«Non ho intenzione di passare la vecchiaia con una rovina», sbottò mio marito: trentadue anni di matrimonio finiti in uno zaino e un paio di scarpe da ginnastica. Mentre faceva le valigie, voleva una vita nuova e non una casa trasformata in ospedale. Per lui, cinquantotto anni non sono ottanta: bicicletta, tintura ai capelli, giubbino di pelle e una vicina di trentacinque anni dal quinto piano. «Destinato a essere felice con una giovane amante?» ironizzai tra le lacrime. «Due vecchie amiche» – così ci ha liquidato, me e mia madre, reduce da un ictus. Ma proprio lei mi ha insegnato che la vita non finisce con un abbandono, e che la giovinezza vera è rinascere se stessi, con coraggio, ai cinquanta, agli ottanta, ogni giorno — soprattutto quando pensavamo fosse troppo tardi.

Non intendo trascorrere la mia vecchiaia con una decrepita! sbottò mio marito.

Basta! Non ne posso più! Riccardo chiuse la cassettiera con tale forza che le bottigliette di profumo tremarono. Sono stanco di sentirmi parlare di dolori alle articolazioni e di medicinali! Voglio vivere, non contaminarmi in una clinica!

Io rimasi sulla soglia della camera, osservando Riccardo mentre stipava le sue poche cose nella borsa. Trentadue anni di vita insieme riassunti in uno zaino e una sacca da ginnastica: questo pensiero mi trafisse più di qualsiasi altra offesa.

Riccardo dissi piano, mia madre dopo lictus non può stare sola. Capisci?

Tua madre è affar tuo! Io non ho intenzione di tirare avanti con una vecchia rovinata, ringhiò lui, senza alzare gli occhi. Ho cinquantotto anni, non ottanta! Non voglio che la mia casa assomigli a un reparto di terapia intensiva!

Rabbrividii. Negli ultimi sei mesi, giovinezza e vecchiaia erano diventate motivo di scontro. Riccardo, allimprovviso, aveva iniziato a tingersi i capelli, si era comprato una bici e una giacca di pelle. Poi era arrivata Laura, la vicina del quinto piano, divorziata, trentacinquenne.

Stai andando da lei? Sapevo già la risposta, ma chiesi lo stesso.

Riccardo si voltò di scatto. Nei suoi occhi fu uno scintillio breve di vergogna, subito sostituito da ostinazione.

Sì, vado da lei. E sai perché? Perché con lei mi dimentico delletà. Non conta i miei capelli grigi, non mi parla di cuore malato. Lei è semplicemente libera. Capisci?

Libera. Quella parola mi colpì a fondo. Involontariamente mi guardai allo specchio: il mio viso stanco, le nuove rughette attorno alle labbra. Un tempo Riccardo mi chiamava la sua bellissima. Ora

Tra poco compi sessanta, Riccardo, sussurrai. Davvero pensi

Che cosa? rise lui, nervoso. Che non merito forse la felicità? Una nuova chance? Guarda che tanti della mia età

Scappano con amanti più giovani? tentai il sorriso, amaro. Triste, ma vero.

Riccardo agitò la mano, infastidito:

Ecco! Sempre pronta a gettare tutto nel fango! Io voglio solo respirare a pieni polmoni, capisci?

Chiuso lo zaino, la cerniera risuonò come una sentenza.

Di a tua madre che le auguro salute, grugnì, diretto verso lingresso. Spero che stiate comode. Voi due si interruppe, ma concluse: Due vecchie amiche.

La porta sbatté. Mi sedetti a lungo sul letto, fissando il vuoto. In testa risuonava Due vecchie amiche. Eppure, ho solo cinquantatré anni È davvero questa la vecchiaia?

Dalla stanza accanto arrivò una voce flebile:

Manu? È successo qualcosa?

Niente, mamma risposi, sforzandomi di alzarmi. Riccardo è uscito. Un impegno.

Mentire mi faceva male, ma non ero pronta a dire la verità. Non volevo che mia madre, a ottantanni, si colpevolizzasse per il fallimento del mio matrimonio.

I giorni scorrevano come un fiume grigio. Ripetevo i soliti gesti: cucinare, pulire, occuparmi di mamma. Continuavo a pensare: quando? Quando ho smesso di vedere il muro che cresceva tra di noi?

Ricordavo quando conobbi Laura. Ci vedevamo spesso vicino alle cassette della posta: sempre allegra, pieni di colori, risate forti. Pensavo che fosse dura da sola, con un bambino.

