Non la lascerò mai andare. Racconto. Il patrigno non le trattava male. Almeno, non le rinfacciava m…

Non la do a nessuno. Racconto.

Il patrigno non era cattivo. Almeno, non rinfacciava mai il pane, non la rimproverava per la scuola, si arrabbiava solo quando Anita tornava più tardi del previsto.

Ho promesso a tua madre che ti avrei tenuta docchio! urlava in risposta alle timide proteste di Anita, che faceva notare che ormai era maggiorenne. Sono io che so cosa puoi fare e cosa no! Eh già, maggiorenne! Pensi che con la maturità puoi fare tutto? Prima trova un lavoro serio, poi fai vedere quanto sei adulta!

Dopo, calmato un po, parlava in modo più pacato.

Tanto ti molla, quel ragazzo. Credi che non lo abbia visto, quello che ti viene a prendere? Macchina nuova, faccia da modello che ci fa lui con una semplice come te, Anita? Vedrai poi che piangerai, segna le mie parole.

Anita non ci credeva al patrigno. Certo, Orazio era carino ed era al terzo anno di università privato, però anche lei avrebbe voluto studiare lì, se solo avesse avuto i soldi. Al concorso non era passata, il tecnico non le piaceva, e per ora distribuiva volantini, consegnava giornali e si preparava per gli esami del prossimo anno. Era stato così che aveva conosciuto Orazio: lei gli porgeva un volantino, lui li prendeva uno dietro laltro e poi:

Senti bella, facciamo così: prendo tutti i tuoi volantini e tu vieni con noi al bar?

Non si capisce cosa le sia scattato, ma Anita accettò. Ormai esperta, non buttò i volantini subito lì in zona, li infilò nello zaino e li gettò al ritorno, quando uscì dal bar.

Al bar Orazio la presentò agli amici e la offrì pizza e gelato. Lei e la sorella mangiavano cose del genere quasi solo ai compleanni: di soldi ce nerano pochi, e la pensione che arrivava, il patrigno diceva di non toccarla, che resti lì per i tempi bui, se succede qualcosa.

A dire il vero, lo stipendio ce laveva buono, ma metà lo spendeva per lauto (sempre rotta) e metà la perdeva sulle scommesse. Anita non si lamentava: almeno li aveva tenuti in casa, sia lei che Lorenza, la casa era sua, quella della madre lavevano dovuta vendere quando si era ammalata. Certo, le sarebbe piaciuto mangiare cioccolata, pizza o bere una bibita, ma se cera qualcosa, Anita lo lasciava sempre alla sorella. Anche quella volta chiese a Orazio se poteva portare a casa un pezzo di pizza per Lorenza. Lui la guardò un po stranito, poi le comprò una pizza intera e una tavoletta di cioccolato con le nocciole.

Pensava male il patrigno, che Orazio la avrebbe ferita. Lui era gentile. E Anita, con lui, sentiva ancora di più la sua insufficienza, così studiava con più impegno per prepararsi agli esami, trovò lavoro stabile cassiera in un supermercato. I soldi erano buoni, riuscì a comprarsi un bel paio di jeans, una messa in piega dal parrucchiere: voleva che Orazio fosse fiero di lei.

Quando lui le propose di andare al mare in villeggiatura, Anita capì subito cosa ci sarebbe stato, ma non si spaventò: non era più una bambina. E poi, si amavano, no? Aveva solo paura che il patrigno non la lasciasse andare, ma alla fine lui tornava sempre tardi, a volte non si vedeva proprio. Anita sapeva dovera da zia Lidia, linfermiera del quartiere, che lui corteggiava goffamente da tempo. Lei non voleva rogne con uomini già con figli, era stata sposata, poi divorziata, ma alla fine cedette ai modi impacciati del patrigno.

Per Anita era una fortuna: Lorenza piangeva quando seppe che avrebbe dormito da sola, ma Anita le comprò cioccolata, patatine e una Fanta, così la sorella si consolò.

Quando scoprì di essere incinta, Anita lo capì tardi. Il ciclo era sempre un po irregolare, non ci faceva caso, nessuno le aveva mai insegnato a seguire queste cose. Fu Veronica Matteucci, la collega cassiera, che le chiese ridendo:

Ma che succede, Anita, ti vedo splendere mica sei incinta?

