“Non ho voce in capitolo? Allora da me non avrai neppure un centesimo!” Mia suocera rimase sconvolta mentre sbattevo la mano sul tavolo.

Caro diario,

E io non ho voce in questa faccenda? Allora non mi darai neanche un centesimo! la suocera rimase impietosa mentre schiaffeggiavo il tavolo con la mano.

Lidia era appoggiata al bordo del divano come se fosse un filo teso. Sotto di lei cera il velluto costoso che si era comprata per sé, quel velluto che la suocera Luisa Bianchi definiva da mesi una merceria di cattivo gusto. Vincenzo, invece, si stiracchiava comodamente nella poltrona, una gamba sopra laltra, schiacciando i semi di girasole nonostante letà in cui ormai non dovrebbe più farlo. Trentaotto anni, padre di due figli, e continuava a schiacciarli come un liceale in cortile.

Allora, Lidia, sussurrò Luisa con un tono astuto, posando rumorosamente una pentola di zuppa di legumi sul tavolo, Vincenzo e io ne abbiamo discusso e abbiamo deciso: vendi la tua macchina. Tu lavori qui vicino, però Marina deve arrivare in clinica. Non può viaggiare in pullman con la pancia così, vero?

Lidia rispose con un sorriso freddo, E allora mi tocca fare il cane da cortile, messo al guinzaglio e portato dove vogliono?.

Mi hai chiesto? ribatté, fissando la suocera con uno sguardo gelido.

Luisa, mescolando la sua zuppa, rise: Cosa cè da chiedere? Nella nostra famiglia chi ha difficoltà, tutti aiutano. È così che ho cresciuto mio figlio. Tu, invece, pensi solo a te…

Senza alzare lo sguardo dal cellulare, Vincenzo mormorò: Lidia, sai che Marina è incinta, è dura per lei ora non è per sempre. Quando si riprenderà, le restituiremo ciò che le abbiamo preso.

Restituiremo? Lidia fece una smorfia. Metterete tutto per iscritto? O sarà come il prestito della cucina, rimasto da tua madre per cinque anni in conservazione a lungo termine?

Che tipo di persona sei? scoppiò Luisa. Non sono la tua nemica, sono tua madre! Dovresti offrire aiuto, non stare lì a fare la principessa! Tutto è sbagliato per te, tutto è ingiusto!

Lidia si alzò, senza tiri e gridi, semplicemente stanca. Aveva finto troppo a lungo di non vedere come questa famiglia, con la sua affettuosa ipocrisia, le strappasse le ali. Senza una parola, entrò nella camera da letto. E allora cominciò il coro:

È arrabbiata? sussurrò la suocera a gran voce, come se Lidia non sentisse.

Lidia, davvero? intervenne Vincenzo. Non essere così dura. Mamma non intendeva nulla di male

Ho parlato da madre! proclamò Luisa. Se non lo capisci, non sei una di noi. Non ti appartieni a questa famiglia.

Pochi minuti dopo Lidia riemerse con i documenti dellauto, li pose sul tavolo.

Ecco il patto. Lauto è a me, intestata a mio nome. Lappartamento, a proposito, lho ereditato da mia nonna nessuno di voi ha alcun diritto su di esso. È il mio unico contributo alla vostra idea di famiglia.

Vuoi rovinare tutto per un pezzo di metallo? sbuffò Luisa.

No, per te, rispose Lidia con un cenno. Per il tuo controllo infinito e per la tua codarda complicità, Vincenzo.

Lidia, aspetta, gemette Vincenzo, accarezzandosi la testa. Volevamo solo aiutare Marina

Allora vendi il garage con la Lada del 2003, replicò Lidia, sorridendo tagliente. Prendete i taxi, non vi sfaldate.

Luisa colpì la ciotola con il cucchiaio.

Non sei una moglie, sei una donna daffari. Pensi solo a proprietà e carte. Nessun cuore, nessuna coscienza.

E tu sei solo amore e compassione? replicò Lidia. Divertente come tutto costi sempre a mie spese. Che carità strana!

Uscì verso il bagno, chiuse la porta per respirare. Dentro tremava, non per la paura, ma per la rabbia.

Qualche ora più tardi Vincenzo tornò nella camera senza semi di girasole, senza cellulare, senza orgoglio.

Lidia parliamone.

Troppo tardi, Vincenzo. Troppo tardi per bere lacqua minerale dopo che tua madre ha venduto i reni. Non hai detto nulla quando si discuteva di come liberarsi della mia auto. Cosè stato?

Non volevo litigare

Non vuoi mai niente, tranne pace e silenzio. E quel silenzio significa stare zitto mentre io rinuncio ai miei diritti, ai miei beni, al mio buonsenso.

