Non siamo spazzatura, figlio mio.
Papà, ti ho detto di no! Non ci senti? Questa roba andrebbe buttata, non portata in casa!
La voce di Matteo rimbomba per la cucina. Gianna si blocca davanti ai fornelli, il mestolo sospeso sopra la pentola di minestrone. Una goccia cade sul fornello e sibila. Si volta. Pietro è sulla soglia del garage, in mano una sedia rovinata. Antica, con gambe intagliate nello stile anni Sessanta. Matteo gli impedisce il passaggio, gambe larghe e braccia incrociate.
Matteino, Gianna parla piano, asciugandosi le mani sul grembiule, non è roba da buttare. Papà la sistema, guarda che intaglio!
Mamma, basta. Matteo nemmeno la guarda. Papà, te lo dico chiaro: hai settantadue anni. Non devi sollevare pesi. Te lo ricordi il cardiologo per la pressione?
Pietro tace. Le dita sono bianche dallo sforzo sulla sedia. La poggia piano a terra, si raddrizza. Gianna vede la vena che trema sulla tempia del marito: sempre succede quando si trattiene.
Non lho portata da solo, spiega lui, pacato. Mi ha aiutato Giulio, il vicino. In due labbiamo messa qui.
È lo stesso! Matteo sbuffa. Il problema è la casa: sembra un rigattiere. Tre cassettoni già allangolo, altri due in garage. Barattoli di vernice, pennelli, stracci ovunque. Mamma, lo sai che è pericoloso, vero?
Gianna si avvicina al marito, sentendo il profumo di legno fresco e olio di lino, lo stesso della bottega del nonno da bambina. Quando, sei mesi fa, lei e Pietro hanno iniziato, si sentiva giovane di nuovo, il tempo tornato indietro.
Matteo, facciamo attenzione, prova a spiegare, serena. La vernice la teniamo fuori, in un contenitore di metallo. Lavoriamo solo col tempo buono. Apriamo tutto e areiamo.
Mamma, non basta. Matteo tira fuori il telefono. Guarda qui, dati dei Vigili del Fuoco. Sai quanti incendi tra anziani per via di queste sostanze?
Basta, Matteo, Pietro interviene, un passo avanti. Ho passato la vita da perito tecnico. Ne so di sicurezza.
Trentanni fa, papà. Ora sei pensionato e col cuore fragile. Non serve una statistica per capire che state giocando col fuoco.
Non giochiamo, la voce di Gianna si fa tremante. Viviamo. Questo ci fa felici.
Matteo la guarda finalmente. Quello sguardo la gela: compassione e fastidio insieme, come se fosse una bambina che non capisce.
Mamma, capisco che vi annoiate, dice lento, come a un bambino di prima elementare. Ma questo non è un modo. Vi iscrivo a un circolo? Vacanze alle terme?
Non ci annoiamo, ribatte Pietro. E non ci spostiamo. Qui siamo a casa. Facciamo ciò che ci piace.
È questo che chiami lavoro, papà? Matteo sorride amaro. Trascinarsi cianfrusaglie, dare una passata di vernice e lasciarle lì? Non è lavoro. Nemmeno so come chiamarlo.
Matteo! Gianna non regge. Come parli a tuo padre?
Normale, mamma. Qualcuno deve dirvelo come stanno le cose. Vivete in un mondo a parte, ma poi i problemi li gestisco io.
Quali problemi? Pietro è bianco in volto. Che dici?
Silenzio. Matteo si strofina il naso, sospira:
Vi parlo chiaro. Non sono contro ciò che fate. Basta che sia sicuro. E ragionevole. A dirla tutta, stavo pensando anche a vendere la casa… Magari più avanti. Siete soli qui, isolati, e se succede qualcosa lambulanza chissà quando arriva.
Gianna sente il suo cuore che batte forte. Da lontano abbaia un cane, il vento fa fremere il melo.
Vendere la nostra casa? Pietro sussurra.
Non ora, ma sarebbe logico. Una bella monolocale in città, vicino a me. Così resterebbe anche qualcosa da parte: aiuterei Elisa per luniversità.
Gianna osserva il figlio come se non lo riconoscesse più. Eccolo lì, il suo Matteo, cresciuto, nutrito, accompagnato a scuola. E ora parla della loro casa come di un investimento, numeri in un contratto.
