Nella primavera del 1992, in una piccola città italiana, un uomo sedeva ogni giorno su una panchina davanti alla stazione. Non chiedeva l’elemosina. Non parlava con nessuno. Rimaneva semplicemente lì, con una borsa di plastica ai piedi e lo sguardo perso sui binari. Si chiamava Domenico. Era stato macchinista delle Ferrovie dello Stato prima dell’89. Dopo Tangentopoli, l’officina aveva chiuso, i treni si erano diradati e persone come lui erano rimaste senza lavoro. Aveva 54 anni e un silenzio pesante, di quelli che non vanno più via. Ogni mattina arrivava in stazione alle otto, proprio come quando iniziava il turno. Restava fino a mezzogiorno, poi se ne andava. La gente lo conosceva di vista. “Quello che lavorava alle FS.” Nessuno gli chiedeva nulla. Un giorno, sulla panchina accanto si sedette un ragazzo di diciannove anni, con uno zaino vecchio e un foglio stropicciato in mano. Guardava spesso l’orologio. Tremava, forse per l’emozione, forse per la fame, non era chiaro. – Parte un treno per Milano? domandò il ragazzo, senza guardare Domenico. – Alle quattro meno un quarto, rispose l’uomo, quasi automaticamente. Il ragazzo sospirò. Gli disse che era stato ammesso all’università, ma non aveva i soldi per il biglietto. Era arrivato con ciò che aveva raccolto in paese, ma non gli bastava. Non voleva tornare a casa. “Ho promesso che ce la farò”, disse, più a se stesso che a lui. Domenico non rispose. Si alzò, prese la borsa e se ne andò. Il ragazzo rimase con lo sguardo basso, convinto di aver parlato invano. Dopo circa dieci minuti Domenico tornò. Mise qualcosa sulla panchina, accanto al ragazzo. Un vecchio tesserino FS e un po’ di soldi. – Non mi servono più, disse. Io sono arrivato dove dovevo. Tu ancora no. Il ragazzo cercò di rifiutare. Iniziò a dire che non poteva accettare, che non era giusto. Domenico lo fermò con un gesto. – Se diventi un uomo, aiuta qualcun altro. Tutto qui. Il treno partì. Il ragazzo andò via con lui. Domenico tornò il giorno dopo sulla panchina, alla stessa ora. Ma non restò più a lungo. Dopo alcuni mesi, una mattina, qualcuno si sedette accanto a lui. Era lo stesso ragazzo. Più magro, più stanco, ma sorrideva. – Ho passato l’anno, disse. E ho trovato lavoro. Sono venuto a restituirle quello che mi ha dato. Domenico annuì e sorrise per la prima volta dopo tanto tempo. – Tienili, disse. Non spezzare la catena. Gli anni passarono. Domenico non venne più in stazione. E dieci anni dopo, quel ragazzo non era più un ragazzo. Aveva un lavoro sicuro, una famiglia agli inizi e una vita che, con tutte le difficoltà, stava in piedi. Era tornato nel paese natale per pochi giorni, più per nostalgia che per altro. La stazione era la stessa. Le panchine, le stesse. Solo le persone erano cambiate. Un pomeriggio, si fermò davanti all’edificio e, senza sapere esattamente perché, chiese dell’uomo che una volta sedeva ogni giorno su quella panchina. – Domenico? disse qualcuno. Ha avuto un incidente. Un paio d’anni fa. Auto. Gli hanno amputato una gamba. Sta steso a letto. La moglie lo assiste. Sentì il petto stringersi. Non chiese altro. Trovò l’indirizzo e andò subito lì. Domenico stava in una piccola stanza, al secondo piano di un vecchio palazzo. Il letto era vicino alla finestra. Sua moglie, la stessa donna silenziosa che aveva visto qualche volta in stazione, lo guardò a lungo quando entrò, poi sorrise e uscì. – Sei tornato, disse Domenico, dopo qualche secondo. Ti ho riconosciuto. Stai diventando un vero uomo. L’uomo era più magro, i capelli ormai bianchi, ma lo sguardo era lo stesso. Sereno, limpido. Parlarono a lungo. Di treni, della vita, di sciocchezze. A un certo punto, Domenico scrollò le spalle e sorrise. – Dopo una vita intera tra i treni, guarda un po’, è stata un’auto su quattro ruote a fregarmi. Così va la fortuna. Rise. Una risata breve, sincera. Come se neanche questa fosse riuscita a sconfiggerlo. Il giovane se ne andò con un nodo in gola e una decisione presa. Nei giorni successivi si informò, girò, parlò con persone. Non disse niente a nessuno. Quando tornò, Domenico era solo in camera. Entrò spingendo dolcemente una sedia a rotelle nuova. E una busta con dei soldi nascosta nella tasca dello schienale. – Cos’è questa? domandò l’anziano, stupito. – Come lei mi ha aiutato a prendere il treno per l’università, io adesso aiuto lei a muoversi… È quello che ho potuto fare. Domenico agitò le mani e stava per dire qualcosa, ma il giovane scosse la testa e gli disse: – Per non spezzare la catena, si ricorda cosa mi ha detto? Ora toccava a me. Domenico non disse nulla. Solo annuì e strinse forte la mano al ragazzo. In questo mondo, molte cose si perdono. Persone, treni, anni. Ma a volte, i gesti ritornano. Non come un debito, ma come una continuità. Finché non spezziamo la catena della gentilezza, ciò che doniamo tornerà, forse non a noi, ma proprio dove serve. Se hai vissuto o visto un gesto che non ha spezzato la catena della gentilezza, raccontalo. Abbiamo bisogno di più storie che ci uniscono. ❤ Un like, un commento o una condivisione possono far continuare la catena.

