Alessandro noleggiò una vecchia Fiat 500 nel pomeriggio in cui la moglie fu dimessa dall’ospedale; la portarono nella casa accanto al vicino, Gianni, come se fosse un carico di nuvole leggere.
«Andrà tutto bene», le sussurrò, «vivi solo, resta qui a parlare con me. Vivi, piccolina, e io troverò la maniera di ricomporre il mondo. Non lasciarmi, colomba mia…!»
Gine, a trenta‑cinque anni, credeva che la gioia femminile le fosse negata, ma il destino aveva un altro sogno da raccontarle. Si incontrarono quando entrambi avevano quasi quarant’anni. Alessandro era vedovo da tre anni, Ginevra non aveva mai sposato, ma aveva già un figlio. Come dice il proverbio, “ha partorito per sé stessa”. Da giovane aveva avuto una relazione con il bello e scuro Alessio, che le aveva promesso matrimonio e l’aveva incantata. Lei credette alle sue parole vuote, e solo più tardi scoprì che l’uomo di città era già sposato.
Un giorno la legittima moglie di Alessio, Marta, bussò alla porta di Ginevra chiedendole di non frantumare un’altra famiglia. Ginevra, inesperta e timorosa, si arrese, ma non abbandonò il bambino.
Così fu: partorì Eugenio, unico conforto e speranza. Eugenio crebbe educato, studiò bene, finì le superiori e si iscrisse all’Università degli Studi di Siena, faccoltà di Economia. Alessandro fece visita più volte, proponendo di unire le loro vite. Ginevra esitava, pur trovandolo affascinante. Un pomeriggio, imbarazzata per il figlio, desiderò finalmente la felicità. Eugenio, allora, le parlò con voce decisa: «Mamma, non vivrò più sotto lo stesso tetto. Zio Alessandro è un uomo affidabile, purché non ti ferisca. Il mio desiderio è che tu sia felice». Anche il figlio di Alessandro acconsentì.
E vissero così, con una piccola cerimonia, un banchetto semplice, una libreria di paese dove Ginevra lavorava, e Alessandro, agronomo, che curava i campi. Gestivano il casolare, le pecore, l’orto, e si amavano con rispetto, sebbene il destino non avesse voluto figli per loro.
I due figli si sposarono, i nipoti arrivarono, e ad ogni festa preparavano uova di casa, latte, panna, maiale e pollo. Nelle loro dimore si radunavano tantissimi ospite; al tavolo Alessandro e Ginevra sorridevano, felici di avere con chi brindare.
Solo la sera, quando la coppia anziana si sdraiava, ogniuno pensava silenzioso: «Vorrei lasciare questo mondo per primo… e non sentirmi mai più solo».
Gli anni passarono, e un giorno la sventura bussò. La mattina, mentre Ginevra iniziava a cuocere una zuppa di barbabietole, la nausea la colpì, cadde sul pavimento. Alessandro, con l’aiuto dei vicini, chiamò l’ambulanza. I medici dissero che un ictus l’aveva colpita: tutti i sensi erano intatti, salvo la capacità di camminare. Eugenio arrivò con la moglie, portò denaro per le cure e poi ripartì.
Alessandro prese di nuovo l’auto, la stessa Fiat 500, e accanto alla moglie dimessa dal reparto, la portarono nella casa accanto al vicino.
«Andrà tutto bene», ripeté, «vivi solo, resta qui a parlare con me. Vivi, colomba mia, e io troverò la strada. Non abbandonarmi…!»
Alessandro curava la moglie con devozione; dopo un mese lei si mise su una sedia a rotelle, aiutandolo in cucina. Pulivano patate e carote, setacciavano i fagioli, persino il pane lievitava sotto le loro mani. Di sera discutevano del futuro, della prossima inverno. Alessandro non aveva più forza per tagliare la legna.
«Forse i figli ci prenderanno per l’inverno, e in primavera e estate potremmo avere un po’ di tregua…» sussurrava.
Nel weekend arrivò Eugenio con la moglie Oliva; la nuora, osservando la stanza, concluse: «Dovrete separarvi, colombe. Prenderemo la mamma la prossima settimana e prepareremo la stanza. E arriveremo».
Alessandro, quasi a sussurro, rispose: «E noi? Non ci siamo mai lasciati. Come può succedere?».
«Era prima, quando avevate la forza di gestire la casa da soli; ora è diverso. Lasciate che anche il figlio vi porti a casa sua. Nessuno vi separerà».
Eugenio e Oliva tornarono a casa; Alessandro e Ginevra sospirarono amaramente, immaginando il domani. Ogni notte, mentre si addormentavano, sognavano di non svegliarsi più, per non vedere più tutto questo.
Il fine settimana successivo arrivarono i due figli, cominciarono a raccogliere le cose. Alessandro sedeva accanto al letto di Ginevra, la fissava, rivivendo gli anni giovanili, e pianse. Si avvicinò alla moglie malata, le sussurrò:
«Perdonami, Ginevra, per tutto ciò che è accaduto… forse non abbiamo curato abbastanza i nostri figli. Ci hanno separati come cuccioli abbandonati. Perdona. Ti amo…».
Ginevra volle accarezzare la guancia di lui, ma le sue forze erano finite. Alessandro si alzò, asciugandosi le lacrime con il braccio, poi salì sull’auto senza più pulire via le tracce del pianto.
Il figlio, la moglie e il vicino avvolsero Ginevra in una coperta, la portarono fuori dalla casa, trascinandola a testa in giù, come se fosse un gesto simbolico. La donna malata non si oppose; il suo spirito si dissolse quando Alessandro se ne andò. Non volle più arrivare al tramonto.
Una settimana dopo, in un pomeriggio d’autunno soleggiato, proprio il giorno della festa di Ognissanti, il loro sogno si compì. Ginevra e Alessandro si incontrarono in un altro mondo, dove le nebbie si trasformavano in coriandoli e le stelle cantavano una ninna nanna di ricordi.