Non aver seppellito il passato – Metti il cappello, fuori ci sono dieci gradi sotto zero. Ti ammalerai. Maria porse il berretto di lana, proprio quello blu con il pompon che Valentina aveva scelto con cura al negozio un mese prima. – Non sei mia madre! Capito? L’urlo spezzò il silenzio dell’ingresso. Valentina scaraventò il cappello a terra con una rabbia velenosa, come fosse un oggetto infetto. – Valentina, io volevo solo… – E non lo sarai mai! Hai capito? Mai! La porta d’ingresso sbatté con un tonfo. I vetri tremarono nei telai e un’ondata di aria gelida si diffuse per tutta la casa dalla tromba delle scale. Maria restò immobile nell’ingresso. Il cappello giaceva ai suoi piedi: stropicciato, inutile, quasi ridicolo. Le lacrime le inondarono la gola, calde e rabbiose. Si morse il labbro, alzò lo sguardo al soffitto. Non piangere. Proprio adesso no… Sei mesi prima immaginava una vita diversa. Cene familiari raccolte, conversazioni sincere, forse qualche gita insieme fuori città. Sergio parlava della figlia in toni dolci: intelligente, sensibile, solo un po’ chiusa dopo la perdita della mamma. «Le serve tempo,» diceva. «Si scioglierà.» Il tempo passava. Ma Valentina restava fredda. Dal primo giorno in cui Maria era entrata in quell’appartamento, non più da ospite ma da moglie, la ragazza aveva innalzato una barriera. Ogni tentativo di avvicinarsi si scontrava contro un muro di ghiaccio. Offrire aiuto per i compiti? «Faccio da sola.» Proporre una passeggiata? «Non ho tempo.» Un complimento sulla nuova pettinatura? Uno sguardo lungo, sprezzante, e silenzio. – Io una mamma ce l’ho – sentenziò Valentina al secondo giorno della loro convivenza. Erano a colazione, Sergio era in ritardo per il lavoro e inghiottiva il caffè in fretta. – Ce l’ho avuta e ci sarà sempre. Tu qui non sei nessuno. Sergio tossì. Bisbigliò qualcosa per smorzare la tensione. Maria sorrise – un sorriso tirato, quasi una smorfia – e tacque. Con il tempo peggiorò soltanto. Valentina non urlava più davanti al padre. Era diventata più sottile. Passava accanto a Maria senza nemmeno guardarla. Rispondeva a mezza bocca, ostile. Usciva dalla stanza appena Maria entrava. – Papà era diverso, – buttò lì Valentina a cena un giorno. – Prima di te era normale. Parlavamo. Ora… Non finì la frase. Abbassò la testa sul piatto. Ma Sergio impallidì e Maria posò la forchetta – il boccone le si fermò in gola. Sergio vagava fra loro come una preda braccata. La sera veniva da Maria – nella loro camera, anche se lei non riusciva ancora a chiamarla “sua” – e le chiedeva di avere pazienza. – È solo una bambina. Soffre. Dagli tempo. Poi andava da Valentina e le chiedeva di essere più gentile. – Maria è una brava persona. Ci sta provando. Dai una possibilità. Maria ascoltava tutto attraverso il muro. La voce di Sergio – stanca, spezzata. Le risposte di Valentina – brevi, amare, taglienti. L’uomo era dilaniato. Lo si vedeva dalla ruga profonda sulla fronte, diventata ormai cronica. Dai sussulti ogni volta che le due erano nella stessa stanza. Dalle occhiaie scure che non riusciva più a nascondere. Ma scegliere non poteva. O magari non voleva. Maria raccolse il cappello da terra. Lo aggiustò distrattamente e lo rimise all’attaccapanni. Andò in salotto e si bloccò sulla soglia, come sempre… Fotografie. Decine di fotografie incorniciate: sugli scaffali, alle pareti, sul davanzale. Una donna bionda dal sorriso dolce. La stessa donna con la piccola Valentina in braccio. Con Sergio – giovane, felice, irriconoscibile. Matrimonio. Vacanze. Feste. Elena. La prima moglie. La defunta… I suoi abiti erano ancora negli armadi. Vestiti, maglioni, sciarpe – piegati con cura, profumati di lavanda. I suoi trucchi erano nella mensola del bagno. Le sue ciabatte rosa, soffici, ferme all’ingresso. Come se la padrona di casa fosse semplicemente uscita a comprare il pane e stesse per tornare. – La mamma cucinava meglio, – sentenziava Valentina a ogni pranzo. – La mamma non lo avrebbe mai fatto. – Alla mamma non sarebbe piaciuto. Ogni paragone era uno schiaffo. Maria sorrideva, annuiva, inghiottiva il dispiacere insieme a un boccone. Ma passava le notti sveglia a domandarsi: come si compete con un fantasma? Con il ricordo ideale di una donna che diventa ogni anno più perfetta? Sergio amava ancora Elena. L’aveva capito da tempo. Guardava le sue foto con una