Ricordo ancora, come se fosse ieri, le incomprensibili liti di una casa di campagna tra le colline toscane.«Nessuno! Quella vecchia è nessuno per noi!» strillò Elisabetta, cercando di convincere la figlia che aveva ragione. Silvia, con gli occhi gonfi di lacrime, strinse le labbra e poi alzò la testa: «Allora per me lei è la più cara, la nostra Nessuna del mondo, e non sarà altrimenti!»
Così accadde che, nella numerosa famiglia di contadini dei Lucherini, tutti i figli maschi si sposarono, mentre la più piccola, Mariangela la più tranquilla e docile rimase senza pretendente. Il suo fidanzato non era mai nato, o si era perso in qualche lontano paese. La madre, Luisa, si lamentava: «Il destino non le ha dato un sposo, cara figlia». Mariangela rimase accanto ai genitori, pilastro della casa, finché i nipoti dei suoi fratelli, ormai abitanti di Firenze, non ebbero più bambini.
Il primo a bussare fu Vincenzo, figlio della sorella maggiore, con un inchino riverente e una grande richiesta: «Zia Mariangela, potresti venire a badare a mia figlia? Il asilo non accetta, e mia moglie deve tornare al lavoro». Mariangela, ormai donna adulta, si trovava a un bivio: i genitori invecchiavano, come lasciarli? E la città le spaventava. Ma Vincenzo implorava, promettendo di non trascurare né il nonno né la nonna. Lui era già venuto un tempo a piantare patate e sistemare il tetto.
Il padre e la madre di Mariangela le consigliarono di partire: «Forse in città incontrerai un uomo, non sei più una vecchia». Non sapevano che già tra loro discutevano su come la loro cara zia sarebbe rimasta sola quando li avrebbero accompagnati al viaggio. Così Mariangela, da contadina, divenne bambinaia. Vincenzo, pensando al futuro, trovò lavoro per lei: una conoscente la fece entrare in una piccola cooperativa di assistenza domestica, così la sua esperienza continuò a fluire.
La figlia più grande di Vincenzo andò a scuola, la seconda arrivò presto. Quando i genitori di Mariangela morirono, lei non badava più ai bambini di Vincenzo, ma a un altro nipote. Il ruolo di assistente passava di mano in mano nella famiglia: da asilo a scuola elementare. La gente iniziò a credere che non servisse più, ma i nipoti continuavano a chiamarla, a volte con un sorriso, a volte con un sospiro. «Grazie, Vincenzo», dicevano.
Due anni prima che la zia cominciasse a gravare con la sua presenza, la casa di campagna con i suoi boschi di funghi e il fiume vicino fu venduta dalle sorelle di Mariangela per una cifra notevole. Allora Vincenzo propose: «Compriamo una piccola stanza per la zia, così non dovrà più vivere sotto i cespugli». Il denaro, in euro, sarebbe stato abbastanza per una stanza dignitosa.
Le nipotine, già sposate, si preoccupavano: «Se muore, a chi spetterà la sua modesta dimora?». Il problema dellalloggio era sempre un nodo. Vincenzo, dal cuore gentile, replicò: «Chi le darà da bere, avrà anche il suo posto, o come dirà la zia Mariangela». Purtroppo Vincenzo non visse abbastanza: morì di gastrite, poi di cancro, prima di compiere i cinquanta anni.
Con la sua scomparsa, la famiglia dimenticò la zia Mariangela. I bambini ormai cresciuti non avevano più bisogno di una bambinaia, e lei, settantaenne, si ritrovò sola in una piccola casa, con un tavolo, un armadio e un lettino pieghevole. Abituata alla cura dei piccoli, sentiva la nostalgia, finché non si presentò una «offerta di lavoro» inattesa.
Entrò in un supermercato e, alla cassa, una giovane donna le chiese: «Badate ai bambini? La mia figlia, una bambina pallida, ha appena subito unoperazione al cuore e non può andare allasilo. Cerco la bambinaia più dolce, con vitto incluso». Mariangela si chinò verso la bimba; la ragazza, illuminata, le sussurrò: «Vieni, ti racconterò delle fiabe». Così la signora trovò una nuova pupilla.
Silvia, ora quattordicenne, era un vero piacere da crescere. Le due divennero amiche intime, condividendo una stanza ampia e luminosa. I genitori della bambina lavoravano molto; la maggior parte del tempo Silvia la trascorreva con Mariangela, che la soprannominava affettuosamente «Cucina». La bambina doveva fare esercizi di respirazione, passeggiare lontano dalle strade fumose e rispettare una routine. Mariangela, senza istruzione formale, rispettava sempre le regole. Silvia cresceva forte e in salute.
