No, mamma, davvero adesso non serve che tu venga. Pensa un po, la strada è lunga, tutta una notte in treno, e tu ormai non sei più giovane. Perché devi stressarti così? E poi è primavera, avrai sicuramente tanto da fare nellorto, mi ha detto mio figlio.
Ma dai, Gabriele, come sarebbe a dire? È tanto che non ci vediamo più, tesoro. E poi vorrei davvero conoscere bene tua moglie, sai, come si dice, è giusto fare amicizia con la nuora, gli ho detto sinceramente.
Allora facciamo così: aspetta ancora fino alla fine del mese e veniamo tutti noi da te, proprio per Pasqua che cè qualche giorno di festa in più, mi ha tranquillizzata Gabriele.
A essere sincera, ero già pronta per partire, ma ho deciso di fidarmi e restare ad aspettarlo a casa.
Però, alla fine, nessuno è venuto. Ho provato a chiamare mio figlio più volte, ma lui mi rifiutava la chiamata. Poi mi ha richiamato dicendomi che era molto impegnato e che non valeva la pena aspettarlo.
Ci sono rimasta malissimo. Io mi ero preparata, sperando finalmente di conoscere la moglie di mio figlio. Si era sposato sei mesi fa, e ancora la nuora non lavevo mai vista.
Mio figlio, Gabriele, lho avuto per me stessa. Avevo già trentanni, non ero mai stata sposata. Così ho deciso almeno di avere un figlio.
Forse qualcuno lo giudicherebbe, ma io non mi sono mai pentita, anche se la vita non è stata facile: mai abbastanza soldi, vivevamo più che altro alla giornata. Ho sempre lavorato in più posti, solo per riuscire a dare a mio figlio tutto ciò di cui aveva bisogno.
Poi Gabriele è cresciuto ed è andato a studiare a Roma. Per aiutarlo, allinizio, sono andata persino a lavorare stagionalmente in Svizzera, così potevo mandargli i soldi per luniversità e per vivere nella capitale. Il mio cuore di mamma era felice di poter aiutare mio figlio.
Già al terzo anno duniversità ha iniziato a lavorare per pagarsi qualche spesa da solo. E quando si è laureato ed è stato assunto, ha cominciato a mantenersi da solo.
A casa tornava, ma raramente, una volta lanno. Io, a Roma, vergogna a dirlo, non ci sono mai stata.
Pensavo che sarei andata quando si sarebbe sposato. Per quelloccasione avevo pure messo da parte dei soldi. Avevo risparmiato tremila euro.
Sei mesi fa mi ha chiamato dandomi la notizia che aspettavo Mamma, mi sposo!.
Però non venire, faremo solo la cerimonia civile adesso, il matrimonio lo celebriamo più avanti, mi aveva avvertita.
Mi era dispiaciuto, ma che altro potevo fare. Mi aveva fatto conoscere la nuora in videochiamata. Una bella ragazza, davvero graziosa e, a quanto pare, di buona famiglia. Mio consuocero è un imprenditore molto ricco. Non mi restava che essere felice che a mio figlio la vita stesse sorridendo.
Eppure, il tempo passava e né veniva da me, né mi invitava da loro. Io ormai non vedevo lora di poterli riabbracciare entrambi. Così, mi sono decisa: ho comprato un biglietto del treno, preparato un po’ di cibo fatto in casa, ho sfornato il mio pane, ho preso qualche vasetto di conserve e sono partita. Lho chiamato prima di salire sul treno.
Mamma, ma dai! Perché? Io sono al lavoro, proprio non posso venire a prenderti. Ti lascio lindirizzo, chiami un taxi, mi ha detto Gabriele.
La mattina dopo sono arrivata a Roma, ho preso un taxi e sono rimasta sbalordita dalla tariffa. Ma la capitale allalba è bellissima, e guardando dai finestrini mi sono riempita gli occhi di meraviglia.
Mi ha aperto la porta Diletta, la nuora. Non mi ha sorriso, niente abbracci. Mi ha solo invitata, freddamente, ad andare in cucina. Mio figlio era già uscito per andare a lavorare.
Ho cominciato a sistemare le buste, tirando fuori patate, barbabietole, uova, mele secche, funghi sottolio, cetrioli, pomodori, qualche vasetto di marmellata. La nuora mi guardava in silenzio, poi ha detto che avevo fatto inutile fatica, tanto loro non mangiano queste cose e che, anzi, lei a casa non cucina.
E allora cosa mangiate? ho chiesto sorpresa.
