Non ci sarà perdono
Hai mai pensato di cercare tua madre?
La domanda cadde nel silenzio come un fulmine a ciel sereno. Martina fece un piccolo sobbalzo. Era intenta a sistemare sul tavolo della cucina i documenti che aveva portato dallufficio una pila minacciosa di carte che rischiava di precipitare ovunque se non lavesse tenuta ferma con la mano. Ora però restò immobile, abbassò lentamente le braccia e fissò Andrea. Nei suoi occhi si accese uno stupore sincero: da dove gli era venuta unidea simile? Perché mai avrebbe dovuto cercare quella donna che, con un gesto appena accennato, aveva irrimediabilmente compromesso la sua vita?
Assolutamente no rispose Martina, cercando di mantenere la voce calma. Ma che domanda bizzarra è? Perché mai dovrei pensarci?
Andrea abbassò la testa, imbarazzato. Si passò la mano fra i capelli, come per schiarirsi le idee, e abbozzò un sorriso forzato, pentito quasi della domanda posta.
È che… esordì, scegliendo con cura le parole , spesso sento che chi cresce in orfanotrofio o in affido ha il desiderio di ritrovare i veri genitori. Ho pensato… Se mai volessi, io sono pronto ad aiutarti. Davvero.
Martina scosse la testa. Sentì il petto stringersi, quasi come se una mano invisibile le serrasse le costole. Prese un respiro profondo, trattenendo unondata improvvisa dirritazione, e si voltò ancora verso Andrea.
Ti ringrazio, ma non serve disse, senza esitazione, la voce più ferma del solito. Non la cercherò mai! Quella donna per me non esiste più, e non la perdonerò mai!
Forse era stato duro, ma non poteva farne a meno. Diversamente, avrebbe dovuto affrontare ricordi troppo dolorosi e mettersi a nudo davanti al suo fidanzato e lei certe cose non voleva condividerle, nemmeno con la persona più vicina. Così tornò ai suoi documenti, fingendosi occupata.
Andrea si rabbuiò, ma non insistette. Evidentemente gli dava fastidio sentirla così inflessibile. Nel suo profondo non riusciva proprio a capirla! Per lui, la madre aveva una connotazione quasi sacra non importava se avesse partecipato o meno alla crescita di un figlio. Solo il fatto che avesse portato in grembo una vita la elevava agli occhi suoi quasi fino al cielo. Era convinto che tra madre e figlio ci fosse un legame unico, indissolubile, che nessun tempo e nessuna difficoltà potevano spezzare.
Martina invece non solo non condivideva queste convinzioni: le respingeva, senza ombra di dubbio. Nella sua testa tutto era nitido: come si può desiderare dincontrare chi ti ha usato tanta crudeltà? Quella che avrebbe dovuto esserle madre non si era limitata a darla in affidamento la sua storia era stata peggio, molto più dolorosa!
Da adolescente, Martina aveva trovato il coraggio di porre, finalmente, quella domanda che per anni le aveva rodeva dentro. Era andata in ufficio dalla direttrice dellorfanotrofio, la signora Teresa Mariani donna severa, ma giusta, stimata da tutti i bambini.
Perché sono qui? chiese Martina con voce ferma anche se bassa. Mia madre È morta? O le avete tolto la patria potestà? Deve essere successo qualcosa di grave, vero?
La direttrice, che stava sistemando dei documenti, si fermò. Dopo qualche secondo di silenzio, li mise via e la invitò a sedersi con un cenno. Martina si accomodò, stringendo il bordo della sedia, il cuore invaso da unansia crescente. Aveva la sensazione che avrebbe sentito qualcosa che avrebbe cambiato il suo modo di vedere il passato per sempre.
Tua madre è stata privata dei diritti genitoriali e processata penalmente iniziò lentamente la signora Mariani, soppesando ogni parola. La fissava senza giudizio, ma dai suoi occhi traspariva la preoccupazione: ora doveva raccontare a una ragazzina di dodici anni una verità che molti avrebbero nascosto. Avrebbe potuto edulcorare, inventare qualche scusama aveva deciso: meglio la realtà, per quanto dura, che lignoranza.
Fece una breve pausa e poi continuò:
Sei arrivata qui che avevi appena compiuto quattro anni e mezzo. A segnalarci il caso erano stati dei passanti: avevano notato una bambina sola che vagava per strada. Ti hanno trovata in stazione, piccola e confusa Si scoprì poi che una donna ti aveva lasciata su una panchina davanti alla stazione di Bologna, è salita sul primo regionale ripartito e se nè andata. Era autunno, freddo e umido, e tu avevi solo un cappottino leggero e un paio di stivaletti di gomma. Quelle ore allaperto ti costarono il ricovero. Avevi una brutta broncopolmonite, ci volle tempo per guarire.