Era la primavera del 1992, in una piccola città del nord Italia. Un uomo, ogni giorno, sedeva su una panchina davanti alla stazione ferroviaria. Non chiedeva lelemosina, non scambiava parola con nessuno. Restava semplicemente lì, con una borsa di iuta ai piedi e lo sguardo perso verso i binari.

Si chiamava Giuseppe. Un tempo era stato macchinista, quando ancora i treni sbuffavano a vapore e le linee non erano semivuote. Dopo la caduta dellindustria pesante, la stazione era quasi deserta e uomini come lui erano rimasti ai margini. Aveva cinquantacinque anni e un silenzio addosso così pesante che sembrava non lasciarlo mai.

Ogni mattina arrivava in stazione alle otto in punto, quasi come se dovesse ancora iniziare il turno. Si sedeva, e restava fino a mezzogiorno, poi spariva. Tutti lo conoscevano di vista. Quello che lavorava alle ferrovie. Ma nessuno gli chiedeva niente.

Un giorno, sulla panchina accanto alla sua, si sedette un giovane, forse diciannove anni. Portava uno zaino malconcio e un foglietto spiegazzato tra le mani. Continuava a controllare lorologio, tremava, chissà se per la fame o per lemozione.

Parte un treno per Bologna? domandò il ragazzo, senza guardare Giuseppe.

Alle quattro meno un quarto, rispose luomo, quasi senza pensarci.

Il ragazzo sospirò. Gli raccontò di essere stato ammesso alluniversità ma di non avere i soldi per il biglietto. Aveva raccolto il necessario in paese, ma non era abbastanza. Non voleva tornare a mani vuote. Glielho promesso che ce la farò, sussurrò più a sé stesso che altro.

Giuseppe non disse nulla. Si alzò, prese la borsa e se ne andò. Il giovane rimase lì, gli occhi bassi, convinto che il suo sfogo fosse passato inosservato.

Dieci minuti dopo, però, Giuseppe tornò. Poggiò qualcosa sulla panchina, proprio accanto al ragazzo. Era un vecchio tesserino delle ferrovie italiane e qualche banconota di lire.

Io non ne ho più bisogno, disse. Il mio viaggio lho già fatto. Ora tocca a te.

Il ragazzo cercò di rifiutare, dicendo che non poteva accettare, che non era giusto. Ma Giuseppe lo fermò con un gesto deciso.

Se un giorno diventerai qualcuno, aiuta qualcun altro. Solo questo ti chiedo.

Il treno partì, portando con sé il ragazzo e i suoi sogni. Giuseppe tornò anche il giorno seguente, alla stessa ora, ma non rimase molto.

Dopo alcuni mesi, una mattina, qualcuno si sedette vicino a lui. Era lo stesso ragazzo. Più magro, stanco, ma con il sorriso sulle labbra.

Ho superato lanno, disse. E ho trovato lavoro. Sono venuto a restituire quello che mi hai dato.

Giuseppe annuì, e per la prima volta dopo tanto tempo, sorrise anche lui.

