Non ha superato il controllo

Senti, è un po imbarazzante ammetterlo, disse Dario Bianchi con un sorriso colpevole, tamburellando le dita sul tavolo ma ho lasciato il portafoglio a casa, tutte le carte dentro. Potresti pagare tu? Mi sento davvero a disagio

Ginevra Rossi trattenne un sospiro di sorpresa, afferrò la borsa. Settanta euro per una cena a due non erano una spesa da poco, ma neanche tantissimo. Da tempo guadagnava abbastanza da non agitarsi per cifre del genere.

Certo, nessun problema.

Il cameriere portò il terminale; Ginevra inserì la carta. Lo schermo si accese di verde, confermando il pagamento. Dario annuì grato e la aiutò a alzarsi, reggendola per il gomito.

Allesterno il vento gelido si insinuava fino alle ossa. Ginevra si strinse nel collo, sistemando la sciarpa. Dario camminava al suo fianco, silenzioso, come se meditesse. Si fermò vicino a un lampione e si voltò verso di lei.

Devo dirti una cosa, iniziò, e nella sua voce comparvero note strane il portafoglio era davvero con me. E le carte.

Ginevra si immobilizzò. Un brivido come un serpente freddo serpeggiò lungo le gambe.

Cosa intendi?
Era una prova, estrasse dalla tasca della giacca una piccola pelliccia nera, la agitò tra le mani volevo accertarmi che tu non mi stesse frequentando per i soldi. Capisci? Ora so che non sei mercenaria, ma una donna indipendente.

Ginevra espirò lentamente. Un nodo si era stretto dentro di lei. Un riso rimase impigliato tra gola e petto, ma forzò un sorriso.

Sono felice di aver superato la tua prova, disse il più dolcemente possibile.

Dario scoppiò a ridere di sollievo, la avvolse con un abbraccio. Ginevra si appoggiò a lui, nascondendo il viso per non far vedere le guance tese. Dentro di lei tutto ribolliva. Era degradante, infantile. Lei era ormai una donna adulta, e lui la trattava come una bambina.

Le settimane successive trascorsero nella solita routine. Poi Dario le fece una proposta. Tutto fu romantico, ed ella accettò.

I preparativi del matrimonio cominciarono quasi subito. Ginevra acquistò un abito in una boutique di Firenze crema, con maniche di pizzo. Prenotarono una trattoria per quaranta persone e inviarono gli inviti.

La madre di Dario, Giulia Bianchi, veniva ogni fine settimana. Lodi il figlio come se fosse una merce pregiata al mercato.

Dario è un ragazzo così responsabile, canticchiava, versando il tè in tazze di porcellana quasi trasparenti sempre pronto ad aiutare, mai dimentica sua madre. Ginevra annuiva e sorrise, ma le parole di Giulia le scivolavano tra le labbra senza attaccarsi. Imparò a spegnere il suo ascolto quando la suocera iniziava i monologhi.

Due settimane prima delle nozze Dario le propose di trasferirsi con lui, in un nuovo palazzo al quindicesimo piano, con finestre panoramiche e vista sul fiume Arno. Ginevra accettò, sebbene qualcosa dentro di lei opponesse resistenza. Iniziò a imballare le sue cose; le scatole riempivano il suo piccolo monolocale.

Il giorno del trasloco Ginevra portò la prima scatola di cuscini decorativi e cornici. Dario la incontrò al vestibolo, aiutandola a farla salire fino allascensore.

Lappartamento odorava di vernice fresca e mobili nuovi. Ginevra posò la scatola nel corridoio, si raddrizzò strofinandosi la schiena dolorante.

Dario prese la sua mano e la tirò verso di sé.

Vieni sul balcone, ti mostro la vista.

Uscirono su un balconcino stretto. Il vento scompigliava i capelli di Ginevra, e lei strinse gli occhi contro il sole luminoso. Il fiume scintillava sotto di loro, riflettendo il cielo. Firenze si stendeva fino allorizzonte.

Dario improvvisamente chiese:

Dammi il cellulare, voglio scattarti una foto con questo panorama.

Ginevra frugò nella tasca dei jeans, gli porse lo smartphone nero. Dario lo guardò sullo schermo, poi, con un gesto improvviso, lo lanciò via dal parapetto.

Ginevra rimase immobile. Il tempo sembrò fermarsi. Guardò verso il basso, dove un piccolo punto scomparve tra i cespugli del giardino condominiale. Un freddo glaciale si diffuse dentro di lei.

Cosa facciamo, cara? sghignazzò Dario, incrociando le braccia.

Ginevra spostò lo sguardo dal pavimento a lui, senza panico, ma con un distacco gelido.