Matteo, la voce di Gianna trema, questa è casa nostra. Qui viviamo bene.
Solo in apparenza, lui ribatte. Non capite il rischio. Voglio solo la vostra sicurezza.
Vuoi che restiamo chiusi a aspettare la morte, Pietro è tagliente. Ecco cosa vuoi.
Smetti di dire sciocchezze. Voglio solo che stiate bene.
Qui stiamo bene! Pietro alza la voce, e Gianna sobbalza. Felici tra sedie e cassettoni! Lavoriamo con le mani, sentiamo di essere ancora vivi!
Matteo è livido. Stringe la mascella e va via.
Discussione chiusa, dice voltandosi appena. Ne riparleremo. Riflettete sulle mie parole.
Gianna lo guarda allontanarsi, poi si volta verso il marito. Pietro ha le spalle curve, lo sguardo fisso sulla sedia abbandonata. Gli si avvicina e lo cinge alla vita. Lui la stringe forte e sente il suo tremito.
Pietro, sussurra, non te la prendere. Non lo fa per cattiveria. Non capisce.
Non capisce dopo quarantacinque anni? Pietro lo ripete, deluso.
Restano abbracciati in silenzio. Dopo un po, Pietro riprende la sedia.
La porto in garage, dice. Tanto la sistemo lo stesso. Che ne pensa lui, poco importa.
Gianna annuisce e rientra. Il minestrone ormai è freddo. Spegne il fornello, poggia la fronte al frigo. Dietro la parete sente Matteo parlare al telefono, voce sicura da business, metri quadri, mutui, trattative.
A cena mangiano in tre, muti. Matteo inghiotte in fretta. Pietro quasi non tocca il piatto, muove solo la forchetta. Gianna cerca qualche argomento: Elisa, Sara, il lavoro. Matteo risponde a monosillabi.
Elisa sta bene, risponde. Studia per gli esami. Sara lavora tanto, come sempre.
La tua Sara ora è vicepreside, vero? chiede Gianna.
Sì, le hanno aumentato lo stipendio ma il triplo di lavoro.
Saluta entrambe, lei sorride triste.
Lo farò.
Silenzio di nuovo. Pietro si alza.
Vado in garage, dice.
Pietro, lascia stare oggi, Gianna lo ferma, una mano sulla spalla. Rilassati.
Devo farlo, Gianna, le dà un bacio sulla tempia, sparisce.
Matteo scuote la testa.
Testardo come un mulo, borbotta. Siete tutti così, non ascoltate nessuno.
Matteo, Gianna si siede di fronte, lo fissa. Figlio, non è testardaggine. È la nostra vita. Abbiamo sempre lavorato. Papà in officina, io in biblioteca. Tutto per te, per i tuoi studi, per la casa. Poi sei cresciuto e te ne sei andato, giusto. Ora siamo soli. E fa male, sai?
Matteo si irrigidisce. Lei continua piano:
Poi papà ha trovato quel vecchio cassettone vicino ai bidoni. Sembrava morto, ma aveva unanima. Lo ha riportato a nuova vita. E noi con lui. Ci siamo sentiti di nuovo utili, vivi. È importante, Matteo. Per chi ha settantanni, è essenziale.
Matteo sbuffa.
Capisco tutto, mamma. Ma vedo cose che voi non vedete. Rischi, la vostra età. Papà dopo linfarto, la tua pressione. Vivete dove i servizi sono lontani. Se succede qualcosa
Non succede niente, lo interrompe. Non siamo invalidi. Facciamo tutto da soli. Anche lorto.
Non dico questo. Voglio solo che viviate in modo più semplice. Servizi, ospedale vicino, niente stufa a legna.
Abbiamo il metano, Matteo sorride. Il fuoco lo accendiamo solo per la sauna.
Vabbé, ma vi state complicando la vita. E io mi preoccupo.
Gianna capisce che il figlio non ascolta, o non vuole ascoltare. Ha già deciso: genitori in appartamento vicino a lui, sotto controllo, senza stranezze. Pratici, prevedibili.
Meglio non parlarne, conclude lei. Sei stanco. Vai a riposare, domani ne riparliamo.