Una bella risata, ma la sera il test lo comprò. Viste le due linee, allinizio non ci credeva no, impossibile!

Orazio non fu affatto contento. Disse che non era il momento, le infilò dei soldi in mano per il medico. Anita pianse tutta notte e ci provò, ma ormai era tardi sedici settimane. Era successo al mare lì… E lei che pensava che la prima volta non succedesse nulla.

Per un po riuscì a nascondere la pancia al patrigno, ma poi crebbe a vista docchio. Tocca confessare.

Come urlò!

E dovè quel tuo fidanzato? Vuole sposarsi almeno?

Anita abbassò lo sguardo. Orazio era sparito da un mese, appena seppe che non si poteva più abortire.

Capito disse il patrigno. Te lavevo detto, Anita

Non rispose subito: forse si consultò con zia Lidia.

Ormai è fatta partorisci. Ma devi lasciarla alla clinica, mica posso mantenere unaltra bocca. Tra laltro Sposo Lidia. Anche lei incinta. Gemelli. Capisci che con tre neonati in casa siamo impazziti.

E lei dove vive? chiese Anita stupita.

E dove vuoi che vada? Ora è mia moglie, dove deve vivere?

Sembrava uno scherzo. Ma il patrigno non scherzava affatto. Ogni giorno lo ripeteva e minacciava di cacciare lei e Lorenza se si fosse presentata con la bambina. Anita capiva che certe parole erano di zia Lidia. Ma non cambiava nulla: non poteva lasciare la sua bambina.

Non preoccuparti, disse zia Lidia I neonati così sono richiestissimi, troveranno subito chi lo adotta e la cresceranno bene.

Anita piangeva, chiamava Orazio, cercava idee su dove vivere con Lorenza e la piccola, ma tutte puntualmente naufragavano. Un giorno Veronica Matteucci, indicando una coppia:

Guarda lì, sono ancora vestiti di nero dopo tutti questi anni. Sempre in lutto… Ma perché non adottano un bambino?

Quella coppia Anita la vedeva spesso insieme e separati, gentili, con facce buone, magari un po tristi, ma non sapeva nulla di loro.

Gli è morta la figlia, ricordi lincidente con lautobus pieno di bambini? Gita scolastica… lautista si addormentò. Morto lui e anche la ragazza, un disastro. Brava gente loro: lui medico, lei prof dinglese. Io abitavo vicina, quandero sposata. È passato Allepoca tutti portavano alla madre angioletti in regalo. La figlia ne aveva comprato uno in gita una statuina, la teneva in mano. Lhanno appena recuperata tra le macerie. Da allora tanti ne portavano. Io pensavo che soffrisse di più, invece sembra che labbia aiutata.

Anita aveva visto in un film come una ragazza dava il suo neonato a una coppia senza figli. Sapeva che questi la figlia lavevano avuta, e forse non volevano altri bambini, però pensava sempre a loro. Era allottavo mese, ancora lavorava, non voleva perdere il posto; proprio in quel periodo la coppia si presentò alla sua cassa e luomo disse:

Ma non è ora che vai in maternità? Qui ci partorisci davanti ai clienti

Anita non si lamentava, ma davvero era dura: mal di schiena, acidità, gambe gonfie. Nessuno mai le chiedeva come stesse, salvo la dottoressa che la rimproverava sempre. Quella premura le fece venire le lacrime agli occhi: ormai le capitava spesso.

Pochi giorni dopo, mentre tornava dal lavoro carica di borse, quelluomo la raggiunse e si offrì di aiutarla. Anita si sentì imbarazzata, ma anche grata. Pensò: questo qui è davvero una brava persona.

Un angioletto lo notò in vetrina, svendita destate chi li compra destate? Presa dal momento, lo acquistò, poi chiese a Veronica lindirizzo di quella coppia.

Premendo il campanello le venne la paura magari non era appropriato? Tanti anni erano passati, chissà se qualcuno ancora portava statuine…

La porta la aprì una donna che parve riconoscerla subito, sollevando le sopracciglia. Anita rapidamente porse langioletto, abbassando la testa temeva che la donna le chiudesse la porta in faccia o la sgridasse.

Invece niente di tutto ciò. La donna prese la statuina, sorrise e disse:

Vieni dentro. Vuoi una tazza di tè?

