rubato e sparì.
La porta si richiuse. Il chiavistello scattò. E quellodore di lievito, di casa, di calore svanì per sempre.
***
La casa era minuscola.
Una stanza, una stufa nellangolo, un tavolo coperto da una cerata, due letti dietro una tenda a fiori. Appeso al muro, lo stesso San Nicola, annerito dal tempo.
Rosalba trafficava: metteva il bollitore, tirava fuori una confettura dal cantuccio, preparava il letto per Marco.
Siediti, Giulietta. Le gambe non portano la verità. Scaldati, poi parliamo.
Ma Giulia non riusciva a stare ferma. Era lì, in quella stamberga povera, lei figlia di chi possedeva una villa a quattro piani, e sentiva la pace. Per la prima volta, una vera pace. Come se qualcosa dentro, tirato fino a spezzarsi, si fosse finalmente sciolto.
Rosalba, disse piano, con la voce che tremava. Rosalba, perdonami.
Per cosa, cara?
Per non averti difesa allora. Per aver taciuto per ventanni. Per…
Le mancavano le parole. Come spiegare?
Marco ormai dormiva profondamente. Rosalba era seduta di fronte, una tazza di tè tra le mani, e aspettava.
Allora Giulia raccontò.
Come, dopo la partenza di Rosalba, la casa era diventata del tutto estranea. Come i genitori si fossero separati due anni dopo, scoprendo che gli affari del padre erano solo una bolla: fuori la villa, le auto, la casa in Versilia, rimaste soltanto rovine. Come la mamma se ne fosse andata con un nuovo marito in Austria, come il padre fosse affogato nel vino, morto in un bilocale anonimo quando Giulia aveva ventitré anni. Come Giulia fosse rimasta sola.
E poi cera Luca, sussurrò, guardando il tavolo. Amico delle elementari, te lo ricordi? Magro, spettinato. Rubava sempre le caramelle dal cesto.
Rosalba annuì.
Ricordo il ragazzino.
Pensavo: ecco, la famiglia che non ho mai avuto. Ma poi era un giocatore. Carte, slot machine, tutto. Non lo sapevo. Lo ha nascosto bene. Quando ho scoperto i debiti era tardi. E Marco
Si interruppe. Nella stufa il ceppo scoppiettava. La lucina del santo proiettava ombre tremolanti sul muro.
Quando ho detto che volevo il divorzio, lui Giulia deglutì. Ha voluto confessarmi qualcosa. Credeva mi avrebbe fermata. Che avrei apprezzato la sincerità.
Confessare cosa, cara?
Giulia la guardò.
È stato lui a rubare allora. I soldi dal cassaforte. Conosceva il codice lo aveva carpito un giorno che era a casa nostra. Gli servivano… non ricordo neanche per cosa. Per giocare. E la colpa lavete data a te.
Silenzio.
Rosalba restò immobile. Fissava la tazza stretta tra le mani, le nocche bianche.
Rosalba, perdona. Se puoi. Lho saputo solo settimana scorsa. Non lo sapevo
Basta.
Si avvicinò. E come ventanni prima, si mise in ginocchio, le giunture scricchiolanti.
Figlia mia, tu che colpa hai?
Ma tua madre ti servivano soldi per curarla
Mia mamma è morta un anno dopo. Che abbia pace. Si fece il segno della croce. E io? Sto qui. Un orto, una capretta, gente buona intorno. Non ho bisogno di molto.
Ti hanno cacciata! Come una ladra!
Ma vedi, a volte Dio conduce alla verità attraverso la menzogna, sussurrò Rosalba. Se non mi avessero mandato via, magari non sarei riuscita a salutare la mamma. Ho passato con lei lultimo anno. Anni preziosi.
Giulia taceva. Dentro bruciava qualcosa: vergogna, dolore, amore, riconoscenza tutto insieme, mescolato.