Matteo annuisce e si chiude nella stanza che da ragazzo era la sua. Gianna toglie la tavola, lava i piatti, si mette il golfino e va in garage.
Pietro è seduto su uno sgabello a levigare la sedia. La lampadina illumina la sua testa bianca, la schiena curva. Le mani si muovono lente e precise. Lei gli poggia le mani sulle spalle.
Verrà bellissima, sussurra.
Sì, non alza lo sguardo. Lintaglio è pregiato. Devo solo sistemare una gamba.
Forse dovremmo ascoltare un po Matteo Non portare troppi mobili, tenerci solo i migliori
Pietro si ferma, la guarda con occhi tristi.
Se molliamo ora, sarà peggio. Inizierà a decidere per noi. Niente mobili, niente orto, niente passeggiate nel bosco. Poi vorrà vender casa e portarci in città. Così saremo a sedere su una panchina a darle da mangiare ai piccioni E lui ci passerà una volta al mese.
Gianna sa che ha ragione. Ma langoscia la prende: Matteo andrà via arrabbiato, la solita storia, quella barriera tra le generazioni. Credeva che la loro famiglia fosse diversa. Evidentemente no.
Allora che si fa?
Niente. Si va avanti. Col nostro lavoro. Lui pensi ciò che vuole.
Lei resta un po, poi rientra.
La mattina dopo Matteo si alza presto. Gianna ha già fatto le frittelle, in tavola marmellata e ricotta. Pietro legge Il Corriere con la tazza di tè. Matteo si siede, inghiotte in fretta.
Buone, dice solo.
Mangia, gli spinge il piatto. Ieri hai toccato poco niente.
Lo guarda mangiare, cercando tracce del suo bambino. Quando è cambiato così?
Matteo, gli chiede con cautela, perché sei così duro con noi?
Lui la guarda.
Non sono arrabbiato, mamma. Sono preoccupato. Sono due cose diverse.
Ma sai che per noi questa attività è importante?
Sì, mamma. Ma troviamo qualcosa di più sicuro. Lavori a maglia, piante. I pomodori li hai già sul davanzale.
Sì Gianna abbassa la voce. Ma questa cosa dei mobili per noi conta tanto.
Non trova le parole per spiegarglielo. Non trasmette la sensazione di veder rinascere un vecchio pezzo sotto le mani. È memoria, è passato, è sapere di poter ancora creare.
Non so come dirtelo. Devi capirlo da solo.
Ho capito che non ascoltate il buon senso, Matteo termina il tè, si alza. Io parto dopo pranzo. Pensateci. Non vi chiedo di smettere subito; piano piano, però, lasciate perdere. Per lappartamento, ho già visto qualcosa: una bella monolocale luminosa al terzo piano.
Ci penseremo, dice Gianna, ma sa che Pietro mai accetterà.
Matteo si chiude in camera. Pietro esce, silenzioso, dallo scalino. Gianna ritira i piatti tremando. Le scivola una ciotola che si spezza. Si mette a raccogliere i cocci e scoppia in lacrime.
Gianna, che succede? Pietro la tira su per un gomito. Ti sei fatta male?
Lei scuote la testa. Lui la abbraccia forte.
Non piangere. Lascia perdere.
Non va bene, Pietro È nostro figlio. Che vita è senza di lui?
È adulto, Gianna. Ha la sua strada. Non dobbiamo adattarci ai suoi ordini.
E lui ai nostri?
Silenzio.
No. Ma potrebbe almeno rispettarci. Non comandare.
Lei annuisce, si asciuga le lacrime, getta i cocci. Pietro le serve un bicchiere dacqua. Poi ritorna fuori. Gianna termina le faccende, infila la giacca e va nellorto. Lavorare la calma: le mani scavano, il sole riscalda la schiena. È pace. Solo uccelli e vento tra le foglie.
A pranzo chiama i due uomini. Mangiano in silenzio. Matteo risponde appena, Pietro non parla. Dopo, Matteo fa la valigia e porta la sacca in macchina.
Vado, annuncia sulla porta. Chiamatemi, se serve.
Cerca di passare i saluti a Sara e Elisa, Gianna lo abbraccia, lo bacia. Un bacio a Elisa dalla nonna.
Lo farò.
Pietro gli stringe la mano, secco. Matteo parte.
