15 dicembre 2025
Stamattina Ludovica ha acceso il cellulare al massimo volume, per sicurezza. Dentro di sé sapeva già che non avrebbe ricevuto risposta, quel timore era come la sensazione di una pioggia imminente, densa e inesorabile, come laria che si fa più pesante prima di una tempesta. Eppure ha alzato il volume. La speranza è una vecchia cicatrice: fa male, ma non si lascia andare. Ha raccolto i capelli in un disordinato chignon, con quella leggera cura che rende il tutto naturale e al contempo curato. Ha indossato il cappotto verde scuro quello in cui una volta le aveva detto che sembrava un bosco dautunno. Da allora lo aveva quasi dimenticato, ma oggi lo ha tirato fuori dallarmadio. Ha truccato le labbra di rosso fuoco, quasi troppo brillante per una passeggiata mattutina verso la farmacia e la panetteria.
La farmacia in via del Corso era affollata. Qualcuno tossiva rauco in un angolo, altri discutevano sul prezzo dei medicinali, mentre alcuni restavano immobili, spostando il peso da un piede allaltro. Lodore di erbe miste a qualcosa di pungente riempiva laria. Ludovica ha preso le vitamine che lui le aveva consigliate tre anni fa, quando ancora condividevano un caffè ogni mattina. Ha osservato la confezione, leggendo la data di scadenza: fino allautunno prossimo. Come se il tempo stesso fosse contenuto in quella scatola, contando gli ultimi mesi rimasti.
Alla panetteria Il Forno di Nonna il solito scenario: un giovane con un tatuaggio al polso dietro il bancone, il profumo di pane appena sfornato e cannella, una musica leggera proveniente da un vecchio altoparlante. Ludovica ha comprato un croissant ai lamponi quello che una volta lui chiamò il gusto del mattino con un sorriso, pulendosi le briciole dal mento. Ne ha preso due. Uno per il tè a casa, come prima, quando tutto era più semplice. Il secondo, solo per avere un piccolo frammento del passato da infilare in tasca.
Rientrata a casa, si è fermata. Lappartamento era avvolto in un silenzio pesante, come la polvere che si posa sui libri antichi. Laria sembrava immobile, quasi temeva di muoversi. Il telefono giaceva sul davanzale, a faccia in giù, come se avesse vergognato il suo sguardo. Nessun messaggio, nessuna chiamata. Il mondo sembrava passare senza accorgersi di lei, e lei stessa pareva unombra che si dissolve nella luce grigia di quel mattino.
Ha acceso il bollitore, ha tolto il cappotto con lentezza, quasi temendo di schiacciare il silenzio. Ha posato le scarpe vicino alla porta, ha sistemato il colletto sullappendiabiti. Ha messo in moto la vecchia radio; la voce del conduttore parlava di ingorghi, di una nevicata improvvisa e dellesposizione al museo locale. Tutto suonava sommesso, come se provenisse dallacqua. Ha sorseggiato il tè, troppo caldo, quasi bruciandole le labbra, ma lha inghiottito senza fare una smorfia. Si è avvicinata alla finestra, appoggiando la fronte sul vetro freddo.
Fuori cadeva una neve fine e pungente, che si posava su ombrelli, sciarpe e asfalto per poi sparire subito. Un giovane padre in un parco scuro sistemava la testa del figlio, con la cura che gli anni donano. Gli anziani camminavano luno sullaltro, le mani ormai intrecciate da decenni. Qualcuno scivolava sul marciapiede ghiacciato, altri ridevano fissandosi al cellulare, e alcuni si fermavano davanti a una vetrina decorata con luci natalizie. La vita scorreva rumorosa, vivace, indifferente, passando accanto a lei come un treno che parte mentre lei resta sul binario, indecisa a saltare.
Lui non ha scritto.
Ma Ludovica ha preso la scopa e ha spazzato il pavimento, anche se la polvere era quasi inesistente. Ha chiamato la zia, ascoltando le sue storie sulla casa di campagna, sul vicino, sulla nuova ricetta della torta di mele. Ha annaffiato il cactus del soggiorno, controllando che non fosse ingiallito. Ha fissato un appuntamento dal medico, un piccolo gesto rimandato da mesi. Ha ricontrollato le bollette tutto pagato e ha spuntato la casella nel suo taccuino. Ha lavato la coperta, aggiungendo un po di profumo, per far profumare la casa di qualcosa di caldo e vivo.
La sera ha acceso le luci in tutte le stanze, non per paura del buio, ma perché la casa sembrava più viva così le finestre illuminate si riflettevano sul selciato bagnato, come se sussurrassero: cè qualcuno qui. Cè vita.
Guardandomi allo specchio del vetro, ho capito: Lui non ha scritto. Ma io sono qui. Non è una scusa, né una sfida, ma una semplice verità. Come una candela che accendi non per qualcun altro, ma per te stesso, per ricordarti che sei ancora presente. La lezione che porto con me è che la nostra luce non dipende da chi ci scrive, ma dalla nostra capacità di accenderla ogni giorno.