nostalgia che faceva male. Ascoltava i racconti di Valentina sulla madre – e il suo viso cambiava, irraggiungibile. E lei? Chi era per lui? Un tentativo di andare avanti? Un antidoto alla solitudine? O soltanto una donna comoda, capitata lì al momento giusto? La sera, quando Sergio si addormentava, Maria fissava il soffitto buio di una casa che non era la sua. Sentiva – chiaro, implacabile – che quel matrimonio era spacciato. Che Sergio l’aveva sposata senza aver seppellito il passato. Che Valentina non l’avrebbe mai accettata. E soprattutto che forse aveva commesso il più grande errore della sua vita. Questo pensiero si era fatto cristallino tra le tre e le quattro di notte, ancora una volta insonne a sentire il respiro regolare di Sergio. Lui dormiva. Si girava verso la parete e si addormentava in un attimo. Lei restava lì, con il soffitto, le ombre dei lampioni, la foto di Elena che Sergio non aveva mai tolto dal comò. Basta. La decisione arrivò fredda, quasi con sollievo. La lucida consapevolezza che quella battaglia era persa. Non si può vincere sulla memoria. Non si può occupare il posto di una donna che sarà sempre santa per quella famiglia. Maria si sedette sul letto. Sergio continuava a dormire. Tre giorni dopo presentò la domanda. Da sola, senza avvocato, senza preavviso. Andò in comune con i documenti, compilò con calma il modulo, firmò. L’impiegata la guardò con sguardo abituato – di donne così ne vedeva a decine ogni giorno. – Maria… Sergio trovò le carte la sera. Restò in cucina con il foglio in mano, pallido, incredulo. – Cosa vuol dire questo? – È scritto tutto lì. – Maria continuava a lavare i piatti. – Ho chiesto il divorzio. – Perché? Così, senza parlarne… – E che c’è da parlare, Sergio? Chiuse l’acqua. Si asciugò le mani. Si voltò verso il marito. – Sono stanca di vivere in un museo. Di essere sempre la seconda. Di vedere come guardi le sue fotografie. Di sentire da tua figlia che sono nessuno. – Valentina è solo una bambina, non capisce… – Valentina capisce benissimo. E anche tu. Solo che non lo vuoi ammettere. Sergio si avvicinò. Le prese le spalle – piano, come se rischiasse di romperla. – Maria, parliamone. Possiamo sistemare tutto. Parlerò con Valentina, toglierò le fotografie, ricominciamo da capo… – Tu la ami ancora. Non era una domanda. Maria guardò negli occhi il marito e vide già la risposta. – Tu ami ancora Elena. Io, per te, cosa sono? Una sostituta? Una compagna? Quella che cucina e lava i calzini? – Non è vero… – Allora dimmi che non la ami più. Dimmi che l’hai dimenticata. Dai. Silenzio. Sergio lasciò le spalle e fece un passo indietro. Il suo viso, spento dalla fatica, invecchiò di anni in un attimo. Maria annuì. Non si aspettava altro. Valentina stava nella sua stanza. La porta socchiusa – apposta o per caso, chi lo sa. Ma mentre Maria passava, la ragazza sollevò lo sguardo dal telefono. E sorrise. Appena, appena agli angoli della bocca. Soddisfatta. Aveva vinto lei. Le ore seguenti furono un rituale meccanico. Armadi. Stampelle. Valigie. Il vestito che Sergio aveva preso per l’anniversario – tre mesi prima, una vita fa. Il profumo scelto dopo mezz’ora tra i tester. Il libro che avevano iniziato insieme e mai finito. Maria piegava i vestiti con attenzione, stendendo ogni piega. Non pensare. Non ricordare. Solo fare. La sera fu infinita. Maria seduta sul letto, con le valigie pronte. Due valigie – tutto ciò che restava del suo tentativo di costruire una famiglia. Alle otto di sera Maria se ne andò. Aveva già chiamato il taxi, trascinato giù le valigie da sola – l’ascensore silenzioso, nessuna porta che cigolava nel pianerottolo. Lasciò le chiavi sul mobile all’ingresso. Il tassista caricò le valigie e si mise in viaggio. Maria non si voltò mai. La città era vuota e distante. I lampioni accesi, pochi passanti verso la metropolitana. Da qualche parte, alle sue spalle, c’era un appartamento pieno di fantasmi e di fotografie. C’erano Sergio con il suo amore mai sopito e Valentina fedele fino all’ostilità a sua madre. Maria guardava fuori dal finestrino e respirava. La prima volta da mesi, respirava. La solitudine spaventava. Ma vivere all’ombra di un fantasma la spaventava di più. Stava ricominciando da zero. Senza marito, senza famiglia, senza illusioni. Ma almeno – senza il confronto eterno con una donna perfetta che ormai non c’era più.