Martina stava ferma, quasi pietrificata. Le dita si chiusero a pugno, ma il viso rimaneva impassibile; solo gli occhi si erano fatti più cupi, come se vi si addensassero nuvole.
È stata ritrovata? Cosa ha detto per giustificarsi? domandò Martina, quasi senza farsi sentire.
Sì, è stata arrestata. Come giustificazione… la direttrice esitò, poi lasciò sfuggire una smorfia amara , disse che non aveva soldi, e che stava per cominciare un lavoro che non consentiva la presenza di una bambina sul posto. Così era più facile lasciarti e iniziare da capo, senza ostacoli.
Martina rimase silenziosa, pian piano sciolse i pugni, lasciando cadere le mani sulle ginocchia. Guardava fisso davanti a sé, ma sembrava assente, la mente volata verso un mattino dautunno di cui non ricordava nulla.
Ho capito… sussurrò infine, con voce piatta. Poi, alzando gli occhi verso la direttrice, aggiunse: Grazie per la sincerità.
Fu in quel momento che Martina comprese, senza più ripensamenti: non avrebbe mai cercato sua madre. Lidea che una volta, quando era più piccola, aveva accarezzato magari per pura curiosità, per guardarla negli occhi e chiederle perché? svanì del tutto.
Abbandonare una bambina per strada Non ci si poteva credere! Cosaveva nel cuore quella donna che le aveva dato la vita? Nessuna coscienza, nessuna compassione? Una bimba sola sulla strada: sarebbe potuto accadere di tutto!
È un gesto da bestia, non da essere umano!, si ripeteva Martina, sentendo penetrare dentro di sé un dolore pungente, acuminato. Aveva provato a trovare una scusa, magari aveva agito in preda alla disperazione, senza alternative Ma ogni tentativo di giustificazione naufragava contro fatti implacabili. Perché non rivolgersi ai servizi sociali? Perché non affidarla regolarmente allorfanotrofio, in sicurezza? Perché lasciare una piccola sola per strada, nel freddo?
Esaminava tutte le possibilità, una a una, ma nessuna trovava giustificazione plausibile. Restava solo un calcolato abbandono, freddo, come si getta un oggetto inutile.
Nella girandola di questi pensieri, la sua decisione divenne incrollabile. No. Nessuna ricerca, nessuna domanda, nessun tentativo di capire. Perché ormai niente avrebbe cambiato ciò che era stato. E perdonare una cosa simile era ben al di sopra delle sue forze.
E con quella decisione, sentì dentro una strana, quasi fisica, sensazione di liberazione
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Ho una sorpresa per te! Andrea sembrava un ragazzino la mattina di Natale; si dondolava sulluscio, ansioso di mostrarle chissà cosa. Vedrai che ti piacerà! Andiamo, non si può far aspettare!
Martina si arrestò sulla soglia del salotto, la tazza di tè tra le mani. Guardò Andrea con stupore, poi posò piano la tazza sul tavolinetto. Cosera questa sorpresa? E perché, pur nel tono felice di Andrea, si sentiva assalire da un senso di inquietudine? Era come una corda tesa che da un momento allaltro rischiava di spezzarsi.
Ma dove andiamo? provò a domandare, mantenendo la calma.
Tra poco vedrai! Andrea sorrise ancora di più, la prese per mano e la trascinò fuori. Ti assicuro che ne varrà la pena.
Martina non oppose resistenza, ma dentro di sé era un nodo di tensione. Si infilò il soprabito, gli stivaletti, e seguì Andrea per strada. Durante tutto il tragitto verso i Giardini Margherita, si torturava con mille ipotesi: forse aveva trovato i biglietti per uno spettacolo? Aveva organizzato una rimpatriata con i vecchi amici? Tutto sembrava possibile eppure, nessuna spiegazione la convinceva.
Arrivati al parco, Martina notò subito una donna seduta su una panchina sotto i tigli allineati. Era semplice, ma ordinata: un cappotto scuro, sciarpa stretta al collo, una borsetta. Il volto le sembrava inspiegabilmente noto eppure non riusciva a ricordare dove lavesse già visto. Forse una parente di Andrea? O qualche collega?
Andrea si diresse senza esitazioni verso la panchina e Martina lo seguì, ancora impegnata a combinare i tasselli del puzzle. Poi, a pochi passi dalla donna, questa alzò gli occhi e abbozzò un sorriso. In quellistante qualcosa dentro Martina si spezzò: capì da dove veniva quel volto. Era il suo stesso sguardo, ma segnato dal tempo.