Ma poi notai gli sguardi di Riccardo. Si tratteneva alla finestra quando Laura portava fuori il cane. Capitava per caso davanti al portone quando lei tornava dal lavoro. Rimaneva fino a tardi in garage.

Manu, la voce di mamma mi riportò alla realtà, hai lavato quella tazza almeno mezzora. Vieni qui.

Mi voltai. Era vero: fissavo la finestra, una tazza tra le mani.

Arrivo mamma, finisco adesso.

Manuela, si sedette, appoggiandosi allo schienale, capisco tutto, non occorre fingere.

Mamma

Ti ha lasciata, vero? Sta con quella del quinto piano?

Annuii, sentendo le lacrime affiorare.

Sciocco patentato, disse mamma con filosofia. Sai cosa succede agli uomini vicino ai sessanta? Un diavolo li possessava cercano la giovinezza dove non cè mai stata.

Basta, mamma.

Perché basta? madre rise, squillante. Anche tuo padre, a cinquantadue, perse la testa. Pensava che la vita gli stesse scivolando via.

La guardai stupita:

Papà? Non me lhai mai detto

E che bisogno cera? scrollò le spalle. Dopo due mesi tornò a casa, coda tra le gambe. Solo che io non laspettavo più.

Sul serio?

Proprio così, mamma ammiccò. In quei due mesi ho capito che la mia vita non era finita. Mi iscrissi a un corso di ricamo. E la verità: senza di lui, si respirava meglio.

Tacque, osservando le mani vecchie, macchiate, ma ancora agili.

Sai Manu, gli anni non contano. Quello che conta è cosa succede nel cuore. Ho ottantacinque anni, e dentro mi sento sempre una ragazzina.

Sorrisi, involontariamente: era vero. Mamma, nonostante letà e le malattie, emanava una forza speciale. La gente era sempre attratta da lei.

E Riccardo, continuò mamma, non sta scappando da te. Fugge da se stesso. Ha paura delletà. Pensa che, con una giovane accanto, ringiovanisca pure lui.

Lo difendi? sentii unondata di rabbia.

Macché sospirò. Mi fa pena. Perché so che non troverà quello che cerca. Il tempo ti raggiunge comunque, cara.

In quel momento, dal cortile arrivò una risata. Istintivamente guardai fuori: Riccardo e Laura passeggiavano, lui le portava le borse, lei gli raccontava qualcosa gesticolando, e lui la guardava rapito. Sentii il cuore serrarsi.

Non tormentarti, con dolcezza mi allontanò dalla finestra. Vieni, prendiamo il tè. Ho appena fatto i biscotti al miele.

Mamma, i biscotti la voce mi tremava.

Lui è uno sciocco, ripeté mamma paziente. Ma quella è la sua strada. Tu cercane una tua. Sai che cè? Domani andiamo a villa Borghese. Dopo la ristrutturazione è stupenda.

Stavo per oppormi, ma nel tono di mamma cera una tale speranza che decisi di tacere. E se avesse ragione? Forse è ora di smettere di sopravvivere e cominciare a vivere, davvero.

Il parco mi sorprese. Nuovi sentieri, fontane, panchine accoglienti. Al centro, il vecchio teatro faceva da punto dincontro di attività culturali. La musica riempiva laria.

Guarda qui, mamma si fermò davanti a una locandina, corsi di letteratura, una scuola di ballo, yoga per anziani!

Mamma alzai gli occhi ti prego, non dirmi che

E perché no? mamma sorrise maliziosa. A dispetto delletà, potrei stupirti ancora!

E come a dimostrarlo, agitò il braccio. Il bastone cadde rumorosamente.

Oh arrossì.

Posso aiutare? una voce maschile, gentile.

Un signore distinto, di mezza età, raccolse il bastone e lo porse con riverenza.

Prego.

Grazie infinite, mamma si emozionò.

Arturo De Santis, si presentò. Guida gli incontri letterari. Vedete qualcosa dinteressante?

No, beh stavo per rispondere, ma mamma mi interruppe decisa:

Certo! Mia figlia scrive poesie meravigliose. Alluniversità pubblicava nel giornale di facoltà.

Mamma! sentii il viso infuocarsi. Era secoli fa.

La poesia non ha età, disse sorridendo il signor De Santis. Volete venire a una nostra riunione ora? Stiamo leggendo i testi nuovi.