Quando arrivava lora della nanna, la piccola chiedeva: «CucinaMariangela, raccontami della tua vita». La vecchia raccontava storie semplici, talvolta anche un aneddoto speciale: quando, su una barca a vapore, aveva accompagnato la moglie incinta di un altro nipote verso casa. Il primo figlio laveva cresciuta fino al nido e poi era tornato al villaggio; poco dopo era arrivato il secondo. La moglie del nipote, allora, prese Mariangela in anticipo.
Sulla barca la giovane donna, di nome Oliva, discuteva con il neonato. Oliva, studentessa, si era imbarcata nella speranza di un futuro migliore. Il suo ragazzo laveva lasciata; il bambino era nato, e i genitori non avrebbero saputo cosa fare, temendo di scacciarla. Oliva, disperata, pose il bambino nelle braccia di Mariangela, dicendo: «Che Dio ti abbia messa qui». La madre del nipote, non trovando altro interlocutore, accettò.
Il neonato aveva gli occhi seri, come a valutare il proprio destino. Mariangela, seppur cieca, srotolò la coperta, il pannolino e, con voce dolce, cantò una ninna nanna. Oliva, in fretta, lasciò una borsa con latte in polvere, una bottiglia dacqua calda e qualche vestitino, senza alcun certificato di nascita. Il battello si stava allontanando dal molo.
Mariangela, ancora non avendo mai partorito, si destreggiò con esperienza, nutrì il piccino, chiamandolo Alessa. «Dio ti ha mandato», pensò, ma la realtà le sembrava un inganno. Il figlio del nipote, vedendo la scena, esclamò: «Che facciamo con questo bambino? Noi abbiamo i nostri figli!». Il capitano della barca intervenne, e il piccolo fu portato via.
Quella notte rimase impressa nella memoria di Mariangela: una decisione che non avrebbe più potuto rimediare. Silvia, al suo ritorno, la abbracciò: «Sei la mia bambina, la mia piccola nocciolina». Mariangela rispose con un gesto affettuoso: «Sei la mia, piccola mia».
Nel frattempo Elisabetta, la madre di Silvia, iniziò a vedere Mariangela come una semplice domestica. Allinizio la bambinaia era considerata parte della famiglia, rispettata, con le spese per il cibo e la pensione accantonate in un libretto. Un giorno Elisabetta, timida, propose: «Mariangela, la tua stanza è vuota; affittiamola. Così potremmo pagare una maestra di pianoforte per Silvia». Infatti, nella casa cera un vecchio pianoforte che la madre voleva far suonare.
Sette anni dopo, Elisabetta ereditò una somma grazie alla vendita di una quota di un appartamento di un parente defunto. Con il consenso di Mariangela, la piccola abitazione fu trasformata in un comodo monolocale, intestato a Silvia e a Mariangela in parti uguali. A quel punto la parentela perse interesse per la vecchia, e tutto passò senza più liti.
Gli anni volarono. Silvia divenne una giovane donna attraente e in perfetta salute, terminò gli studi e si trasferì a Roma per luniversità. Mariangela le lasciò i risparmi, sufficienti per pagare laffitto, vivere da sola e, forse, contribuire a un matrimonio. La vecchia, ormai cieca, camminava con passo incerto, lodore di legno e di vecchie stoviglie era il suo mondo. Dovè finita la tua mamma? chiedeva Silvia, ma la risposta era un silenzio.
Elisabetta trasferì Mariangela in una stanza buia, quasi un ripostiglio, giustificando: «Chi se ne importa di dove sta, è cieca comunque». Con tono secco, aggiunse: «Per amore di Dio, tornate tutti alle vostre case!». Così la vecchia venne relegata a un angolo di soffitta, dove il tempo sembrava fermarsi.
Alla fine, fu la famiglia del nipote a decidere di mandare Mariangela in una casa di riposo. La madre di Silvia, con laiuto di unamica influente, raccoglieva i documenti necessari. Silvia, presa dagli studi, dimenticava spesso di chiamare la nonna, ma al secondo anno di università, tornò a casa con una notizia che fece sobbalzare tutti: «Mio fidanzato Andrea mi ha chiesto di sposarmi! Viene questo fine settimana con i genitori, ma il vestito bianco è già pronto e la bambinaia?». Corse nella stanza dove una volta dormiva la vecchia, trovandola avvolta nel buio, il letto di legno scricchiolante.
«Mamma?», esclamò Silvia, spaventata dal buio. Elisabetta, con voce esitante, rispose: «Sta bene, è solo in cantina. Il papà ha messo gli scaffali lì; la nonna è cieca, così è più comodo». Silvia aprì la porta della cantina e scoprì Mariangela, avvolta in un vecchio cuscino, con il volto segnato dal tempo.
Il ricordo di quegli anni si affievolisce, ma la gratitudine per Mariangela rimane viva. La vecchia morì a novantadue anni, con lultimo respiro sereno, senza più lamenti, semplice e buona come il pane appena sfornato. Il suo cammino fu breve, ma la sua luce continuò a risplendere nei cuori di chi, un tempo, laveva accolta come una madre.






