Nessuno mi porterà via la mia bambina.
Mi torna alla mente quella storia di tanto tempo fa, quando vivevamo a Firenze. Il mio patrigno, signor Bianchi, non è mai stato cattivo con noi, almeno non ci negava mai il pane né ci rimproverava per la scuola. Solo quando tornavo tardi la sera si arrabbiava davvero.
Ho promesso a tua madre che ti avrei tenuto docchio! gridava, mentre io cercavo di spiegare che ero ormai maggiorenne. E chi meglio di me sa cosa ti è permesso fare e cosa no! Maggiorenne credi che perché hai preso il diploma puoi fare quello che vuoi? Trova prima un lavoro serio, poi fai la donna adulta!
Dopo, quando si calmava, parlava con più dolcezza.
Ma lui ti lascerà, Annamaria, ascolta uno che ne ha viste tante. Ho visto comè il tipo che ti viene a prendere: macchina costosa, faccia pulita… Cosa vuoi che faccia con una ragazza semplice come te? Piangerai, ricorda le mie parole.
Io non gli credevo. Oggi posso dire che non ero così ingenua, ma allepoca ero convinta che Roberto, il mio ragazzo, fosse diverso. Bello, terzo anno di università, anche lui pagava le tasse anzi, pure io avrei studiato alluniversità privata, se avessi potuto. Non ero stata ammessa per concorso, il corso al liceo non mi piaceva e per mantenermi lavoravo distribuendo volantini e vendendo giornali, ma mi preparavo agli esami per lanno dopo.
Così avevo incontrato Roberto: gli avevo consegnato un volantino, lui sorrideva e continuava a prenderli.
Signorina, facciamo così, prendo tutti questi volantini e lei viene con noi in trattoria?
Non so perché accettai, ma lo feci. Sicura che non sarebbe stato furbo buttare volantini nel quartiere, li infilai nello zaino e poi li gettai via tornando a casa.
In trattoria Roberto mi presentò ai suoi amici, mi offrì pizza e gelato. Io e mia sorella Lucia avevamo mangiato così bene solo ai compleanni i soldi erano pochi, la pensione che ci passava il patrigno, signor Bianchi, non la lasciava spendere, “risparmiatela per tempi duri”, diceva.
In verità, il suo stipendio andava metà per la macchina che si rompeva sempre e metà se lo giocava. Io non protestavo: almeno non ci aveva buttate fuori, lappartamento era suo, la casa di mamma laveva venduta quando si era ammalata. Avevo desiderio di cioccolato, pizza, bibite dolci ma se riuscivo a ottenerle, le davo sempre a Lucia. Anche da Roberto chiesi se potevo portare una fetta di pizza a mia sorella. Lui mi guardò un po incredulo, poi mi comprò una pizza intera e una grossa tavoletta di cioccolato con le nocciole.
Il patrigno pensava male: Roberto era gentile. Io accanto a lui mi sentivo ancora più motivata: iniziai a prepararmi ancora meglio agli esami, mi trovai un vero lavoro come cassiera in supermercato. Pagavano bene, mi comprai i jeans nuovi e finalmente un taglio da una vera parrucchiera, volevo che Roberto fosse fiero di me.
Quando mi invitò nella sua casa in campagna, capii subito che sarebbe successo quello che succede tra grandi. Non ero più una bambina. E ci amavamo. Mi preoccupava solo che il patrigno non mi lasciasse andare, ma lui aveva iniziato a tornare tardi, talvolta non rientrava. Sapevo dove dormiva da zia Livia, linfermiera del quartiere; da tempo lei rideva dei suoi goffi corteggiamenti, ma alla fine aveva ceduto. Si era anche separata, e ora lui pensava di sposarla.
Per me era un vantaggio: Lucia piangeva allidea di dormire da sola, ma io le compravo la cioccolata, patatine e aranciata, alla fine si rassegnava.
Scoprii di essere incinta tardi il mio ciclo era irregolare, non ci badavo. Nessuno mi aveva insegnato. Una collega, Veronica Albanesi, mi disse scherzando:
Ma ti sei messa a splendere, sei diventata rotondetta non sarai mica incinta?
Ridemmo, ma quella sera comprai il test. Due linee. Non ci credevo.
Roberto non ne fu felice. Disse che non era il momento e mi diede soldi per il medico. Raccolsi le lacrime e andai. Era troppo tardi sedici settimane. Era successo tutto nella casa in campagna. Pensavo che la prima volta fosse impossibile.
