Non è un Gioco

Non è un giocattolo

E allora perché vuoi un bambino? Anastasia, hai quasi quarantanni! Che bambini ti servono? rise la sorella, con una bocca che ancora colava lacrime di risa.

Anastasia posò lentamente la tazza di tè sul tavolo, osservando Stefania asciugarsi gli occhi dopo lennesima risata. La cucina, in quel piccolo appartamento di Milano, sembrava improvvisamente troppo stretta, e laroma dolce del tè diventava quasi stucchevole.

Stef, parlo sul serio. Voglio adottare un bambino dallorfanotrofio.

Stefania alzò la mano e scoppió di nuovo in una risata.

Dai, non è una cosa da poco! A questetà la gente pensa ai nipoti, non alle pannolini!

Anastasia strinse le mani attorno alla tazza calda. Di fronte a lei la sorella arrossiva ancora per il riso, ignara della ferita che le sue parole infliggevano.

Ascolta, Stef, si avvicinò, la voce bassa, ho bisogno di un figlio. Sento la vita vuota senza di lui. Ho avuto due matrimoni, entrambi finiti male. E sai che non posso avere figli per motivi di salute. Perciò ho voglia di colmare questo vuoto…

Stop, stop! alzò la mano Stefania. Capisci quello che stai dicendo? Non è un giocattolo! È una responsabilità che dura tutta la vita!

Anastasia si sporse allindietro sulla sedia. Il sorriso della sorella svanì, sostituito da unespressione seria.

E se ti succedesse qualcosa, Anas? Che fine farebbe il bambino? Saresti sola! E i soldi? Ti rendi conto di quanto costa crescere un figlio? Vestiti, cibo, attività, scuola, università!

Ci ho pensato, rispose Anastasia con calma. So che tendono a preferire i neonati, quindi prenderò un bimbo di trequattro anni. E potrò lavorare da casa, dedicare tutto il tempo libero al piccolo. Ce la farò.

Stefania scosse la testa, i capelli scuri caddero sulle spalle.

Non capisci! Crescere un bambino non è solo lavorare da casa. Significa alzarsi di notte quando piange, stare in ospedale se si ammala, rinunciare alla propria vita personale!

Ce la farò. Non cerco più una relazione. Ho un buon stipendio, dichiarò con decisione Anastasia. Ho dei risparmi, un appartamento mio. Non ho nulla di cui preoccuparmi.

Non è una questione di denaro! esclamò Stefania, girandosi per la cucina. Non ce la farai! Questo bambino ti rovinerà la vita! Non capisci a cosa ti stai mettendo!

Anastasia si alzò lentamente, le dita stringevano il bordo del tavolo.

Il tuo bambino non ti ha rovinato la vita. Hai un figlio e ti sembra di farcela, quasi felice.

Certo! ribatté Stefania, voltandosi bruscamente. Ho una famiglia completa! Un marito! Sono felice! Tu sei sola!

Laria tra le due si fece densa. Anastasia fissava Stefania, incredula.

Famiglia completa? chiese lentamente. Vuoi dire che io non lo sono?

Non è quello che intendevo, cercò di mitigare Stefania. Con un marito è più facile. Ti aiuta, ti sostiene. Tu non hai nessuno.

Capisco, disse freddamente Anastasia. Grazie per il supporto, sorellina.

Stefania afferrò la borsa sul davanzale, i suoi movimenti erano bruschi e nervosi.

Mi preoccupo per te! Non voglio che faccia scelte avventate!

Vai via, sussurrò Anastasia senza alzare lo sguardo.

La porta sbatté. Anastasia rimase sola in cucina, con il profumo di tè non finito e lamarezza delle parole appena dette. Si sedette sulla sedia, coprendo il volto con le mani.

Forse Stefania aveva ragione? Forse davvero non ce lavrebbe fatta? Il dubbio le martellava il petto, ogni frase della sorella rimbombava come un colpo. Immaginò serate vuote nel suo appartamento, il silenzio che schiacciava le spalle, lassenza di risate infantili.

Per due giorni Anastasia andò al lavoro meccanicamente, rispondendo alle chiamate dei clienti. Ma i pensieri tornavano sempre a quella discussione. Scorreva foto di bambini sui siti degli orfanotrofi, poi chiudeva rapidamente le schede del browser.

Giovedì sera telefonò la buona amica Marina.

Anas, che succede? Hai una voce così abbattuta.

Anastasia le raccontò la discussione con Stefania, i suoi timori, le parole che le avevano ferito.

La tua sorella non ha ragione, disse Marina con decisione. Non sei sola. Hai me, tua madre, tuo padre. Se ti succedesse qualcosa, cè chi si prenderà cura del bambino.

Anastasia appoggiò la fronte al freddo del vetro della finestra.

E se non ce la faccio?