Martina la voce di Andrea vibrava come quella di un presentatore a un evento solenne , sono felice di annunciarti che, dopo lunghe ricerche, sono riuscito a trovare tua madre. Sei contenta?
Martina rimase immobile. Il mondo, intorno, sembrò fermarsi. Come aveva potuto? Gli aveva ripetuto che non voleva più sentir parlare di quella donna!
Tesoro mio! Sei diventata una donna bellissima! La donna si alzò di scatto, con le braccia aperte per abbracciarla. Parlava con la voce rotta dallemozione, gli occhi lucidi di chi attendeva quellincontro da una vita.
Ma Martina fece un passo indietro, aumentando la distanza, lo sguardo fisso e gelido.
Sono io, tua mamma! continuò la donna, senza dar peso o senza volerlo vedere alla sua reazione. Ti ho cercata ovunque! Ho pensato a te ogni giorno, mi sono sempre preoccupata
Non è stato facile! esclamò con orgoglio Andrea, soddisfatto come se avesse risolto un mistero. Ho chiamato mezzi municipi, vecchi amici, passato in rassegna mille archivi… Ma alla fine ce lho fatta!
I suoi entusiasmi furono interrotti da uno schiaffo secco, improvviso. La mano di Martina era volata sul volto di Andrea senza pensarci: gli occhi le si riempirono subito di lacrime, un misto di rabbia e dolore. Fissava il fidanzato e nel suo sguardo non cerano solo collera e delusione: cera incredulità. Come aveva potuto?
Ma cosa fai?! gridò Andrea, portandosi una mano sulla guancia, colpito dallo schiaffo. Ho fatto tutto per te! Volevo aiutarti, regalarti qualcosa di bello
Martina non rispose. Non leptava a parola: dentro era un tornado, la delusione le bruciava lo stomaco. Andrea, la persona di cui si fidava più che di tutti, aveva violato la cosa più sacra: il confine del suo passato. Quello che aveva nascosto a tutti, ora era stato gettato alla luce proprio da chi aveva creduto più vicino!
La donna accanto a loro, spaesata, osservava ora la figlia, ora Andrea. Cercava parole, ma si fermava davanti al gelo di Martina.
Non ti avevo chiesto di trovarla sussurrò Martina in un filo di voce. Ti avevo detto chiaramente che non lo volevo! E tu hai deciso comunque di fare di testa tua!
Andrea abbassò la mano, ma sembrava incapace di replicare. La fissava, sperando di vedere un gesto di misericordia, un segno che la tempesta passasse, ma nei suoi occhi cera soltanto una determinazione ferma come il marmo.
Ho detto con chiarezza che non voglio neppure sentir parlare di lei! ora la voce le tremava, ma era tagliente come una lama. Quella donna mi ha abbandonata in stazione a quattro anni! Mi ha lasciata sola, fra sconosciuti, vestita troppo leggera! E cosa vorresti? Che la perdonassi?
Andrea sbiancò, ma non arretrò. Si raddrizzò, assumendo un tono autoritario:
Ma è sempre tua madre! Non importa cosa abbia fatto: è tua madre!
La donna, sempre a breve distanza, fece un passo avanti, la voce tremante, un misto di rimorso e scusa che neppure lei sembrava credere:
Eri spesso malata, non potevo pagarti le medicine iniziò, pesando ogni parola. Quel lavoro era una possibilità, pensavo di ritornare presto… Ci saremmo ricongiunte, te lo giuro
Martina la fissò, senza lo sguardo pietoso che forse si aspettava. Solo una freddezza profonda, scavata in anni di delusione.
Da dove mi avresti ripresa? Dal cimitero? la voce dura, quasi crudele ma era impossibile tacere. Avresti potuto chiedere aiuto ai servizi sociali, o ricoverarmi in ospedale se ero così malata! Ma non per strada! Non al freddo, non sola, non senza protezione!
Andrea, in preda allimbarazzo, provò ad afferrare Martina per mano. Ma lei la ritrasse rapida, senza guardarlo.
Il passato è passato, bisogna vivere il presente insistenza, quasi volendo convincere se stesso più che lei. Hai sempre detto che avresti voluto dei parenti al matrimonio. Ho esaudito il tuo sogno
Martina lo guardò negli occhi, e in quello sguardo cera una delusione così profonda che Andrea fece istintivamente un passo indietro.
Al matrimonio saranno presenti Teresa Mariani, la direttrice dellorfanotrofio, e Giulia Foschi, la mia educatrice disse, stavolta a bassa voce, ma con fermezza. Sono state loro le mie vere madri. Loro mi sono state accanto. Loro mi hanno insegnato, protetta, capita. Loro sono la mia famiglia!