Vai giù a prendere la SIM, rispose con voce piatta, quasi indifferente.

Dario scoppiò a ridere, estrasse il telefono dalla tasca e lo agitò davanti al naso di Ginevra come un prestigiatore con il suo coniglio.

Sorpresa, disse, godendosi il momento. Vedo che non ti dispiace. Lo prendo, era solo una battuta, il mio vecchio telefono è volato via.

Ginevra riprese il suo smartphone, notò il graffio sul vetro protettivo, lo sfiorò con il dito. Unira scura e pesante si accumulava in lei. Sollevò gli occhi verso Dario.

Non sono un elettrodomestico per i tuoi esperimenti, sussurrò.

Dario smise di ridere; il suo volto si allungò, le sopracciglia si sollevarono.

Dai, non è nulla, cercò di conciliare. È solo uno scherzo. Non offenderTi. Ti voglio bene.

Ginevra tolse lanello doro con un piccolo diamante e lo porse a lui.

Che fai? balzò Dario indietro, come se le avesse lanciato un serpente.
Lo restituisco, pose lanello nel suo palmo. Simili prove colpiscono il mio rispetto e la mia dignità. Non mi sposerò con una persona così infantile e meschina.

Ginevra, sei seria? Per un solo scherzo? la sua voce tremò di lamento.

Ginevra si voltò e rientrò nellappartamento. Le scatole rimanevano intatte nel corridoio. Era contenta di non aver ancora aperto nulla. Prese le chiavi dellauto, la borsa, lunica scatola e si diresse verso luscita.

Ginevra! Aspetta! gridò Dario, correndo dietro di lei. Parliamone!
Non cè nulla da discutere, rispose, voltandosi. Ma posso spiegarti nella tua lingua: non hai superato il test.

Rimise la scatola in auto, accese il motore in silenzio, mentre Dario rimaneva al pianerottolo a guardarla sparire.

A casa lodore era quello di consueto: caffè, libri antichi, spray di lavanda. Ginevra si tolse le scarpe, andò in cucina, mise in infusione la teiera. Il cellulare vibra. Era Dario. Rifiutò la chiamata. Dopo un minuto arrivò un messaggio: Scusa, ti ho ferita. Incontriamoci e ne parliamo.

La cancellò, senza rispondere. Ne arrivò un altro, poi un altro. Bloccò il numero, spense le notifiche.

Nei giorni seguenti Dario chiamò da numeri sconosciuti, scrisse sui social, chiese a amici comuni di farle sapere che era pentito. Ginevra ignorò tutto. Non le importava più il denaro speso per il matrimonio, il ristorante prenotato, gli inviti inviati. Lunica cosa che contava era non sottomettersi a unidea di superiorità.

Labito crema rimaneva nellarmadio, avvolto in una fodera protettiva. Lo tirò fuori, lisciò le maniche di pizzo. La nipote, Katia, le aveva chiesto poco prima un vestito per il suo ballo di fine anno. Quello sarebbe stato perfetto su di lei, più di quanto sarebbe stato per una sposa che non avrebbe mai realizzato il sogno di un matrimonio.

Si sedette sul divano, abbracciò le ginocchia, guardò fuori dalla finestra. Il cielo si tingeva degli ultimi colori del tramonto. La città ruggiva in basso, viva e indifferente ai drammi altrui. Da qualche parte Dario, nella sua nuova casa, si chiedeva perché Ginevra avesse tagliato tutto così di netto, senza capire che le prove umilianti non costruiscono amore né fiducia.

Il telefono vibrò ancora, da un numero sconosciuto. Ginevra non rispose; accese la musica, si infilò sotto la coperta e chiuse gli occhi. Dentro cera pace, un vuoto leggero, come se avesse tolto dallo zaino un peso immenso dopo un lungo viaggio.

Due giorni dopo arrivò Katia, irrompendo nellappartamento con un urlo di gioia, vedendo labito.

Zia Ginevra, è davvero mio? stringeva il pizzo al petto, girandosi davanti allo specchio.
È tuo, annuì Ginevra, osservando gli occhi scintillare della nipote.
E a te non servirà più?
No, ho altri progetti.

Katia la abbracciò, impregnando laria di profumo di shampoo floreale e giovinezza. Ginevra ricambiò labbraccio, accarezzandole la schiena. Era rassicurante sapere che labito non si sarebbe perduto, che era riuscita a fermare il corso in tempo, che non rimaneva alcun rimorso, solo una lieve tristezza per il tempo sprecato e le speranze infrante.

Eppure era tutto passato. Era libera. E questa libertà valeva più di ogni prova che il mondo potesse lanciare.

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