Gianna resta sul portico, lo segue con lo sguardo. Pietro le mette una mano sulla spalla.
Entra. Non pensiamoci più.
Dentro, il silenzio pesa di più. Si siede sul divano, guarda fuori. I rami del melo oscillano, le nuvole scorrono. Sembra tutto come sempre, ma sente che qualcosa si è rotto.
Passa una settimana. E unaltra ancora. Matteo non chiama. Gianna lo cerca; risponde secco, dice che richiama ma non lo fa. Lui è ferito, lo capisce. Si aspetta che cederanno alle sue condizioni. Ma Pietro non cede. Lavora sempre in garage, nuovi pezzi, nuove verniciature. Gianna lo aiuta. Si è abituata e non vuole rinunciare perché il figlio lo ha deciso.
Una sera il telefono squilla. Gianna risponde.
Mamma, ciao. Matteo ha la voce tesa. Come va?
Bene. E tu?
Tutto a posto. Passo nei prossimi giorni. Dobbiamo parlare.
Di che cosa?
Poi ti dico. Arrivo sabato.
Matteo chiude. Gianna sente una fitta: sarà una cattiva notizia.
Sabato piove fitto. Gianna sforna una torta salata, guarda fuori. Pietro legge. Nessuno parla di Matteo, ma in testa ci pensano.
La macchina arriva alle due. Matteo entra, si toglie la giacca bagnata.
Vieni, entra! Gianna gli sistema i capelli, Un tè, una fetta di focaccia?
Grazie, mamma, va in sala. Papà, ciao.
Ciao, Pietro posa il libro. Che succede?
Matteo si siede, serio.
Ho preso una decisione. È ora di agire.
In che senso? chiede Gianna.
Ho trovato un acquirente per la casa. Buon prezzo. Così vi compro una monolocale in città, vicino a me, e avanza pure qualcosa per Elisa. É la soluzione migliore.
Silenzio. Fuori il temporale e il ticchettio dellorologio fanno da sottofondo. Pietro respira forte.
Ma ti senti? gli chiede. Vuoi farci vendere la nostra casa?
Vi aiuto! Matteo parla veloce. Qui siete in pericolo: casa vecchia, lontani da ospedale. In città vi seguo ogni giorno. Elisa e anche Sara vi visitano facilmente.
Per chi è meglio? Per noi o per te?
Per tutti. I rapporti contano più delle mura.
I rapporti Pietro ride amaramente. Bello parlarne quando vuoi cacciarci di casa.
Non vi caccio! Matteo alza la voce. Vi offro unalternativa razionale! Non siete eterni! Se vi succede un malore, chi vi aiuta?
Non chiediamo aiuto, Gianna interviene piano. Matteo, sappiamo che ti preoccupi. Ma questa è casa nostra. È qui che abbiamo vissuto e dove sei cresciuto. È impensabile venderla.
Basta firmare, mamma. Incassare e iniziare una vita nuova, non questa mania dei mobili.
Pietro si alza, va alla finestra, poi si volta.
Pensi di avere il diritto di decidere per noi?
Ho il dovere di proteggerci, replica Matteo. Se non valutate la realtà, devo farlo io.
Valutare Pietro scuote la testa. Ho progettato mezzo quartiere lavorando. Ora mi dici che non capisco la vita?
Papà, il tempo è cambiato. Hai settantadue anni. Non sei più quello di una volta.
Non lo sono, no. Ora non lascio più che mi comandi nessuno.
Si fissano, simili in quellostinazione di famiglia.
Basta! Gianna si alza. Sedetevi. Parliamo pacatamente.
Pietro torna in poltrona, Matteo si siede riluttante. Gianna versa il tè, taglia la focaccia.
Matteo, dice calma, so che temi per noi. Ma siamo ancora autonomi. Abbiamo i vicini che ci aiutano, come Giulio e la signora Marta. Non siamo soli.
Sono tutti anziani. A chi chiami, se papà ha un infarto?
Chiamano il pronto soccorso, come in città.
E se non basta?
Vorrà dire che è il nostro momento, Pietro risponde calmo. Se si vive sempre con la paura, non si vive più.
La mandibola di Matteo trema.
Non capite niente, quasi grida. Vivete nei sogni. Ma io vedo la realtà. E non voglio trovarvi la voce gli si spezza.