Indossa il cappello, fuori ci sono meno dieci gradi. Ti ammali, fidati.

Giulia le porgeva il cappello di lana proprio quello, blu con il pompon, che Beatrice aveva scelto personalmente in negozio un mese fa.

Non sei mia madre, va bene?

Lurlo ruppe il silenzio dellingresso. Beatrice scagliò il cappello a terra con una rabbia che sembrava quasi la volesse avvelenare.

Bea, volevo solo
E non lo sarai mai! Capito? Mai!

La porta dingresso sbatté. I vetri vibrarono, e nellappartamento si infilò una raffica di aria gelida dalla tromba delle scale.

Giulia rimase lì, immobile, nellingresso. Il cappello ai suoi piedi, storto, inutile. Le lacrime bruciavano la gola, calde di rabbia e tristezza. Si morsicò le labbra, inclinò la testa allindietro e fissò il soffitto. Non piangere. Non ora

Sei mesi fa si aspettava una vita completamente diversa. Cene in famiglia, chiacchierate a cuore aperto, magari qualche gita insieme nei dintorni di Firenze. Andrea parlava di sua figlia come se fosse una perla rara intelligente, sensibile, solo un po chiusa da quando aveva perso la madre. Devi darle tempo, diceva. Si scioglierà. Ma il tempo passava, e Beatrice non cambiava mai.

Dal primo giorno in cui Giulia aveva varcato quella soglia non più da ospite, ma da moglie, la ragazza si era blindata. Qualunque tentativo di avvicinarla si scontrava con muri di ghiaccio. Faccio da sola alle offerte di aiuto con i compiti. Non ho tempo agli inviti a fare due passi. Quando provava a farle un complimento, otteneva solo occhiate lunghe, sprezzanti e silenziose.

Ho una mamma, aveva proclamato Beatrice al secondo giorno che vivevano insieme.
Stavano facendo colazione, Andrea era già in ritardo, ingollando al volo il caffè.

Ce lho e la avrò sempre. Tu qui non sei nessuno.

Andrea tossì, masticando qualcosa che voleva essere una frase di pace. Giulia forzò mezzo sorriso più una smorfia e tacque.

Da lì era solo peggiorato.

Beatrice non alzava più la voce davanti al padre. Agiva sottotraccia. Passava accanto a Giulia facendola sparire nel suo campo visivo. Rispondeva a monosillabi tra i denti. Usciva di proposito dalla stanza appena Giulia entrava.

Papà era diverso, aveva detto una sera, davanti alla pasta. Prima di te era normale. Parlavamo. Ora…
La frase si era persa nel piatto, ma Andrea aveva sbiancato. Giulia aveva appoggiato la forchetta: non riusciva più a buttar giù un boccone.

Andrea sembrava un animale in trappola. La sera entrava in camera loro anche se Giulia non riusciva mai a sentirla davvero sua e supplicava:

È solo una ragazzina. Sta soffrendo. Abbi pazienza, ti prego.

