Ieri mattina Fiorenza Rossi ha alzato il cellulare al volume massimo, per sicurezza. Anche se, in fondo, sapeva che lui non le avrebbe scritto. Era una sensazione simile a un presagio di pioggia: densa, inevitabile, come l’aria che si appesantisce prima di un temporale. Eppure ha acceso il suono. La speranza è come una vecchia cicatrice: fa male, ma non si lascia andare.
Fiorenza ha raccolto i capelli in un disordinato chignon, con quella leggera cura che fa sembrare tutto naturale ma elegante. Ha indossato il cappotto verde scuro, quello con cui lui le aveva detto una volta che somigliava a una foresta dautunno. Da allora lo aveva quasi messo da parte, ma oggi lha tirato fuori dallarmadio. Ha truccato le labbra di rosso fuoco, troppo acceso per una passeggiata mattutina verso la farmacia e la panetteria.
La farmacia di Bologna era piena di rumore. Qualcuno tossiva in un angolo, altri litigavano sul prezzo dei medicinali, altri ancora stavano immobili, spostandosi da un piede allaltro. Lodore di erbe e di qualcosa di pungente, tipico dei farmaci, riempiva laria. Fiorenza ha preso le vitamine che lui le aveva consigliato tre anni prima, quando ancora prendevano il caffè insieme al mattino. Ha osservato la confezione, leggendo la data di scadenza: fino allautunno prossimo. Come se anche quel barattolo segnasse i suoi ultimi mesi.
Alla panetteria il solito panorama: un ragazzo con un tatuaggio al polso dietro il bancone, il profumo di pane fresco e cannella, una musica leggera proveniente da un vecchio altoparlante. Fiorenza ha comprato un cornetto ai lamponi, quello che lui una volta definì il sapore del mattino con un sorriso, pulendosi i birilli dal mento. Ne ha preso due. Uno per il tè in casa, come ai vecchi tempi, quando tutto era più semplice. Laltro perché sì, un piccolo pezzo di passato da infilare in tasca.
Tornata a casa, si è fermata. Lappartamento era avvolto da un silenzio pesante, come la polvere che si posa sui libri vecchi. Laria sembrava ferma, timorosa di muoversi. Il cellulare giaceva sul davanzale, schermo rivolto verso il basso, come se avesse paura del suo sguardo. Nessun messaggio, nessuna chiamata. Come se il mondo avesse deciso di passare oltre senza accorgersi di lei. Come se fosse diventata unombra che svanisce nella luce grigia del mattino.
Ha messo il bollitore sul fuoco, ha tolto il cappotto con cautela, quasi temendo di disturbare il silenzio. Ha sistemato le scarpe vicino alla porta, aggiustato il colletto sullattaccapanni. Ha acceso la vecchia radio: la voce del conduttore parlava di ingorghi, poi di una nevicata, poi di una mostra al museo locale. Tutto suonava sommesso, come se fosse sotto lacqua. Ha sorseggiato il tè, troppo caldo, pungente, ma lha inghiottito senza smorfie. Si è avvicinata alla finestra, poggiando la fronte sul vetro freddo.
Fuori cadeva una neve fine, pungente, che si posava su ombrelli, sciarpe e sullasfalto per poi svanire subito. Un giovane padre nella piazza scura aggiustava il cappello al figlio con cura, quella premura che solo gli anni sanno dare. I vecchi camminavano appoggiandosi luno allaltro, come se le mani fossero fuse da decenni. Qualcuno correva scivolando sul selciato ghiacciato, altri ridevano incollati al cellulare, altri rimanevano immobili davanti alla vetrina decorata con luminarie natalizie. La vita scorreva, rumorosa, viva, indifferente, passandola accanto. Come un treno che parte mentre lei è sulla banchina, incerta se saltare a bordo.
Lui non ha scritto.
Eppure Fiorenza ha preso una scopa e ha spazzato il pavimento, anche se la polvere era quasi inesistente. Ha telefonato alla zia, ha ascoltato le storie della cascina, del vicino, della nuova ricetta della crostata. Ha annaffiato il cactus vecchio, controllando che non si fosse ingrigito. Ha fissato un appuntamento dal medico, una cosa rimandata da mesi. Ha controllato le fatture: tutto pagato, e ha segnato una spunta sul taccuino. Ha lavato la coperta, aggiungendo un po più di profumo per farla profumare di qualcosa di caldo e vivo.
La sera ha acceso le luci in tutte le stanze, non per paura del buio, ma perché la casa sembrava più viva così: le finestre brillavano, riflettendo lasfalto bagnato, come a sussurrare: cè qualcuno qui. Cè vita.
Fiorenza ha guardato il suo riflesso nel vetro e ha pensato: Lui non ha scritto. Ma io esisto. Non è una scusa, né una sfida, ma una verità silenziosa. Come una candela che si accende non per gli altri, ma per sé, per ricordare che sei ancora qui.