Gianna capisce: non è per soldi o controllo. Ha solo paura di perderli, di non fare a tempo.
Matteo, amore, non moriamo adesso. Abbiamo mille progetti: Pietro vuole restaurare il vecchio credenzone, io metterò un roseto vicino al portico. Vivremo ancora, non preoccuparti.
I progetti ride amaro. Ma poi basta un attimo e vi perdete.
Nemmeno in città saresti sicuro, Pietro aggiunge. Se deve succedere, succede ovunque.
Matteo si alza e va avanti e indietro.
Non capite! urla. Voglio il vostro bene! Invece mi respingete!
Nessuno respinge, Gianna lo afferra per mano. Ti vogliamo bene, ma la vita è nostra. Devi accettare.
Lui si libera e si allontana.
Non accetto. Siete egoisti. Vi importa solo dei vostri mobili. Mai di me e della mia famiglia, di quanto soffro.
Vuoi che rinunciamo alla nostra vita per il tuo quieto vivere? chiede Pietro, gelido.
Matteo resta in silenzio, poi si avvia alla porta.
Fate come volete. Ho finito di insistere. Ma se succede qualcosa, non chiamatemi.
Matteo! urla Gianna, sfranta sotto la pioggia. Fermati!
La macchina parte senza voltarsi. Pietro esce, le mette sulle spalle la giacca e la porta dentro.
Non prendere freddo, le dice. Cambiati.
Lei va in camera, si riveste. Torna, si siede e si avvolge tra le braccia del marito.
Non piangere, mormora lui. Passerà.
Non credo. Questa volta ha chiuso. È finita, Pietro.
Pietro non risponde. Le accarezza la schiena. Lei piange, poggiata a lui, senza parole. Il temporale scuote le finestre.
Poi Gianna si asciuga le lacrime.
Forse ha ragione? Siamo egoisti?
No. Vogliamo solo vivere a modo nostro. Anche dopo i cinquantanni, la vita ha valore. Non dobbiamo diventare ombre solo perché siamo invecchiati.
Ma lui è nostro figlio. Lunico.
Non so dirti come si farà. Ma non cederemo. Sarebbe la fine, per noi. Moriremmo prima di tempo.
Lei capisce che ha ragione. Ma non pesa meno il dolore.
Trascorre un altro mese. Matteo non chiama. Gianna ci prova: Matteo, ci manchi. Vieni a trovarci, ti prego. Silenzio. Altro messaggio: Saluta Elisa, dì che venisse, saremmo felici. Niente.
Matteo li ha tagliati fuori. Un dolore diverso, che le torce il petto di notte.
Pietro lo sente ma dice nulla. In garage lavora ancora, ma è più muto, chiuso. A volte si siede fuori sul gradino e guarda la strada. Sta aspettando, lo sa.
Un giorno Pietro entra in garage e si blocca. Chiama Gianna, spaventato.
Che è successo?
Sta lì, nel mezzo, a fissare nel vuoto: al posto della sedia restaurata, ora solo una chiazza libera.
Dovè la sedia? Lhai presa tu?
No. Io no. Perché?
Cercano dappertutto: niente sedia.
Hanno rubato? azzarda lei.
Chi viene qui a rubare? scuote la testa lui. Qui nessuno ha mai toccato niente.
Si guardano, freddi.
Matteo, lei sussurra.
Pietro non parla, entra in casa infuriato. Prende il telefono, chiama e mette il vivavoce. I toni squillano, poi risponde Matteo.
Sì?
Dovè la sedia?
Quale sedia?
Lo sai quale. Quella che ho restaurato. Dovè?
Silenzio. Matteo risponde freddo:
Lho portata via. Lultima volta che sono venuto. Mentre eravate in orto.
Gianna si tappa la bocca per non urlare. Pietro è bianco, tremante.
Coshai fatto?
Quello che andava fatto. Ho buttato via quellimmondizia. Basta rischiare la salute per delle sciocchezze.
Era la sedia di mia madre, mormora Pietro, la voce rotta. Era tutto quel che mi restava di lei.
Lungo silenzio. Finalmente Matteo, esitante:
Non lo sapevo
Non hai chiesto. Hai deciso da solo, in casa mia. Capisci cosa hai fatto?