Per qualche tempo nascosi tutto al patrigno, ma la pancia cresceva. Dovetti ammettere tutto.
Urlò come non mai.
E il tuo ragazzo? Vuole sposarti?
Abbassai gli occhi. Roberto era sparito da un mese dopo aver saputo che dovevo tenere il bambino.
Lo sapevo disse solo.
Dopo qualche giorno mi disse, sicuramente dietro consiglio di zia Livia:
Ormai è così. Partorirai, ma dovrai lasciare il piccolo in ospedale. Non voglio altri bocche da sfamare. Mi sposo, Annamaria. Anche Livia aspetta figli, ne avremo due. Tre neonati in casa è troppo.
Zia Livia verrà a vivere qui? chiesi sorpresa.
Certo. È mia moglie ormai, dove dovrebbe andare?
Pensavo scherzasse, ma insisteva ogni giorno: minacciava di cacciarmi insieme a Lucia se tornavo con un bambino. Sapevo che ripeteva le parole di Livia, ma non cambiava nulla: non potevo abbandonare mia figlia.
Non preoccuparti mi disse zia Livia un neonato lo adottano subito, gli vorranno bene come fosse loro.
Io piangevo, chiamavo Roberto, pensavo a dove andare con Lucia e la bambina, ma non trovavo una soluzione. Un giorno Veronica Albanesi mi fece notare una coppia che conosceva:
Li vedi sempre vestiti di nero. Sempre a lutto. Dovrebbero pensare a un altro figlio o adottarne uno.
Quella coppia la vedevo spesso, insieme o separati. Erano educati, gentili, sempre un po tristi. Ma non sapevo nulla di loro.
La loro figlia aveva avuto un brutto incidente. Viaggio distruzione, autista si addormentò Una storia che fece scalpore. Lui medico, lei insegnante dinglese. Da vicina andai da loro, come tutti; portavamo statuine di angeli. La loro figlia ne aveva comprata una durante lescursione, stringendola nelle mani. Fu lunica cosa recuperata. Non ricordo chi ebbe per primo lidea: chi portava un angioletto, poi tutti lo fecero. Pensavo che peggiorasse tutto, invece sembrava aiutarli.
Avevo visto in un film di una ragazza che lasciava il figlio a una famiglia che non poteva avere bambini. Capivo che quella coppia probabilmente non voleva altri figli, ma continuavo a pensarci. Allottavo mese ancora lavoravo, non volevo perdere il posto. Quella coppia si mise alla mia cassa, e il signore chiese:
Cara ragazza, non sarebbe ora di andare in maternità? Qui partorisce sulla cassa!
Io non mi lamentavo, ma in verità era dura: mal di schiena, acidità, piedi gonfi. Nessuno chiedeva come stessi, solo il medico del consultorio. Quella premura mi commosse, mi si inumidirono subito gli occhi.
Due giorni dopo, tornando a casa con la spesa, incontrai il signore che mi offrì di aiutare con le borse. Mi sentii impacciata, e anche contenta. Pensai che fosse una buona persona.
Vidi la statuina dellangelo in una vetrina, in saldo estate inoltrata, non andavano. Seguendo listinto, la comprai. Veronica Albanesi mi diede lindirizzo della coppia.
Quando suonai il campanello, ebbi paura che fosse fuori luogo, dopo tanti anni. Forse ormai nessuno portava altri angeli.
Aprì la porta la signora. Mi riconobbe subito dallespressione. Timida, le consegnai la statuina con la testa bassa. Mi aspettavo di essere sgridata o respinta.
Invece mi invitò con un sorriso:
Entra. Vuoi una tazza di tè?
Davanti al tè mi raccontò tutta la loro storia. Sentita da lei, faceva ancora più male.
Perché non avete avuto altri figli? chiesi a bassa voce.
Dopo quellincidente, dovettero operarmi. Non potevo più averne.
Mi sentii inopportuna, volevo chiedere delladozione ma non trovavo le parole.
Abbiamo pensato alladozione disse lei, come se leggesse nel pensiero. Abbiamo fatto anche il percorso per diventare genitori adottivi. Ma allultimo, non ce la feci. Chiesi a mia figlia un segno. Ma non arrivò nulla.
Proprio allora, dalla sala si sentì un tonfo, come di bicchiere rotto. La donna sobbalzò, io guardai la stanza pensavo fosse vuota.