Strappò bruscamente la mano dalla stretta di Andrea e, senza voltarsi, fuggì tra i viali del parco. Camminava in fretta, quasi correndo tra aiuole e panchine, lontano da quellincontro e da quelle parole, lontano da chi aveva creduto la conoscesse davvero. A ogni passo, dentro di lei scoppiava un turbine di dolore. Un tradimento del genere non se laspettava dal suo fidanzato.
Non aveva nascosto nulla. Anzi: aveva raccontato tutto il suo passato, senza minimizzare nulla. Gli aveva parlato dei mesi allorfanotrofio, delle prime notti in cui ancora sperava che la madre tornasse. Andrea ascoltava, diceva di capire. Ma alla fine aveva agito alle sue spalle: aveva cercato quella donna, laveva condotta da lei. Non importa cosa abbia fatto, è tua mamma le rimbalzavano nelle orecchie con uneco amara.
Mai, si ripeteva. Mai avrebbe permesso a quella donna di rientrare nella sua vita. Mai avrebbe fatto finta che non fosse successo nulla.
Continuò a camminare ancora più veloce, lasciando il parco per la città, senza nemmeno rendersi conto della direzione. I pensieri erano confusi, e limmagine di quel viso materno incontrato dopo anni invecchiato, teso, quasi implorante faceva ancora male. Martina strinse i pugni, allontanando il ricordo. Lunica cosa che desiderava era stare lontana da tutto questo.
Non ritornò nemmeno a prendere le sue cose nellappartamento di Andrea. Per fortuna erano davvero poche: un paio di borse, qualche oggetto. Dovevano trasferirsi insieme solo dopo il matrimonio, e la sua roba era per lo più nellalloggio popolare assegnatole dallo Stato. Questo rendeva tutto più facile: non avrebbe dovuto affrontare Andrea di nuovo.
Il cellulare vibrava spesso in tasca: Andrea continuava a chiamare. Martina vedeva il suo nome, ma non rispondeva. Aveva paura che, se avesse ascoltato la sua voce, avrebbe detto cose di cui si sarebbe pentita. Meglio aspettare che la rabbia si acquietasse.
Andrea non si arrese. Oltre alle chiamate, mandò diversi messaggi vocali. La sua voce era accesa, quasi irritata:
Martina, ti comporti come una bambina! Cercavo solo di fare qualcosa di buono, e tu… Sei solo ingrata! È pura isteria, la tua!
Il messaggio successivo, ancora più duro:
Ho già deciso tutto. Lucia sarà al matrimonio. Punto. Non cambierò idea per un tuo capriccio. Mantenere i rapporti di sangue è normale: anche i nostri figli la chiameranno nonna. È giusto così!
Martina ascoltò quei messaggi mentre aspettava lautobus. Sentiva il cuore chiudersi. Spense il telefono, lo mise in tasca, e guardò il cielo sopra Bologna. La sua vita aveva appena subito un terremoto, e lei non sapeva come ricostruirsi.
Per un attimo osservò lo schermo, dove i messaggi di Andrea restavano immobili. Lucia sarà al matrimonio. Punto. Le sue parole la ferivano più di mille coltelli, ostinate e senza appello.
Aprì le chat, scrisse poche parole, chiare e definitive: Il matrimonio è annullato. Non voglio più vedere né te né lei.
Inviato. Guardò per qualche secondo la spunta che confermava la consegna, poi abbassò il telefono.
Subito lo schermo si illuminò: Andrea tentava ancora di chiamarla. Martina non si mosse. Arrivarono altri messaggi, ma lei non li aprì. Scrollò i contatti, trovò il numero del (ormai) ex-fidanzato, e lo bloccò, senza esitazione.
Il telefono tacque. Nessuna chiamata, nessuna notifica, nessun tentativo di raggiungerla ancora. Un silenzio protettivo la avvolse, come una coperta calda.
Forse, più avanti, avrebbe avuto dei rimpianti. Forse… Ma in quellistante, era la sola scelta giusta da fare. Sentiva che dentro, pian piano, la tempesta si placava, lasciando spazio a una chiarezza quieta, anche se stanca.
Così doveva andare. Non può esserci futuro con qualcuno disposto a calpestare ciò che sei per il proprio ideale di famiglia. A volte ci sono ferite che non si rimarginano, ma con coraggio puoi scegliere tu chi accogliere davvero nella tua vita. Solo così può iniziare la pace, anche se ti costerà lacrime e solitudine. In fondo, la famiglia non si trova: si costruisce con chi ti è stato davvero accanto nei momenti più bui.