Papà, pensavo fosse solo il solito ciarpame
Sparisci, dice Pietro. Non ti voglio vedere né sentire. Non ho più un figlio.
Papà, ma
Lui lascia il telefono sul divano. Gianna si avvicina.
Matteo, dice con una voce che non riconosce, non dovevi farlo.
Mamma, scusa non sapevo fosse la sedia della nonna…
Anche se non lo sapevi, non era tua. Non tuo il diritto di scegliete. Non la casa, né la vita. Hai passato il segno, Matteo.
Volevo solo il meglio
Per te, non per noi. Non funzionerà.
Spegne il telefono. Pietro non esce dalla camera fino a sera. Lei bussa, chiama. Niente. Cena da sola. Torna alla porta.
Pietro, suplica, ti prego, apri.
Silenzio. Poi la porta si apre. Pietro piange.
Sono andato a cercare la sedia in discarica. Tutto distrutto, bruciato.
Vieni qui, lo abbraccia. Lui si lascia stringere: due vecchi, senza più figlio né memoria.
Non è la sedia il punto, sussurra lui. È finito. Lui si è tirato fuori dalla nostra vita.
Pietro, è sempre nostro figlio…
Era, Gianna. Era.
Non risponde più. Lei si siede accanto, pulisce la polvere di un mobile, lavora in silenzio. Il sole filtra tra le tende. La vita va avanti, comunque.
Lestate arriva. La vicina Marta porta un cesto di lamponi, si siede.
Come va?
Così, risponde Gianna. Matteo non si fa vedere.
Per i mobili? azzarda Marta. Lascia stare, i giovani non capiscono. Credono che letà sia attesa della morte. Ma noi siamo ancora vivi. Fate bene a non mollare.
Hai ragione, Gianna ci crede, ora.
Marta va via. Pietro si siede accanto a lei.
Che pensi?
Che abbiamo ragione, Pietro. A viverla come ci pare.
Lui le stringe la mano.
Non cè altro modo.
Al tramonto sono lì, mano nella mano, a guardare il sole scendere. Da qualche parte, adesso distante, vive il loro figlio. Sanno che forse non ritornerà. Che certi strappi non si cuciono. Ma la vita continua. Cè ancora lavoro in garage, pomodori e fiori nellorto, il tetto sopra la testa. Ci sono loro due. Non sarà felicità forse. Ma è vita. Vera, anche a settantanni.
In autunno Gianna restaura un vecchio trucco trovato da Giulio. Pietro allinizio brontola; poi si appassiona. Insieme lo riportano a nuova vita. La stanza cambia, diventa calda.
Gianna, hai mani doro.
Anche le tue. Siamo una squadra.
Lui sorride, la bacia sulla fronte.
Una vera squadra.
Il telefono squilla tardi. Gianna risponde.
Mamma? la voce tremante di Sara. Mamma, sono Sara. Matteo è in ospedale.
Il cuore le balza.
Cosa è successo?
Incidente. Tornando dal lavoro lo hanno tamponato, è in rianimazione. I medici dicono che si stabilizzerà, ma… Venite, per favore.
Guarda Pietro: lui si irrigidisce.
È grave?
Non so. Sara chiede aiuto.
Vai pure, dice Pietro. Se vuoi.
Pietro, è nostro figlio!
Si è escluso da solo.
Ma ha bisogno di noi.
Vai, Gianna. Chiama quando arrivi.
Lei fa la valigia veloce, prende il taxi. Pietro la accompagna al cancello, labbraccia.
Facci sapere.
Arriva allalba allospedale. Sara la aspetta, la stringe in lacrime.
Grazie di essere venuta. Ha chiesto di voi. Anche di papà.
Posso vederlo?
Verso le nove.
Sara le trova una poltrona, le porta del tè. Gianna aspetta guardando fuori, pensa che il figlio poteva morire senza aver fatto pace.
Alle nove la fanno entrare. Matteo è pallido, fasciato, un braccio ingessato. Appena la vede, gli brillano gli occhi.
Mamma, perdonami.
Zitto, Gianna gli prende la mano. Adesso riposa.
Mamma, ho capito tutto. Ho sbagliato, tanto. Parla tu a papà…
Gli dirò tutto. Stai tranquillo.