Tienili, rispose. Non spezzare la catena.

Gli anni scorsero. Giuseppe non tornò più in stazione.

Dieci anni dopo quel giovane, che ormai non era più ragazzo, aveva trovato stabilità: un impiego sicuro, una famiglia che cresceva con fatica e orgoglio, una casa. Tornò nella sua città natale per pochi giorni, per nostalgia più che per dovere. La stazione era uguale, le panchine anche. Cambiavano solo i volti.

Un pomeriggio si fermò davanti alledificio e, senza sapere perché, domandò di quelluomo che ogni giorno sedeva sulla panchina.

Giuseppe? rispose qualcuno. Ebbe un incidente, un paio danni fa. Una macchina. Gli hanno amputato una gamba. Ora sta a letto, accudito dalla moglie.

Sentì il cuore stringersi. Non chiese altro, recuperò lindirizzo e si recò di corsa.

Giuseppe abitava in una stanza piccola, al secondo piano di un palazzo vecchio. Il letto accanto alla finestra. La moglie, la stessa donna silenziosa che ogni tanto aveva intravisto in stazione, lo scrutò a lungo, poi sorrise con discrezione e lasciò la camera.

Sei tornato, disse Giuseppe dopo qualche secondo. Ti ho riconosciuto. Stai diventando un uomo.

Era più magro, i capelli ormai candidi, ma lo sguardo era lo stesso: sereno, limpido.

Parlarono a lungo. Di treni, di vita, di piccole cose. A un certo punto Giuseppe allargò le spalle, abbozzò un sorriso.

Dopo una vita trascorsa tra i treni, guarda un po che destino: a sistemarmi ci ha pensato una macchina. Così gira la fortuna.

Rise. Una risata breve, sincera. Come se niente potesse piegarlo.

Il giovane se ne andò con un nodo alla gola, ma con un proposito. I giorni seguenti domandò, si informò, parlò con le persone giuste. Non disse nulla a nessuno.

Quando tornò, Giuseppe era solo. Entrò spingendo dolcemente una carrozzina nuova di zecca. E nel piccolo vano posteriore, una busta con dentro dei soldi.

Ma cosè questa storia? chiese stupito lanziano.

Come tu mi hai aiutato a prendere il treno per luniversità, così io ora ti aiuto a muoverti. È il minimo che potevo fare.

Giuseppe fece per protestare, ma il giovane scosse la testa.

Per non spezzare la catena, ricordi? Ora toccava a me.

Giuseppe non disse nulla. Solo lo guardò e strinse forte la mano del giovane.

In questa vita, tanto si perde: le persone, i treni, gli anni. Ma a volte i gesti ritornano. Non come un debito, ma come un filo che continua. Finché non spezziamo la catena della gentilezza, ciò che doniamo tornerà: magari non a noi, ma proprio dove serve.

Se hai mai vissuto o assistito a un gesto che non ha rotto la catena della bontà, raccontalo. Ne abbiamo bisogno, di storie che possano unirci ancora. Un mi piace, un commento o una condivisione possono far continuare la catena.