Così finii nel club letterario. Incredibilmente, mi ci immersi, allinizio solo per tenere compagnia a mamma. Il profumo di libri, le voci soffuse, i volti attenti: unatmosfera speciale. Qui nessuno giudicava laspetto o letà. Si ascoltavano i sentimenti.

Arrivò la serata di poesia. Un piccolo evento, intimo. Ma mi sentivo come agli esami.

Lessi le mie poesie sullamore, la perdita, la speranza; sulla vita che non finisce col dolore. Con ogni verso sentivo dentro di me qualcosa sciogliersi, distendersi, rinascere.

Sulla via di casa incrociai Riccardo, appena uscito dallappartamento di Laura. Mi guardò imbarazzato.

Manu, sei splendida.

Lo fissai. Ora, quegli occhi marroni non mi facevano più male. Solo una calma stanchezza.

Grazie dissi. Nientaltro?

No cioè, sì, si avvicinò. Vorrei spiegare insomma, ho capito.

Ti sei pentito? sollevai un sopracciglio. Laura non era perfetta?

Riccardo smorfia:

È diversa. Giovane, sì, attraente ma esitò non cè niente di cui parlare.

Pensavi che a trentacinque le ragazze adorassero la cultura anni Ottanta? risi. Riccardo, sei ingenuo. Davvero.

Non è questo, si rabbuiò. Solo Manu, ho fatto degli errori. Forse potremmo

No, dissi, ferma. Non forse. Anzi, ti ringrazio.

Per cosa? fu colto di sorpresa.

Per essere andato via. Per avermi obbligata a scoprire che la vita non è solo cucina e pulizie.

Manu, ho capito. Voglio tornare a casa, possiamo sistemare tutto.

Con dolce, ma ferma decisione, mi scostai:

No, Riccardo. Non vuoi tornare davvero. Perché non esiste più quella casa. Manuela che lavava le calze e taceva a cena non esiste più. Quella nuova non la conosci. E temo che ti spaventerebbe.

Perché?

Perché vive per se stessa.

In quellistante arrivarono mamma e Arturo De Santis. Mamma camminava senza bastone, Artuto la sorreggeva con rispetto.

Oh, Riccardo, lo gelò con lo sguardo. Sei ancora qui?

Buonasera, signora Lucia, balbettò. Sto andando via.

Ecco, assentì. Sai che cè? La prossima volta che vorrai sfuggire alletà, rifletti. Forse il problema non è attorno a te.

Riccardo impallidì, si voltò e si allontanò.

Mamma! dissi, rimproverandola con tenerezza. Non era necessario

Ma sì che lo era, si strinse nelle spalle. Dire la verità. Ah, a proposito, il signor De Santis mi ha invitata a dirigere un corso di Fiabe della nostra infanzia per i nipoti. Che bello!

La signora Lucia è una narratrice nata, disse gentile Arturo. Farà impazzire i bambini.

Guardavo mamma: vivace, gli occhi luminosi. Mi venne da pensare: forse la saggezza è questa. Non resistere al tempo, ma viverlo come un dono. Sfiorare nuove pagine di sé.

Dopo due mesi, Riccardo lasciò Laura. Si diceva che lei avesse trovato qualcuno più giovane. Un mese dopo, mi scrisse: poche righe maldestre, pieni di scuse, di richiesta di perdono. Non ho risposto.

Perché? Perché ora ho la mia vita. Due volte alla settimana: club letterario. E sapete che cè? A cinquantatré anni, dopo tanto tempo, mi sento davvero giovane. Perché la giovinezza non è pelle liscia: è il coraggio di essere se stessi. Sempre.

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«Non ho intenzione di passare la vecchiaia con una rovina», sbottò mio marito: trentadue anni di matrimonio finiti in uno zaino e un paio di scarpe da ginnastica. Mentre faceva le valigie, voleva una vita nuova e non una casa trasformata in ospedale. Per lui, cinquantotto anni non sono ottanta: bicicletta, tintura ai capelli, giubbino di pelle e una vicina di trentacinque anni dal quinto piano. «Destinato a essere felice con una giovane amante?» ironizzai tra le lacrime. «Due vecchie amiche» – così ci ha liquidato, me e mia madre, reduce da un ictus. Ma proprio lei mi ha insegnato che la vita non finisce con un abbandono, e che la giovinezza vera è rinascere se stessi, con coraggio, ai cinquanta, agli ottanta, ogni giorno — soprattutto quando pensavamo fosse troppo tardi.