Poi andava a parlare con Beatrice, con lo stesso tono supplice:

Giulia è una brava donna. Ci sta provando. Cerca almeno di accettarla.

Giulia sentiva quei dialoghi filtrare attraverso le pareti sottili. La voce di Andrea sfinita e stanca. Le risposte di Beatrice taglienti, nervose, fredde.

Lui era lacerato dentro. Lo leggevi dalla ruga sulla fronte, sempre più profonda. Dal modo in cui trasaliva quando Giulia e Beatrice restavano da sole nella stessa stanza. Dalle occhiaie che scavavano il suo viso, sempre più stanco.

Ma schierarsi, no. Non ci riusciva. O forse non voleva.

Giulia raccolse il cappello dal pavimento. Lo scrollò meccanicamente e lo appese al gancio. Passò in soggiorno e, come sempre, si bloccò sulla soglia…

Fotografie. Decine di foto in cornice: sugli scaffali, sulle pareti, al davanzale. Una donna bionda col sorriso dolcissimo. Lei, con una piccola Beatrice in braccio. Insieme ad Andrea giovane, rilassato, irriconoscibile rispetto a oggi. Foto del matrimonio, delle vacanze, delle feste.
Sofia. La prima moglie. La ormai scomparsa Sofia

Le sue cose erano ancora tutte lì, negli armadi. Vestiti, maglioni, foulard tutto piegato ordinatamente e profumato di lavanda. I suoi cosmetici allineati in bagno, su uno scaffale apposta. Le sue ciabatte rosa, pelose, aspettavano vicino alla porta. Come se la padrona fosse solo scesa in panetteria e dovesse tornare da un momento allaltro.

La mamma lo cucinava meglio di te, buttava lì Beatrice a pranzo.
La mamma non avrebbe mai fatto così.
Alla mamma questa cosa non sarebbe piaciuta.

Ogni confronto era un pugno alla bocca dello stomaco. Giulia sorrideva, annuiva, ingoiava tutto insieme al cibo. Ma la notte restava sveglia a fissare il soffitto e pensava: come fai a lottare contro un fantasma? Contro una memoria che, col tempo, si è fatta mito?

Andrea amava ancora Sofia. Giulia se nera accorta subito. Lo vedeva fissare quelle foto con un dolore acuto che ti fermava il respiro. Quando Beatrice raccontava cose sulla madre, Andrea si rabbuiava, diventava chiuso, diverso.

E Giulia? Cosa rappresentava per lui? Una via di fuga? Una medicina contro la solitudine? O semplicemente una donna disponibile, arrivata al momento giusto?

Ogni notte, Andrea si addormentava in due minuti, girato verso il muro. E Giulia restava sveglia, in quel letto che non sentiva mai suo, con le ombre dei lampioni e la foto di Sofia sempre lì sul comò Andrea non laveva mai tolta.

Basta.

La decisione arrivò improvvisa, gelida e limpida: questa battaglia non poteva vincerla. Non puoi sconfiggere un ricordo. Non puoi prendere il posto della donna che, per quella famiglia, resterà sempre sacra.

Giulia si mise seduta sul letto. Andrea dormiva, intoccabile.

Tre giorni dopo entrò in Comune. Da sola, senza avvocato, senza tante parole. Si presentò allo sportello con la carta didentità e il certificato di matrimonio. Compilò i moduli con una grafia ferma e, alla firma, la dipendente le lanciò uno sguardo solidale probabilmente ne vedeva tanti, ogni giorno.

Giuli…

Andrea trovò i documenti la sera stessa, in cucina. Rimase immobile, imbambolato con le carte in mano, pallido.

Che significa?
È tutto scritto lì. Giulia continuò a lavare i piatti. Ho chiesto la separazione.
Ma come? Perché? Non ne abbiamo nemmeno parlato
E che cè da dire, Andrea?

Chiuse il rubinetto. Si asciugò le mani. Lo guardò dritto negli occhi.

Sono stanca di vivere in un museo. Di essere la seconda scelta. Sono stanca di vederti fissare le sue foto ogni giorno. Stanca di sentirmi dire da tua figlia che non valgo niente.
Beatrice è una bambina, non può capire
Capisce benissimo. E anche tu, solo che non hai il coraggio di ammetterlo.