Ci facciamo portare ogni giorno il pranzo a domicilio. Non mi piace cucinare, poi lodore resta in cucina per troppo tempo, mi ha risposto Diletta.
Non ho fatto in tempo a reagire che in cucina è entrato un bimbo, avrà avuto tre anni.
Ti presento mio figlio: Adriano, ha detto la nuora.
Adriano? ho chiesto.
Sì, Adriano, non confonderlo con altri nomi. Non mi piace che si storpino i nomi.
Va bene, come preferisci, Diletta.
E sono Diletta, non Didi. Qui a Roma nessuno storpia i nomi, ma voi dal paese beh.
Mi è salita una tristezza. Non perché mio figlio abbia preso una moglie già con un bimbo, ma perché non mi aveva detto nulla.
E le sorprese non erano finite. Ho alzato lo sguardo e sulla parete ho visto una grande foto di nozze.
Beh, almeno avete fatto delle belle foto se non cè stato il matrimonio! ho cercato di cambiare discorso.
Come non cè stato il matrimonio? Altroché, con duecento invitati. Solo tu non ceri. Gabriele ha detto che eri malata. Forse è meglio così, mi ha detto, squadrandomi dalla testa ai piedi.
Vuoi fare colazione? mi ha chiesto.
Sì ho risposto piano.
Diletta mi ha messo davanti una tazza di tè e qualche fettina di formaggio costoso. Per lei quella era una colazione.
Per me invece la colazione è sacra, soprattutto dopo un viaggio così lungo! Ho pensato di cucinarmi due uova e tagliare il mio pane, ma Diletta non me lha permesso: No, niente uova, resta lodore.
Il pane ha rifiutato di assaggiarlo, Siamo passati a unalimentazione sana, mi ha detto.
Mi è passato anche lappetito, dal dispiacere. Mio figlio si era perfino vergognato di invitarmi al suo matrimonio. Per quella giornata avevo risparmiato anni interi, per niente.
Ho iniziato a bere il tè in silenzio. Diletta pure taceva. Il silenzio era pesante. Il bambino si è avvicinato, mi si è strofinato addosso. Ho cercato di abbracciarlo, ma lei subito mi ha fermata: Lascia stare, non sappiamo se sei venuta qui con qualche malattia, è un bambino piccolo.
Non avevo altro da dare al bambino che un vasetto di marmellata di lamponi: Guarda che buono sui biscotti, gli ho detto.
La nuora me lo ha strappato di mano: Quante volte lo devo ripetere? Mangiamo solo sano, niente zucchero!
Ho sentito le lacrime salire agli occhi. Non sono riuscita a bere il mio tè fino in fondo, sono andata a mettermi le scarpe nellingresso. La nuora non mi ha rivolto neanche una parola, non mi ha nemmeno chiesto dove stessi andando.
Sono uscita dal portone e mi sono seduta su una panchina, lì vicino. E finalmente ho lasciato uscire tutto il mio dolore, piangendo. Mai nella vita mi ero sentita così ferita.
Dopo un po ho visto Diletta uscire per portare a spasso il bambino, portando tutte le mie conserve e lasciandole vicino al cassonetto.
Senza parole. Appena si è allontanata, mi sono ripresa tutto e, trascinando le borse, sono andata in stazione. Sono stata fortunata: qualcuno aveva restituito un biglietto, ho potuto comprarlo per la sera stessa.
Vicino alla stazione cera una trattoria. Ho ordinato un piatto di minestrone, un pezzo di carne arrosto, patate con insalata. Avevo una fame da lupi. Ho pagato, certo, più del solito, ma alla fine mi sono detta che un piccolo piacere lo meritavo.
Ho lasciato le buste al deposito bagagli e mi sono concessa un paio dore per girare per Roma. La città mi è piaciuta. Per un attimo ho persino dimenticato tutto il resto.
Sul treno per tornare non sono riuscita a dormire. Ho pianto. E mi faceva male che mio figlio non mi avesse nemmeno chiamata per sapere dove fossi.
Avrei pensato prima che nevicasse destate, piuttosto che credevo di essere accolta così da Gabriele. Era il mio unico figlio, in cui avevo messo tutte le mie speranze, e ora ero diventata inutile per lui.
E adesso, non so cosa fare con quei tremila euro che avevo messo da parte per il suo matrimonio. Darglieli che almeno sappia che la mamma ha sempre pensato a lui? O non dargli nulla, perché davvero non se lo è meritato?