Ce la farai. Sei forte, intelligente, hai un cuore buono. Quel bambino merita una vita felice con te.

Dopo la chiacchierata con Marina, qualcosa dentro Anastasia si calmò. Sì, voleva quel bambino. Sì, era pronta a dargli amore, cura e una buona vita. E a chi poteva importare il giudizio di Stefania?

Domenica decise di andare a casa dei genitori per raccontare la decisione. Lauto si avvicinò lentamente al cancello di una casa di campagna nei pressi di Firenze. Anastasia scese, aprì il cancello e si diresse verso il portico.

Ma dei rumori provenienti dallaltra casa la fece fermare. Era Stefania e i genitori, evidentemente immersi in una discussione accesa.

Dovete farla desistere! gridò Stefania. Da questa follia! Non dovrebbe avere un bambino a questa età!

Anastasia vuole, intervenne la madre, Maria. Come puoi parlare così?

Anastasia si avvicinò furtivamente, celandosi dietro langolo. Il cuore batteva allimpazzata.

Lo faccio perché non solo penso a Anastasia, ma anche al mio futuro figlio! la voce di Stefania era carica di rabbia. Se qualcosa le accade, la sua casa andrebbe a mio figlio, non a noi!

Anastasia sentì il terreno sottrarsi sotto i piedi.

E così quellappartamento finirebbe nelle mani di quel bambino che Anastasia adotta! proseguì Stefania. Un estraneo prenderà tutta la nostra eredità!

Il silenzio fu rotto dalla voce di Giuseppe, il padre.

Stef, capisci cosa stai dicendo?

Lo capisco! Sto solo difendendo gli interessi della mia famiglia!

Anastasia non poté più ascoltare. Emerse dallombra.

Come hai potuto farmi una cosa del genere? urlò.

Tutti si girarono. Il volto di Stefania impallidì.

Anastasia

Mi hai detto che non sarei capace di crescere un figlio, solo per impossessarti del mio appartamento! Dei miei soldi!

Stefania cercò di parlare, agitò le mani.

Hai frainteso! Io

Ho capito tutto, avanzò Anastasia, avvicinandosi. E bene che lho sentito con le mie orecchie! Altrimenti mi avrei sempre dubitata!

La madre abbassò la testa, il padre fissava Stefania con sconcerta.

Anastasia, ascolta, iniziò la sorella.

No! Ascolta te! ribatté Anastasia voltandosi di schiena. Non avvicinarti più a me! Mai più!

Uscì verso la macchina senza voltarsi indietro. Dietro di lei si sentivano voci soffuse di genitori e di Stefania, ma lei non ascoltava più. Un fuoco di determinazione ardeva nel petto.

I mesi successivi volarono tra pratiche, commissioni, psicologi e assistenti sociali. Anastasia, ostinata, perseguiva il suo sogno, ignorando burocrazia e ritardi. Ogni documento, ogni firma la avvicinava alla meta.

E finalmente arrivò il giorno. La piccola Lia, timida, afferrò la mano di Anastasia nel corridoio dellorfanotrofio di Bologna.

Mamma? Sei ora la mia mamma? chiese la bambina a voce flebile.

Anastasia si sedette accanto a lei.

Sì, piccolina. Ora sono la tua mamma.

Lia sorrise, e il cuore di Anastasia si colmò di un amore che non aveva mai provato. Tutte le emozioni represse per anni si riversarono allimprovviso.

A casa, la bambina esplorò timidamente la nuova stanza, toccò i giochi che Anastasia aveva già comprato. La sera leggerono una fiaba, e Lia si addormentò appoggiata alla spalla della madre.

I genitori accolsero la nipotina con gioia. La madre non poteva smettere di guardare la piccola, e il padre, una settimana dopo, costruì unaltalena nel giardino. Marina fu felice anche lei: suo figlio Arturo e Lia divennero subito amici, giocando insieme quando le famiglie si incontravano.

Lunica macchia scura rimaneva il rapporto con Stefania. Durante le feste di famiglia, la sorella fingeva che Anastasia non esistesse, si girava di schiena ogni volta che lei entrava. Ma ormai non le importava più.

Aveva Lia. Una bambina che ogni mattina correva sul suo letto a chiedere cosa avrebbero fatto quel giorno, che disegnava con matite e mostrava fiera il risultato, che si addormentava sulle sue ninnenanne e sussurrava ti amo prima di chiudere gli occhi.

La vita aveva finalmente un senso.

Di sera, quando Lia dormiva, Anastasia sedeva accanto al suo letto, osservando il volto sereno della figlia. Il cuore si riempiva di gratitudine al destino, a se stessa per il coraggio di compiere quel passo, persino a Stefania, perché la sua avidità le aveva aperto gli occhi.

Anastasia sistemò la coperta e sussurrò piano:

Dormi, mio sole. La mamma è qui.

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