Andrea si avvicinò. Le prese le spalle con delicatezza, come qualcosa che rischia di rompersi.

Giulia, parliamone. Posso cambiare le cose. Parlerò con Bea, tolgo le foto. Iniziamo da capo
Tu la ami.

Non era una domanda. Giulia lo fissò negli occhi e vide la risposta che Andrea non aveva la forza di dire a voce.

Ami ancora Sofia. E io, allora, cosa sono? Un rimpiazzo? Una compagna di solitudine? Una donna che cucina e stira?
Non è vero
Allora dillo! Dillo che non la ami più. Dai.

Silenzio.

Andrea lasciò la presa e fece un passo indietro. Il volto smorto, scavato invecchiò allimprovviso di dieci anni.

Giulia annuì. Non si aspettava altro.

Beatrice era in camera sua. La porta socchiusa solo Dio sa se per caso o di proposito. Quando Giulia passò, la ragazza alzò per un attimo lo sguardo dal telefono e sorrise. Un sorriso piccolo, quasi invisibile. Ma trionfante.
Aveva vinto lei.

Le ore successive furono tutte un automatismo. Armadio. Grucce. Valigia. Il vestito che Andrea le aveva regalato allanniversario tre mesi prima, che ormai sembravano passati anni. Il profumo che lui aveva scelto dopo mezzora di tentativi in profumeria. Il libro iniziato insieme e mai finito.

Giulia piegava tutto con cura, togliendo ogni grinza. Non pensava. Non ricordava. Impacchettava e basta.

La sera sembrava non finire mai. Giulia seduta sul letto, con le valigie già pronte accanto. Due valigie: tutto ciò che era rimasto del tentativo di costruire una famiglia.
Se ne andò alle otto di sera.

Aveva prenotato il taxi in anticipo, portato giù le valigie da sola lascensore non fece un rumore, nessuna porta nel condominio si aprì. Lasciò le chiavi ben visibili sulla credenza dellingresso.

Lautista le diede una mano a caricare la roba e si partirono. Giulia non si voltò indietro nemmeno una volta.
La città, la sera, sembrava vuota e ostile. I lampioni già accesi, pochi passanti frettolosi verso la fermata della tramvia. Dietro di sé lasciava quellappartamento pieno solo di fantasmi e fotografie. Andrea, col suo amore mai digerito, e Beatrice con la sua devozione feroce verso la madre.

Giulia fissava il finestrino del taxi e respirava. Per la prima volta in sei mesi, respirava davvero.
La solitudine faceva paura. Ma vivere allombra di un fantasma la spaventava ancora di più.
Stava ricominciando. Da zero. Senza marito, senza famiglia, senza illusioni.
Ma almeno senza dover più competere con una donna perfetta che non esisteva più.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eight − one =