Lui chiude gli occhi, le tiene la mano. Gianna pensa quanto la vita sia fragile. Serve rischiare di perder tutto, a volte, per capire.
La chiama a Pietro.
Sta meglio, sopravviverà.
Bene, risponde lui. Meglio così.
Vuole il tuo perdono.
Non sono pronto.
Pietro…
Non insistere. Faccia la sua convalescenza. Poi vedremo.
Chiude la chiamata. Lei resta a guardare la pioggia. Certi dolori non si rimarginano. Restano cicatrici.
Passa una settimana. Matteo si ristabilisce. Piange ogni volta che la madre lo visita.
Mamma, comprerò a papà una sedia nuova, la lavorerò io.
Non è questione di sedia, Matteo. È di rispetto.
Ora ho capito. Ho rispetto per voi, la vostra vita.
Lei ci crede. Ma sa che Pietro non perdona così.
Quando torna a casa, Pietro la aspetta.
Ci sei mancata.
Anche tu, Pietro. Ma dobbiamo parlare.
Lei racconta: le scuse di Matteo, la voglia di rimediare. Pietro ascolta serio.
E che vuoi da me?
Che lo perdoni. È nostro figlio.
Non siamo in guerra. Semplicemente non parliamo. Se vuole tornare, dovrà mostrarlo coi fatti.
E come?
Che ci pensi lui.
Se ne va in garage. Lei resta sola. Capisce entrambi, ma non sa come riunirli.
Arriva la primavera. Matteo chiama la madre. Mai Pietro. Finché, una mattina radiosa, Gianna trova una macchina davanti al cancello. Escono degli uomini, scaricano qualcosa.
Matteo? Che fai?
Lui sorride.
Mamma, è per papà. Lho fatto io. Ho preso lezioni da un artigiano, ci ho messo tre mesi. Ho restaurato una sedia antica, il più simile possibile a quella di nonna. So che non è la stessa, ma voglio dimostrargli che rispetto il suo lavoro. Mai più deciderò per lui.
Lei lo abbraccia in lacrime.
Grazie, Matteo.
Papà è in garage?
Vai da lui.
Matteo porta la sedia in garage, lei lo segue senza entrare. Pietro è chino sul banco. Si volta, vede il figlio e la sedia. Non dice niente.
Papà, dice Matteo, questa lho fatta io. So che non sostituisce quella di nonna. Ma volevo farti capire che adesso rispetto ciò che fai. E che non deciderò mai più sulle tue cose. Perdono, papà.
Pietro tace, osserva la sedia, poi il figlio. Le dita scorrono sul legno.
Ottimo lavoro, commenta. Vernice stesa bene, intaglio pulito.
Grazie… balbetta Matteo. Mi perdoni?
Pietro gli regge lo sguardo.
Vedremo, Matteo. Vedremo.
Non è sì, ma non è no. È già qualcosa. Le ferite non scompaiono, ma forse possono diventare solo cicatrici.
Matteo riparte in giornata. Pietro passa ore accanto a quella sedia, la osserva. Poi dice a Gianna:
Ci ha messo impegno.
Sì.
Allora ha capito davvero.
Credo di sì.
Si stringono. Può venire, ma senza farci la morale. E senza decidere per noi.
Daccordo, sorride lei, asciugandosi le lacrime.
Rimangono lì, abbracciati, mentre il sole filtra e la primavera riempie laria. La vita continua, con le sue gioie e dolori, le cicatrici, le riconciliazioni. La famiglia non è un fatto scontato; è un lavoro quotidiano. Imparare ad ascoltarsi, rispettarsi, perdonarsi. E, talvolta, lasciarsi andare per poi ritrovarsi.
La sera sono sul portico, mano nella mano. Bevendo il tè, osservano il tramonto. Nessuna parola, solo il silenzio che conforta. Basta questo.
Gianna, domani inizio a lavorare sul cassettone quello dellaltro mese. Vale la pena.
Inizia pure, ti aiuto anchio.
Lui stringe la mano. Restano lì, nella dolce notte di primavera. Un cane latra in lontananza, il vento muove le foglie. E loro hanno tutto ciò che conta: la casa, le mani esperte, i cuori vivi. E domani, un nuovo giorno, scelto solo da loro.