Vincenzo espirò pesantemente.

Parliamone domani, da adulti. Sediamoci e risolviamo. Non scaldarti.

Lidia lo guardò dritto negli occhi.

Sei ancora il mio uomo, Vincenzo? O sei da tempo il figlio di tua madre?

Lui rimase in silenzio.

Lappartamento era muto. Anche la zuppa di legumi si era raffreddata.

La mattina seguente Lidia si svegliò prima del solito. Il sole entrava dalla finestra, audace, come se sapesse che quel giorno segnava una svolta. Vincenzo russava sul divano di cucina, come se nulla fosse accaduto, come se avesse appena vinto una discussione sul colore delle tende, non un tradimento alla suocera.

Versò il caffè, facendo attenzione a non far tintinnare le tazze, non per rispetto, ma per principio. Il rumore è emozione. Oggi era acciaio.

Basta. Non mi concederò più nemmeno un centimetro della mia vita.

Luisa irruppe in cucina, avvolta in un camice, una cuffia da cucina e un volto pieno di accuse.

Allora, padrona dellappartamento, sbuffò, hai dormito bene sui tuoi metri quadrati legittimi?

Lidia la fissò, il suo sguardo così tagliente che, se Luisa fosse stata più saggia, sarebbe tornata indietro. Ma la stoltezza è la più distruttiva.

Sto pensando, continuò lanziana, sedendosi e afferrando la tazza di Lidia, forse non capisci come funziona una famiglia. Ai miei tempi, se un uomo era in difficoltà, sua moglie lo sosteneva come una roccia. Tu sei più una notarile del cimitero conta chi prende cosa.

Bella metafora, rispose Lidia con calma, riprendendo la tazza. Ma non sono al cimitero, sono in un matrimonio. O lo ero.

Che dramma, sbuffò la suocera. Come in una telenovela. Non credi di esagerare, Lidia?

A quel punto Vincenzo entrò, grattandosi la testa, con quei pantaloni da tuta che Lidia aveva voluto buttare via due anni fa.

Mamma, ricominci? bisbigliò.

E tu sei di nuovo silenzioso? ribatté Lidia, girandosi verso di lui. No, Vincenzo ora. Scegli. Ora.

Non drammatizzare, mormorò, cercando di suonare saggio. Possiamo risolvere. Da adulti.

Allora comportati da adulto. Dimmi: sei mio marito o unestensione della cucina di tua madre?

Luisa si alzò, la voce gelida.

Figlio, dimmi chiaramente è lei più importante di te?

Vincenzo rimase lì come un asino al bivio, indeciso tra due supermercati con un solo coupon.

Lidia si avvicinò.

Sai cosa fa più male? Non è che non mi difendi. È che difendi loro. E resti in silenzio, come se non facessi parte di nulla solo spettatore. Come se questo matrimonio fosse uno spettacolo televisivo, non la tua vita.

Non volevo una guerra mormorò lui.

Questo non è guerra. È una fuga. Me ne vado. In realtà, sei tu a scappare.

Noi?

Lidia aprì larmadio del corridoio, tirò fuori la sua borsa, vi mise dentro le sue camicie.

Cinque minuti. O inizio a buttare via le cose da sola. Cosa conta di più tua madre o questo appartamento? Lascia le chiavi sul tavolo. E prendi la zuppa è sua. Puoi assaggiarla.

Vincenzo la guardò come un gatto davanti al frigorifero chiuso, sperando che qualcuno lo aprisse.

Lidia

Troppo tardi, Vincenzo. Non credo più che crescerai. Quaranta anni e ancora sotto il grembiule di tua madre. Non ho bisogno di un figlio così. Tanto meno di un marito.

Luisa sbatté la porta della camera, poi tornò con la sua borsa piena di pressione alta, controllo, consigli e leterno: Nella nostra casa non facevamo mai così.

Quindici minuti dopo erano tutti andati via. Lidia rimase sulla soglia, come dopo un incendio. Profumava di zuppa, ma voleva una sigaretta.

Andò in cucina, prese il bicchiere di vino dallarmadio, ne versò un sorso, guardò fuori. Pioveva, come nei film.

E allora fu divertente. Sorrise, prima solo con gli angoli della bocca, poi a voce alta.

Non sono una notarile del cimitero. Sono la padrona della mia vita. Finalmente ho capito che il vero potere è riconoscere quando è il momento di lasciar andare.

La lezione di oggi: chi vive sotto lombra di altri non può mai vedere la luce che gli spetta. È meglio camminare da soli, con la propria luce, che restare intrappolati in una casa che non è più tua.

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“Non ho voce in capitolo? Allora da me non avrai neppure un centesimo!” Mia suocera rimase sconvolta mentre sbattevo la mano sul tavolo.