Non aver seppellito il passato – Metti il cappello, fuori ci sono dieci gradi sotto zero. Ti ammalerai. Maria porse il berretto di lana, proprio quello blu con il pompon che Valentina aveva scelto con cura al negozio un mese prima. – Non sei mia madre! Capito? L’urlo spezzò il silenzio dell’ingresso. Valentina scaraventò il cappello a terra con una rabbia velenosa, come fosse un oggetto infetto. – Valentina, io volevo solo… – E non lo sarai mai! Hai capito? Mai! La porta d’ingresso sbatté con un tonfo. I vetri tremarono nei telai e un’ondata di aria gelida si diffuse per tutta la casa dalla tromba delle scale. Maria restò immobile nell’ingresso. Il cappello giaceva ai suoi piedi: stropicciato, inutile, quasi ridicolo. Le lacrime le inondarono la gola, calde e rabbiose. Si morse il labbro, alzò lo sguardo al soffitto. Non piangere. Proprio adesso no… Sei mesi prima immaginava una vita diversa. Cene familiari raccolte, conversazioni sincere, forse qualche gita insieme fuori città. Sergio parlava della figlia in toni dolci: intelligente, sensibile, solo un po’ chiusa dopo la perdita della mamma. «Le serve tempo,» diceva. «Si scioglierà.» Il tempo passava. Ma Valentina restava fredda. Dal primo giorno in cui Maria era entrata in quell’appartamento, non più da ospite ma da moglie, la ragazza aveva innalzato una barriera. Ogni tentativo di avvicinarsi si scontrava contro un muro di ghiaccio. Offrire aiuto per i compiti? «Faccio da sola.» Proporre una passeggiata? «Non ho tempo.» Un complimento sulla nuova pettinatura? Uno sguardo lungo, sprezzante, e silenzio. – Io una mamma ce l’ho – sentenziò Valentina al secondo giorno della loro convivenza. Erano a colazione, Sergio era in ritardo per il lavoro e inghiottiva il caffè in fretta. – Ce l’ho avuta e ci sarà sempre. Tu qui non sei nessuno. Sergio tossì. Bisbigliò qualcosa per smorzare la tensione. Maria sorrise – un sorriso tirato, quasi una smorfia – e tacque. Con il tempo peggiorò soltanto. Valentina non urlava più davanti al padre. Era diventata più sottile. Passava accanto a Maria senza nemmeno guardarla. Rispondeva a mezza bocca, ostile. Usciva dalla stanza appena Maria entrava. – Papà era diverso, – buttò lì Valentina a cena un giorno. – Prima di te era normale. Parlavamo. Ora… Non finì la frase. Abbassò la testa sul piatto. Ma Sergio impallidì e Maria posò la forchetta – il boccone le si fermò in gola. Sergio vagava fra loro come una preda braccata. La sera veniva da Maria – nella loro camera, anche se lei non riusciva ancora a chiamarla “sua” – e le chiedeva di avere pazienza. – È solo una bambina. Soffre. Dagli tempo. Poi andava da Valentina e le chiedeva di essere più gentile. – Maria è una brava persona. Ci sta provando. Dai una possibilità. Maria ascoltava tutto attraverso il muro. La voce di Sergio – stanca, spezzata. Le risposte di Valentina – brevi, amare, taglienti. L’uomo era dilaniato. Lo si vedeva dalla ruga profonda sulla fronte, diventata ormai cronica. Dai sussulti ogni volta che le due erano nella stessa stanza. Dalle occhiaie scure che non riusciva più a nascondere. Ma scegliere non poteva. O magari non voleva. Maria raccolse il cappello da terra. Lo aggiustò distrattamente e lo rimise all’attaccapanni. Andò in salotto e si bloccò sulla soglia, come sempre… Fotografie. Decine di fotografie incorniciate: sugli scaffali, alle pareti, sul davanzale. Una donna bionda dal sorriso dolce. La stessa donna con la piccola Valentina in braccio. Con Sergio – giovane, felice, irriconoscibile. Matrimonio. Vacanze. Feste. Elena. La prima moglie. La defunta… I suoi abiti erano ancora negli armadi. Vestiti, maglioni, sciarpe – piegati con cura, profumati di lavanda. I suoi trucchi erano nella mensola del bagno. Le sue ciabatte rosa, soffici, ferme all’ingresso. Come se la padrona di casa fosse semplicemente uscita a comprare il pane e stesse per tornare. – La mamma cucinava meglio, – sentenziava Valentina a ogni pranzo. – La mamma non lo avrebbe mai fatto. – Alla mamma non sarebbe piaciuto. Ogni paragone era uno schiaffo. Maria sorrideva, annuiva, inghiottiva il dispiacere insieme a un boccone. Ma passava le notti sveglia a domandarsi: come si compete con un fantasma? Con il ricordo ideale di una donna che diventa ogni anno più perfetta? Sergio amava ancora Elena. L’aveva capito da tempo. Guardava le sue foto con una