Entrammo nella sala. Avevo paura fosse un triste memoriale, con candele e foto. Ma cera solo una foto, molta luce, e tante statuine di angeli. Una, proprio quella della figlia, era caduta e si era rotta. La donna la raccolse e la guardò a lungo.
Poi, con voce strana, disse:
Questa questa era la sua statuina.
Mi feci rossa. Se non era un segno quello…
Nacque una bimba, puntuale come previsto. Zia Livia ormai si era trasferita da noi e anche lei aveva partorito due gemelli, prematuri. Stavano ancora in ospedale, avevano già comprato due culle bianche, bellissime, con materassi di cocco. Per la mia bambina non pensavano di comprare nulla: dovevo lasciarla là.
Solo Lucia, la sera, mi domandava sottovoce:
Non si può nasconderla da qualche parte? Che non sappiano che è qui, la tua bambina. Ti aiuterò io.
Quelle parole mi facevano soffrire, ma davanti a lei fingevo forza.
Avevo già scritto la lettera. Spiegavo che non potevo tenere la bambina, che era sana, di stare tranquilli. Parlavo del segno la statuina caduta. Nel pacchetto mettevo tutti i miei risparmi della pensione. Doveva bastare, erano brave persone.
Dimettersi dallospedale la mattina era dura, ma lasciare la bambina in pieno giorno mi sembrava impossibile. Restai tutto il giorno nello shopping center, stavo male ma pensavo solo a trovare genitori amorevoli per la mia piccola.
Quando chiusero il centro, aspettai sullapanchina, facendo passare le ore. Appena calò la sera, entrai nellandrone del palazzo, approfittando di un signore col cane che usciva per la passeggiata.
Portavo la bambina in una navicella presa con i miei soldi, Veronica Albanesi laveva portata in ospedale alla mia dimissione. Nessuno fece domande. Poggiando la navicella vicino alla porta affinché non fosse dintralcio misi la busta con i soldi e la lettera sotto la copertina. Stavo per suonare e scappare, quando la porta si aprì. Davanti a me cera il padre della ragazza scomparsa.
Che stai combinando qui?
Sobbalzai.
Vide la navicella.
Cosè questa?
Mi scesero giù le lacrime. Raccontai tutto: di Roberto che mi aveva abbandonata, del patrigno che ci aveva mantenute sette anni ma ora si sposava e aveva i suoi figli, e di zia Livia che aveva proposto di lasciarla in ospedale.
Mi ascoltò con attenzione, poi disse:
Mia moglie, Giulia, dorme già. Meglio non svegliarla. Domani parleremo. Vieni, ti sistemo un letto nel salone.
Dormire tra decine di statuine di angeli era strano. Ma caddi subito addormentata, stringendo la mia bambina al petto.
Mi svegliai sentendo un vuoto. La bambina non era più vicino a me. In quel momento capii che non sarei mai riuscita a separarmene, mai nella vita. Avrei voluto correre a prenderla
Mi alzai, ma prima che muovessi un passo entrò Giulia. Aveva la bambina in braccio.
Tieni sorrise. Deve mangiare, lho appena cullata, volevo farti dormire un po di più.
Mentre nutrivo la mia piccola, non riuscivo a incrociare lo sguardo di Giulia. Cosa le avrà detto il marito? E se avessero già deciso di adottarla? Come dirle che avevo cambiato idea?
Quanti anni ha tua sorella? chiese Giulia, improvvisamente.
Dodici balbettai.
Secondo te, vorrebbe venire a vivere con noi?
Mi sorpresi così tanto che la guardai negli occhi.
Come?… Non capisco.
Sì, Sante mi ha spiegato tutto. Che non avete casa, che il patrigno ti manda via. Pensavo che se tua sorella resta là, diventerà la serva di tutti. Meglio che venga anche lei qui.
“Anche”? chiesi, quasi senza voce.
Giulia fece cenno alla statuina, messa vicino alla foto, incollata con cura ma piuttosto rovinata.
Credo sia un segno. Dobbiamo aiutarti disse semplicemente. Abbiamo pensato: cè spazio per tutti, venite da noi. Ti aiuterò con la piccola. E lascia stare certe sciocchezze. Madre e figlia non devono mai separarsi.
Sentii una gioia, e così tanta vergogna che mi arrossii di nuovo.
Allora vuoi? chiese.
Annuii, nascondendo il viso nella coperta della mia bambina, così che Giulia non vedesse le mie lacrime.






