14 marzo
Il treno corre ormai da due giorni. I viaggiatori si sono già presentati, abbiamo bevuto più di una tazza di caffè, risolto cruciverba e chiacchierato del più e del meno. È incredibile quanto si aprano le persone in un vagone: allimprovviso, spuntano storie che altrove, nella vita di tutti i giorni, nessuno racconterebbe mai.
Io ero seduta su un sedile laterale, mentre nel compartimento accanto tre signore anziane si scambiavano ricette di pasta frolla e discutavano animatamente su come si fa meglio la maglia ai ferri. Appena il treno ha superato il ponte, si è svelato un panorama che toglieva il fiato: il cielo terso, il sole tiepido di marzo, il fiume vasto che rifletteva la luce e, sullargine alto coperto di erba vellutata, unantica chiesa di pietra bianca con la cupola dorata che brillava come una promessa.
Per un attimo si è fatto silenzio. Ho visto una delle signore farsi il segno della croce. Poi unaltra ha detto: Ora ve la devo raccontare una storia. Credeteci o no.
Era primavera, qualche anno fa. Vivo da sola, figli non ne ho, mio marito riposa al cimitero ormai da tempo. Il paese, seppur piccolo, si distende su due rive del fiume. Per andare a fare la spesa o alla posta, bisogna attraversare il ponticello. Quella mattina mi chiama mio fratello: per lavoro passa qua vicino e si ferma apposta a trovarmi. Erano almeno cinque anni che non ci vedevamo, abita lontano.
Non stavo nella pelle! Mi sono detta che dovevo correre in negozio: mi serve un po di farina e zucchero per preparare una crostata, così posso viziare lospite. Ho afferrato il cappotto senza chiuderlo, sono corsa fuori infilandomi rapida gli stivaletti.
Arrivata al fiume, ho pensato: Passare per il ponte è una gran perdita di tempo… e se attraversassi sul ghiaccio?. Nonostante il sole di giorno, la notte ancora gelava. Lì vicino, un paio di pescatori stavano seduti proprio sotto il ponte e sembravano tranquilli. Così ho pensato che se loro, uomini robusti, reggevano, anchio potevo farcela: sono piccolina e veloce.
Sono scesa piano, con attenzione, a toccare il ghiaccio: al primo passo nessun rumore sospetto, tutto reggeva. Va bene, ho detto fra me e me, ce la posso fare. Il fiume qui fa una curva e non è largo.
Non ci crederai, ma non mi sono nemmeno accorta subito di esserci finita dentro. Un istante ero sopra, quello dopo una fitta gelida mi ha tolto il fiato: ho capito solo dal terrore che provavo. Cercavo di risalire, ma il cappotto bagnato mi tirava giù. Per fortuna non lavevo abbottonato! Lho lasciato andare; così nuotare era più facile. È stato spaventoso: provavo a aggrapparmi al bordo, ma il ghiaccio si sbriciolava a ogni tentativo, e ogni volta tornavo sotto. Le grida non uscivano, come se avessi perso la voce.
Ho visto che sulla riva la mia vicina mi fissava. Ho alzato una mano verso di lei, sperando che almeno chiamasse aiuto. Ma quella, niente, indietreggia e se ne va. Mi è subito passato per la mente che quello era il mio destino, che sarei affogata e mio fratello sarebbe arrivato per nulla.
Ho trovato ancora un po di forza, ci ho riprovato il ghiaccio si romeva di nuovo. Poi allimprovviso, spunta un uomo: non cera un attimo prima, da dove è saltato fuori? Si butta di pancia, mi allunga una mano urlando: Forza! Vieni, ce la fai!. Dove ho preso la forza, non lo so.
Ma in quel momento il ghiaccio sotto di lui ha iniziato a cedere, così si è rialzato di scatto, ha strappato una giovane betulla sulla riva e lha spinta verso di me. Provavo ad aggrapparmi, ma i rami erano scivolosi dal ghiaccio che si formava. Lui allora capisce, lafferra, gira la betulla e mi spinge il tronco più spesso gridando: Tieni il ceppo! Il ceppo!.
Mi sono aggrappata come potevo, e lui mi ha letteralmente tirata fuori come una rapa dal campo. Resto lì sul ghiaccio, con le lacrime congelate sul viso. Si è chinato su di me: Viva? Su, su, coraggio. Vai a casa, non prenderai neanche un raffreddore.
Non riuscivo a parlare, annuivo sola.
Mi sono rialzata, lui era sparito. Dove poteva essere andato? La riva si vede da ogni lato, nessuno può scappare senza farsi notare. I pescatori mi hanno raggiunta e uno di loro mi ha accompagnata a casa.
Dopo aver bevuto un tè caldo e avermi cambiata dabito, dovevo comunque tornare a fare la spesa. E così sono ripassata sul ponte, sono arrivata davanti allemporio e lì davanti cera la vicina, con gli occhi spalancati come se stesse vedendo un fantasma, si è fatta il segno della croce.
Ma non sei annegata allora?
E tu perché non sei corsa ad aiutarmi?
Ma che vuoi, se ti fossi avvicinata magari affondavamo tutte e due, e poi da qui non ce la farei mai a chiamare i pescatori. Morire affogata: magari era destino tuo. Ma guarda invece, ti sei salvata. Che fortuna, alla fine.
Mio fratello si è fermato solo un giorno, non gli ho raccontato nulla della disavventura. Ma quando è ripartito, sono andata in giro per il paese a chiedere: da chi era venuto, quel tale? Che non era dei nostri si capiva: nessuno nel villaggio vestiva in quel modo, con quella mantella e il cappuccio. Da noi le famiglie son poche, ci conosciamo tutti anche i parenti dei parenti, mai visto prima quel viso.
Così, presa da non so che sentimento, sono andata al paese vicino, nella chiesa, a mettere un cero per ringraziamento. Appena entrata, mi sono gelata: dallicona mi guardava proprio lui, il mio salvatore! San Nicola! Sono caduta in ginocchio, non potevo credere. E il parroco mi ha ascoltato a lungo.
Da quel giorno, credici o meno, non mi sono mai ammalata, neanche un raffreddore! Le vie del Signore sono proprio infinite.
Così ha concluso la sua storia la signora del treno.
Credici, oppure no.