nostalgia che faceva male. Ascoltava i racconti di Valentina sulla madre – e il suo viso cambiava, irraggiungibile. E lei? Chi era per lui? Un tentativo di andare avanti? Un antidoto alla solitudine? O soltanto una donna comoda, capitata lì al momento giusto? La sera, quando Sergio si addormentava, Maria fissava il soffitto buio di una casa che non era la sua. Sentiva – chiaro, implacabile – che quel matrimonio era spacciato. Che Sergio l’aveva sposata senza aver seppellito il passato. Che Valentina non l’avrebbe mai accettata. E soprattutto che forse aveva commesso il più grande errore della sua vita. Questo pensiero si era fatto cristallino tra le tre e le quattro di notte, ancora una volta insonne a sentire il respiro regolare di Sergio. Lui dormiva. Si girava verso la parete e si addormentava in un attimo. Lei restava lì, con il soffitto, le ombre dei lampioni, la foto di Elena che Sergio non aveva mai tolto dal comò. Basta. La decisione arrivò fredda, quasi con sollievo. La lucida consapevolezza che quella battaglia era persa. Non si può vincere sulla memoria. Non si può occupare il posto di una donna che sarà sempre santa per quella famiglia. Maria si sedette sul letto. Sergio continuava a dormire. Tre giorni dopo presentò la domanda. Da sola, senza avvocato, senza preavviso. Andò in comune con i documenti, compilò con calma il modulo, firmò. L’impiegata la guardò con sguardo abituato – di donne così ne vedeva a decine ogni giorno. – Maria… Sergio trovò le carte la sera. Restò in cucina con il foglio in mano, pallido, incredulo. – Cosa vuol dire questo? – È scritto tutto lì. – Maria continuava a lavare i piatti. – Ho chiesto il divorzio. – Perché? Così, senza parlarne… – E che c’è da parlare, Sergio? Chiuse l’acqua. Si asciugò le mani. Si voltò verso il marito. – Sono stanca di vivere in un museo. Di essere sempre la seconda. Di vedere come guardi le sue fotografie. Di sentire da tua figlia che sono nessuno. – Valentina è solo una bambina, non capisce… – Valentina capisce benissimo. E anche tu. Solo che non lo vuoi ammettere. Sergio si avvicinò. Le prese le spalle – piano, come se rischiasse di romperla. – Maria, parliamone. Possiamo sistemare tutto. Parlerò con Valentina, toglierò le fotografie, ricominciamo da capo… – Tu la ami ancora. Non era una domanda. Maria guardò negli occhi il marito e vide già la risposta. – Tu ami ancora Elena. Io, per te, cosa sono? Una sostituta? Una compagna? Quella che cucina e lava i calzini? – Non è vero… – Allora dimmi che non la ami più. Dimmi che l’hai dimenticata. Dai. Silenzio. Sergio lasciò le spalle e fece un passo indietro. Il suo viso, spento dalla fatica, invecchiò di anni in un attimo. Maria annuì. Non si aspettava altro. Valentina stava nella sua stanza. La porta socchiusa – apposta o per caso, chi lo sa. Ma mentre Maria passava, la ragazza sollevò lo sguardo dal telefono. E sorrise. Appena, appena agli angoli della bocca. Soddisfatta. Aveva vinto lei. Le ore seguenti furono un rituale meccanico. Armadi. Stampelle. Valigie. Il vestito che Sergio aveva preso per l’anniversario – tre mesi prima, una vita fa. Il profumo scelto dopo mezz’ora tra i tester. Il libro che avevano iniziato insieme e mai finito. Maria piegava i vestiti con attenzione, stendendo ogni piega. Non pensare. Non ricordare. Solo fare. La sera fu infinita. Maria seduta sul letto, con le valigie pronte. Due valigie – tutto ciò che restava del suo tentativo di costruire una famiglia. Alle otto di sera Maria se ne andò. Aveva già chiamato il taxi, trascinato giù le valigie da sola – l’ascensore silenzioso, nessuna porta che cigolava nel pianerottolo. Lasciò le chiavi sul mobile all’ingresso. Il tassista caricò le valigie e si mise in viaggio. Maria non si voltò mai. La città era vuota e distante. I lampioni accesi, pochi passanti verso la metropolitana. Da qualche parte, alle sue spalle, c’era un appartamento pieno di fantasmi e di fotografie. C’erano Sergio con il suo amore mai sopito e Valentina fedele fino all’ostilità a sua madre. Maria guardava fuori dal finestrino e respirava. La prima volta da mesi, respirava. La solitudine spaventava. Ma vivere all’ombra di un fantasma la spaventava di più. Stava ricominciando da zero. Senza marito, senza famiglia, senza illusioni. Ma almeno – senza il confronto eterno con una donna perfetta che ormai non c’era più.