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Nella primavera del 1992, in una piccola città italiana, un uomo sedeva ogni giorno su una panchina davanti alla stazione. Non chiedeva l’elemosina. Non parlava con nessuno. Rimaneva semplicemente lì, con una borsa di plastica ai piedi e lo sguardo perso sui binari. Si chiamava Domenico. Era stato macchinista delle Ferrovie dello Stato prima dell’89. Dopo Tangentopoli, l’officina aveva chiuso, i treni si erano diradati e persone come lui erano rimaste senza lavoro. Aveva 54 anni e un silenzio pesante, di quelli che non vanno più via. Ogni mattina arrivava in stazione alle otto, proprio come quando iniziava il turno. Restava fino a mezzogiorno, poi se ne andava. La gente lo conosceva di vista. “Quello che lavorava alle FS.” Nessuno gli chiedeva nulla. Un giorno, sulla panchina accanto si sedette un ragazzo di diciannove anni, con uno zaino vecchio e un foglio stropicciato in mano. Guardava spesso l’orologio. Tremava, forse per l’emozione, forse per la fame, non era chiaro. – Parte un treno per Milano? domandò il ragazzo, senza guardare Domenico. – Alle quattro meno un quarto, rispose l’uomo, quasi automaticamente. Il ragazzo sospirò. Gli disse che era stato ammesso all’università, ma non aveva i soldi per il biglietto. Era arrivato con ciò che aveva raccolto in paese, ma non gli bastava. Non voleva tornare a casa. “Ho promesso che ce la farò”, disse, più a se stesso che a lui. Domenico non rispose. Si alzò, prese la borsa e se ne andò. Il ragazzo rimase con lo sguardo basso, convinto di aver parlato invano. Dopo circa dieci minuti Domenico tornò. Mise qualcosa sulla panchina, accanto al ragazzo. Un vecchio tesserino FS e un po’ di soldi. – Non mi servono più, disse. Io sono arrivato dove dovevo. Tu ancora no. Il ragazzo cercò di rifiutare. Iniziò a dire che non poteva accettare, che non era giusto. Domenico lo fermò con un gesto. – Se diventi un uomo, aiuta qualcun altro. Tutto qui. Il treno partì. Il ragazzo andò via con lui. Domenico tornò il giorno dopo sulla panchina, alla stessa ora. Ma non restò più a lungo. Dopo alcuni mesi, una mattina, qualcuno si sedette accanto a lui. Era lo stesso ragazzo. Più magro, più stanco, ma sorrideva. – Ho passato l’anno, disse. E ho trovato lavoro. Sono venuto a restituirle quello che mi ha dato. Domenico annuì e sorrise per la prima volta dopo tanto tempo. – Tienili, disse. Non spezzare la catena. Gli anni passarono. Domenico non venne più in stazione. E dieci anni dopo, quel ragazzo non era più un ragazzo. Aveva un lavoro sicuro, una famiglia agli inizi e una vita che, con tutte le difficoltà, stava in piedi. Era tornato nel paese natale per pochi giorni, più per nostalgia che per altro. La stazione era la stessa. Le panchine, le stesse. Solo le persone erano cambiate. Un pomeriggio, si fermò davanti all’edificio e, senza sapere esattamente perché, chiese dell’uomo che una volta sedeva ogni giorno su quella panchina. – Domenico? disse qualcuno. Ha avuto un incidente. Un paio d’anni fa. Auto. Gli hanno amputato una gamba. Sta steso a letto. La moglie lo assiste. Sentì il petto stringersi. Non chiese altro. Trovò l’indirizzo e andò subito lì. Domenico stava in una piccola stanza, al secondo piano di un vecchio palazzo. Il letto era vicino alla finestra. Sua moglie, la stessa donna silenziosa che aveva visto qualche volta in stazione, lo guardò a lungo quando entrò, poi sorrise e uscì. – Sei tornato, disse Domenico, dopo qualche secondo. Ti ho riconosciuto. Stai diventando un vero uomo. L’uomo era più magro, i capelli ormai bianchi, ma lo sguardo era lo stesso. Sereno, limpido. Parlarono a lungo. Di treni, della vita, di sciocchezze. A un certo punto, Domenico scrollò le spalle e sorrise. – Dopo una vita intera tra i treni, guarda un po’, è stata un’auto su quattro ruote a fregarmi. Così va la fortuna. Rise. Una risata breve, sincera. Come se neanche questa fosse riuscita a sconfiggerlo. Il giovane se ne andò con un nodo in gola e una decisione presa. Nei giorni successivi si informò, girò, parlò con persone. Non disse niente a nessuno. Quando tornò, Domenico era solo in camera. Entrò spingendo dolcemente una sedia a rotelle nuova. E una busta con dei soldi nascosta nella tasca dello schienale. – Cos’è questa? domandò l’anziano, stupito. – Come lei mi ha aiutato a prendere il treno per l’università, io adesso aiuto lei a muoversi… È quello che ho potuto fare. Domenico agitò le mani e stava per dire qualcosa, ma il giovane scosse la testa e gli disse: – Per non spezzare la catena, si ricorda cosa mi ha detto? Ora toccava a me. Domenico non disse nulla. Solo annuì e strinse forte la mano al ragazzo. In questo mondo, molte cose si perdono. Persone, treni, anni. Ma a volte, i gesti ritornano. Non come un debito, ma come una continuità. Finché non spezziamo la catena della gentilezza, ciò che doniamo tornerà, forse non a noi, ma proprio dove serve. Se hai vissuto o visto un gesto che non ha spezzato la catena della gentilezza, raccontalo. Abbiamo bisogno di più storie che ci uniscono. ❤ Un like, un commento o una condivisione possono far continuare la catena.