Mi sono arrabbiata? proseguì Rosalba. Certo che sì. Mi ha ferita da morire. Non avevo mai preso nemmeno una moneta. Ma poi poi mi è passata. Non subito, ci sono voluti anni. Le ferite, se le tieni dentro, divorano solo te stessa. Io volevo vivere.
Le prese le mani fredde, secche, nodose.
Sei venuta qui. Con tuo figlio. Da una vecchia in questa baracca. Vuol dire che ricordavi. Che volevi bene. Sai quanto vale tutto questo? Più di tutti i cassaforte del mondo.
Giulia scoppiò a piangere. Non come piangono gli adulti, trattenendosi. Ma con singhiozzi pieni, il volto sepolto sulla spalla magra di Rosalba.
***
Di mattina, Giulia fu svegliata da un odore.
Impasto.
Aprì gli occhi. Accanto a lei Marco dormiva ancora, le mani aperte sul cuscino. Oltre la tenda a fiori, sentiva Rosalba trafficare, spostare qualcosa, forse carte.
Rosalba?
Sei sveglia, passerotto? Alzati, che i panzerotti si raffreddano.
Panzerotti.
Giulia si alzò come in trance, uscì dalla tenda. Sopra la vecchia tovaglia, su un foglio di quotidiano, stavano i panzerotti dorati, irregolari, col bordo pizzicato come quelli dellinfanzia. E il profumo… profumo di casa.
Pensavo, disse Rosalba riempiendole una tazza sbeccata di tè, dovresti cercare un lavoro. In paese, alla biblioteca, cercano una mano. Pagano poco, ma qui le spese sono basse. Marco può andare allasilo: la maestra, la signora Valentina, è una brava donna. Poi si vedrà.
Lo diceva con naturalezza, come se il futuro fosse già sistemato.
Rosalba, balbettò Giulia. Siamo due estranee ormai. Sono passati troppi anni. Perché perché mi hai accolta così? Senza domande?
Rosalba la guardò con quegli occhi dun tempo. Trasparenti, sapienti, buoni.
Ricordi quando mi chiedesti perché limpasto fosse vivo?
Perché respira.
Ecco. Anche lamore. Respira da sé. Non si licenzia, non si scaccia. Dove mette radici, resta. Anche ventanni, trenta: aspetta.
Le pose davanti un panzerotto tiepido, soffice, con il ripieno di mele.
Mangia, povera stella. Sei pelle e ossa.
Giulia ne assaggiò un morso. E, per la prima volta da anni, sorrise.
Fuori lalba si faceva spazio. La neve luccicava sotto i primi raggi, e il mondo grande, complicato, crudele sembrava di colpo semplice e buono. Come i panzerotti di Rosalba. Come le sue mani. Come lamore che non va in pensione.
Marco tirò fuori la testa dalla tenda, sfregandosi gli occhi.
Mamma, che buon profumo!
È la nonna Rosalba che ha preparato.
Non-na?
Provò la parola sulla lingua. Guardò Rosalba: lei gli sorrise, mille rughe tutte a raggiera, gli occhi brillanti.
Sì, nonna. Siediti, tesoro, mangiamo.
E lui si sedette. E mangiò. E, per la prima volta da sei mesi, rise quando Rosalba gli mostrò come modellare ometti con limpasto.
Giulia li guardava il figlio e la donna che aveva creduto sua madre e capiva: ecco la casa. Non muri, né marmo, né lampadari. Solo mani calde. Solo lodore dellimpasto. Solo lamore, semplice, umano, silenzioso.
Amore che non si compra, che non si vende. Che semplicemente cè e ci sarà, finché ci sarà un cuore che batte.
Che strana cosa, la memoria del cuore. Dimentichiamo date, volti, anni interi, ma il profumo dei dolci della mamma si ricorda fino allultimo respiro. Forse perché lamore non abita nella testa. Vive più in profondità, dove il tempo e il rancore non arrivano. E, a volte, occorre perdere tutto posizione, denaro, orgoglio per ritrovare la strada di casa. Tra le braccia che ti attendono.






