13 aprile 2025
Mi trovo a scrivere sul taccuino di bordo, mentre il tram scivola lentamente lungo Via della Conciliazione. Oggi ho dovuto affrontare una situazione che ancora mi sorprende, e mi sembra giusto tracciarne i contorni su carta, così da non dimenticare il gusto amaro di certe prove.
«Guarda, è imbarazzante ammetterlo», ho detto a Ginevra, con un sorriso colpevole e le dita che tamburellavano sul tavolo del Ristorante Da Vittoria, «ho lasciato il portafoglio a casa, tutte le carte sono lì. Potresti pagare tu? Mi sento davvero a disagio»
Ginevra, trattenendo un sospiro di sorpresa, ha afferrato la borsa. Sessanta euro per una cena per due non sono un lusso, ma nemmeno una spesa da non considerare. Da tempo guadagna abbastanza da non agitarsi per cifre così modeste.
«Certo, nessun problema», ha risposto.
Il cameriere ha portato il POS e Ginevra ha inserito la carta. Lo schermo è diventato verde, confermando il pagamento. Ho annuito gratamente e lho accompagnata alla sedia, tenendola per il gomito.
Fuori, il vento di dicembre rosicchiava le ossa. Ginevra si è accoccolata più stretta nel suo scialle, mentre io camminavo al suo fianco in silenzio, raccogliendo pensieri. Ci siamo fermati sotto un lampione e ho avuto il coraggio di parlare.
«Devo confidarti qualcosa», ho iniziato, e la mia voce ha preso toni inaspettati. «Il portafoglio era in realtà con me, così come le carte.»
Ginevra è rimasta immobile, una sensazione gelida le ha avvolto le gambe.
«Cosa intendi?»
«È stato un test», ho estratto dalla tasca della giacca un portafoglio di pelle nera e lo ho fatto roteare tra le dita. «Volevo accertarmi che tu mi frequentassi per chi sono, non per i miei soldi. Adesso so che non sei mercantile, ma indipendente.»
Ginevra ha sospirato lentamente. Dentro di lei qualcosa si è stretto in un nodo. Un riso si è impigliato in gola, ma ha forzato un sorriso.
«Sono felice di aver superato la tua prova», ha detto con la massima dolcezza.
Io ho riso di sollievo, lho abbracciata per le spalle. Ginevra si è attaccata a me, nascondendo il viso per non farmi notare gli zigomi serrati. Dentro di me, un turbinio di sensazioni: umiliazione, leggerezza, un senso di essere trattata come una ragazza di scuola.
Le settimane successive sono volate nella solita routine, finché non le ho proposto il matrimonio. È stato tutto romantico, e lei ha accettato.
La preparazione è cominciata subito. Ginevra ha acquistato il vestito in una boutique di Milano: crema, con maniche di pizzo. Abbiamo riservato una trattoria per quaranta persone e inviato gli inviti.
La madre di Marco, la signora Giulia Bianchi, veniva ogni fine settimana e cantava le lodi al figlio come se fosse una merce al mercato.
«Marco è così responsabile», canticchiava versando il caffè in tazze di porcellana quasi invisibili, «aiuta sempre, non dimentica mai la mamma. Ginevra, sii felice che lui ti abbia scelta.»
Ginevra annuiva, ma le parole di Giulia scivolavano senza radicarsi. Imparava a spegnere lascolto quando la suocera iniziava i suoi monologhi.
Due settimane prima delle nozze, Marco le ha proposto di trasferirsi insieme in un nuovo condominio al quattordicesimo piano, con ampie vetrate che affacciavano sul Tevere. Ginevra ha accettato, pur con un dubbio profondo, e ha iniziato a imballare le sue cose. Scatole piene hanno invaso il suo monolocale.
Il giorno del trasloco, Ginevra portava la prima scatola di cuscini decorativi e cornici. Marco lha incontrata al portico e, insieme, hanno spostato il carico fino allascensore.
Lappartamento odorava di vernice fresca e mobili nuovi. Ginevra ha posato la scatola nellingresso, si è stirata, massaggiandosi la schiena ancora indolenzita.
Marco ha preso la sua mano e ha tirato.
«Vieni sul balcone. Ti mostro il panorama.»
Siamo usciti su un balconetto stretto. Il vento scompigliava i capelli di Ginevra, il sole accecante le ha fatto chiudere gli occhi. Il Tevere scintillava sotto, riflettendo il cielo; la città si estendeva fino allorizzonte.
«Passami il cellulare, voglio scattare una foto con questo sfondo», ha detto Marco.
Ginevra ha frugato nella tasca dei jeans, gli ha porso lo smartphone nero. Marco lha guardato, poi improvvisamente si è voltato e ha lanciato il telefono oltre la ringhiera.
Ginevra è rimasta paralizzata, il tempo sembrava fermarsi. Guardava il vuoto dove il piccolo dispositivo era scomparso tra i cespugli del cortile.
«Che facciamo, cara?», ha sorriso Marco incrociando le braccia.
Ginevra ha spostato lo sguardo dal pavimento a lui, senza panico, solo con un freddo distacco.
«Scendi e portami una SIM», ha detto con voce piatta.
