Niente, cara mamma! Hai la tua casa? Vivi lì. Qui vieni solo se ti invitiamo noi. La nostra storia …

Nulla, cara mamma! Hai la tua casa, no? Vivi lì e vieni da noi solo quando ti invitiamo.

Guarda, ti racconto questa cosa che mi fa ancora un po sorridere. Mia mamma vive in un paese piccolo e tranquillo della Toscana, proprio accanto a un fiumiciattolo. Dietro casa sua cè la pineta, e quando è stagione raccoglie sempre un sacco di funghi e more. Da bambina, correvo tra i prati con il cestino e mi sentivo in mezzo alla natura, libera e felice.

Poi mi sono sposata con Matteo, che era mio compagno di liceo i suoi genitori stanno anche loro a due passi da mia mamma, ma sullaltro lato della strada, solo che dal loro terreno non puoi raggiungere né il fiume né il bosco. Ogni volta che torniamo da Firenze, preferiamo stare dalla mia mamma.

Sarà letà, sarà la voglia di avere sempre ragione, ma mamma negli ultimi anni è diventata più testarda. Le ferie da lei ormai finiscono spesso in discussioni. Risolvere le cose con calma è diventato sempre più difficile. Una volta abbiamo dormito dai miei suoceri e pure lì mia mamma è riuscita a litigare, stavolta con il marito della suocera, per fesserie. La suocera si è arrabbiata così tanto che ha urlato: ti dico, mezzo paese avrà sentito i loro rancori vecchi di anni!

Dopo un mesetto, quando ci è passata la rabbia a tutti, io e Matteo abbiamo pensato: perché non ci facciamo una casa nostra così nessuno si sente invasa? Un posticino dove stare tranquilli quando veniamo in paese.

Ci è voluto un po a trovare il terreno, ma alla fine ce labbiamo fatta. I suoceri ci hanno aiutati un sacco con la costruzione, soprattutto il suocero: era sempre lì, tra i mattoni e il cemento, come un vero capo cantiere.

Lunica che dava problemi era sempre mamma: arrivava, criticava tutto, dispensava consigli su cose già fatte insomma, non ci lasciava respirare neanche lì. Ma dopo mille fatiche la casa labbiamo finita una faticaccia, credimi.

Un anno dopo la casa era pronta, speravo finalmente di rilassarmi ma invece niente! Mamma non smetteva di venire, ci accusava di essere egoisti e diceva che ora non avrebbe più chi la aiutava. Non pensava che Matteo ha sempre fatto tutto da lei: tagliava lerba, riparava il tetto e sistemava quello che serviva.

Un giorno, la mamma mi ha detto:
E perché vieni a trovarmi, allora? Stai nel tuo appartamento in città, e quando arrivi qui sembra che ostenti quello che hai!

E lì a Matteo gli è proprio finita la pazienza. Si è avvicinato a lei con calma, ma con quello sguardo che fa capire che è serio:
Che cè, suocera?
Niente, cara mamma! Hai la tua casa, no? Stai lì. Da noi vieni solo se ti invitiamo. Lasciaci almeno qualche weekend di tranquillità. Se hai bisogno, ci chiami. Se ti prende fuoco la cucina, ci siamo! ha detto, ridendo.
Come, che fuoco!?

A quelle parole, la mamma è letteralmente scappata verso la porta. Io cercavo di non ridere mentre la guardavo confusa e furibonda camminare spedita verso il cancello. Matteo, pure lui un po mortificato, ha alzato le mani:
Vabbè, forse ho esagerato col fuoco!
No, hai fatto bene!

Ci siamo messi a ridere insieme, ricordando la faccia della mamma. Da quel giorno finalmente abbiamo avuto pace in casa nuova. Mia mamma ha accettato laiuto di Matteo, ma ci parla solo per cose strettamente necessarie, proprio sì/no. Secondo me, pensa ancora al fuocoE così, tra una discussione e una risata, la vita andava avanti. Le domeniche si erano fatte più serene; il profumo di pinolo e torta di mele tornava a riempire la casa, ma stavolta senza nessuno che sbraitasse per il tipo di farina usata. La mamma, ostinata come il muschio fra i sassi, passava ancora a controllare le piante del giardino, ma si fermava prudente sul vialetto e gridava consigli dalla rete. A volte lasciava un sacchetto di funghi appena raccolti appeso alla maniglia, come a dire: Non ho dimenticato chi siete.

Io e Matteo ci godevamo i finestroni aperti verso il bosco, sorseggiando il caffè che sapeva di libertà. Nel silenzio del tramonto, sentivo il vecchio paese respirare: il gallo di mia mamma che cantava troppo presto, le voci che si rincorrevano lontane, il fiume che scivolava tranquillo dietro lorto.

E ogni tanto, nei giorni di pioggia, capitava che la mamma bussasse più piano, con una torta in mano e un sorriso intriso di orgoglio e nostalgia. Si sedeva con noi sotto il portico, si stringeva il cardigan sulle spalle e, anche se non diceva troppo, io capivo che aveva trovato finalmente un suo modo di amarci, da una giusta distanza. E lì, tra le battute di Matteo e il profumo della terra bagnata, sentivo che quella era proprio casa. La nostra, con dentro un po di tutte le nostre stranezze, e persino i bufali della mamma.

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