Marco è scoppiato a ridere, ha tirato fuori il telefono dalla tasca dei pantaloni e lo ha agitato davanti al naso di Ginevra, come un prestigiatore che estrae un coniglio dal cilindro.
«Sorpresa», ha esclamato, godendosi il momento. «Vedo che non ti dispiace. Ecco, ti restituisco. Volevo solo testare la tua reazione, il mio vecchio cellulare ha volato via.»
Ginevra ha ripreso il suo smartphone, ha notato il graffio sul vetro protettivo, ha sfiorato lo schermo. Dentro di lei cresceva unirritazione scura, pesante, che riempiva tutto lo spazio. Si è voltata verso Marco.
«Non sono un elettrodomestico da sottoporre a prove», ha detto piano.
Marco ha smesso di ridere. Il suo volto si è allungato, le sopracciglia si sono alzate.
«Dai, è solo uno scherzo. Non ti arrabbiare, ti voglio bene», ha tentato di placare.
Ginevra ha tolto lanello doro con un piccolo diamante dalla sua mano e glielo ha passato.
«Che fai?», ha riflettuto Marco, quasi spaventato.
«Lo riporto», ha risposto Ginevra, porgendo lanello sulla sua palma. «Queste prove colpiscono la mia dignità. Non intendo sposare una persona così infantile e meschina.»
«Ginevra, sei seria? Per una battuta?», ha implorato Marco, la voce carica di lamento.
Lei si è voltata e ha attraversato lappartamento. Le scatole rimanevano intatte nel corridoio, nessuna era stata toccata. Con la chiave dellauto in mano, ha afferrato la borsa, una sola scatola, e si è dirottata verso luscita.
«Ginevra! Aspetta!», ha corso Marco dietro di lei. «Parliamone!»
«Non cè nulla da parlare», ha lanciato sopra la spalla. «Te lo spiego in modo semplice: non hai superato il test.»
Ginevra ha rimesso la scatola in macchina, ha messo il motore in moto e se nè andata, lasciando Marco a fissarla dallo scalino, perso.
A casa, laria profumava di caffè, libri antichi e di un diffusore di lavanda. Ginevra si è tolta le scarpe, è andata in cucina, ha messo lacqua a bollire. Il cellulare ha vibrato: era Marco. Ha rifiutato la chiamata. Dopo un minuto è arrivato un messaggio: «Scusa, ti ho ferita. Incontriamoci e ne parliamo.»
Ginevra lo ha cancellato, senza rispondere, poi un altro, e un altro. Ha bloccato il numero e spento il suono.
Nei giorni successivi Marco ha provato a chiamare da numeri sconosciuti, a scrivere su Instagram, a chiedere agli amici comuni di fargli capire che era pentito.
Ginevra ha ignorato tutto. Non le importava più il denaro speso per il matrimonio, il ristorante prenotato, gli inviti inviati. Lunica cosa che contava era non piegarsi davanti a un senso di superiorità.
Il vestito di seta crema rimaneva nellarmadio, avvolto nella copertura protettiva. Ginevra lha tirato fuori, ha accarezzato le maniche di pizzo; la nipote, Martina, laveva chiesto aiuto per scegliere labito da diploma. Quella sarebbe stata la sua occasione. Il vestito avrebbe brillato su Martina più di quanto potesse su una sposa che non avrebbe mai avuto un vero matrimonio.
Seduta sul divano, ha avvolto le ginocchia, guardando fuori dalla finestra. Il cielo si scuriva, dipinto dagli ultimi raggi del tramonto. La città ruggiva in fondo, viva e indifferente alle drammatiche private. Da qualche parte, Marco probabilmente sedeva nel suo nuovo appartamento, chiedendosi perché Ginevra avesse tagliato tutto così bruscamente, senza capire che i test umilianti non costruiscono amore né fiducia.
Il cellulare ha vibrato di nuovo, un numero sconosciuto. Ginevra non ha risposto. Ha messo musica, si è rintanato sotto la coperta e ha chiuso gli occhi. Dentro regnava una calma vuota, come se avesse tolto uno zaino pesante dopo un lungo cammino.
Due giorni dopo, Martina è arrivata in casa, sbattendo la porta con un urlo di gioia e trovando il vestito.
«Zia Ginevra, è davvero per me?», ha esclamato stringendo il tessuto di pizzo al petto, girandosi davanti allo specchio.
«Sì», ho annuito, osservando gli occhi della nipote brillare di entusiasmo.
«E non ti servirà più?»
«No, ho altri progetti», ho risposto.
Martina mi ha abbracciato, il profumo di shampoo floreale e di giovinezza le avvolgeva. Ho accarezzato la sua schiena, felice che il vestito non fosse sprecato, felice di aver fermato il tempo prima di rimpianti. Ora, dentro di me, solo una leggera tristezza per il tempo perso, ma nessun rimorso.
È finita. Sono libera, e questa libertà vale più di ogni prova a cui il mondo vuole sottoporci. Ho capito che la dignità non si misura con esperimenti, ma con la capacità di dire basta quando qualcosa non è più rispettoso.
Le lezioni più dure sono quelle che insegnano a riconoscere il proprio valore e a non accettare compromessi che minacciano la propria integrità.
Luca.