Davanti al tè le raccontò la loro storia in modo tranquillo, Anita laveva già sentita da Veronica, ma dalle sue labbra sembrava più dolorosa e vera.

Ma perché non avete avuto altri figli? chiese sottovoce Anita.

Ho avuto un parto difficile. Hanno dovuto togliermi tutto. Non posso più avere bambini.

A Anita venne voglia di annullarsi, che diritto aveva di ficcare il naso? Voleva chiedere delladozione, ma la voce non le usciva.

La donna sembra leggerle nel pensiero:

Ci abbiamo provato, anche frequentato il corso per ladozione. Ma allultimo momento mi sono bloccata. Ho chiesto a mia figlia mandami un segno. Non è arrivato nulla.

Proprio in quel momento si sentì un tonfo dallaltra stanza, come un bicchiere che cade. La donna trasalì, Anita pure: pensava che fossero sole.

Entrarono in salotto. Anita si aspettava una stanza tipo santuario: candele, foto ovunque Invece cera solo una foto, stanza luminosa, nessuna candela. Solo statuine di angeli. Una era a terra, rotta. La donna raccolse i pezzi con calma, poi disse, con voce strana:

Questa è proprio quella statuina. La sua.

A Anita bruciavano le guance. Se non è un segno questo

La bambina nacque puntuale. Intanto zia Lidia viveva già da loro e pure lei aveva partorito in anticipo. I gemelli erano ancora in ospedale, ma stavano per essere dimessi, già cerano due lettini nuovi con materasso di cocco. Per la figlia di Anita, niente: doveva lasciarla lì, nessuno pensava a un corredino. Solo Lorenza, a bassa voce, chiedeva la sera:

Non possiamo nasconderla da qualche parte? Così loro non la scoprono. Ti aiuto io.

Quelle parole facevano piangere Anita, ma davanti alla sorella si tratteneva.

La lettera Anita laveva già scritta. Diceva che non poteva tenere la figlia, che era sana, potevano stare tranquilli. E parlava del segno: la statuina caduta. Nel plico mise tutti i suoi risparmi dalla pensione. Doveva bastare, erano persone perbene.

Dimessa al mattino, si trattenne tutta la giornata al centro commerciale non sapeva dove andare, era stanca, aveva la testa che girava. Ma la cosa più importante era la bambina, servirle dei genitori che la amassero.

Chiusa la galleria, restò ancora seduta sulla panchina, per fortuna era estate. Aspettò fino a notte, poi si infilò nellandrone di casa della coppia approfittando di un signore col cane.

La piccola laveva in una navicella, presa coi suoi soldi, chiesto a Veronica di portargliela il giorno delle dimissioni. Veronica non aveva fatto domande. Messa la navicella dove la porta non avrebbe colpito, Anita infilò la busta sotto la copertina e si preparò a suonare e scappare, ma la porta si aprì di colpo. Era il marito della donna, il papà della ragazza morta.

Che fai qui impalata?

Anita trasalì.

Lui vide la navicella.

E questo?

Partirono le lacrime, e Anita raccontò tutto: Orazio che laveva lasciata, il patrigno che aveva mantenuto lei e Lorenza per anni, ora sposava zia Lidia con due gemelli, zia Lidia che aveva deciso che avrebbe dovuto dare via la bambina alla clinica.

Luomo ascoltò paziente, poi disse:

Giulia dorme già, non la sveglio. Parliamo domattina. Vieni, ti preparo il letto in soggiorno.

Dormire tra decine di angioletti fu strano. Ma Anita si addormentò subito, stretta alla figlia.

Si svegliò con senso di vuoto. La piccola non era più lì. E capì che non poteva lasciarla. Mai. Avrebbe voluto correre, trovarla, riprendersela

Si tirò su, ma non fece in tempo: entrò Giulia con la bimba in braccio.

Tieni, sorrise. Devi darle da mangiare, lho cullata, volevo farti dormire, ma non si può aspettare troppo.

Mentre Anita nutriva la bimba, non riusciva a guardare Giulia negli occhi. Chissà che aveva detto il marito? E se avessero già deciso di adottarla? Come dir loro che aveva cambiato idea?

Tua sorella quanti anni ha? chiese Giulia allimprovviso.

Dodici, rispose Anita, sorpresa.

Pensi che vorrebbe venire a vivere con noi?

Era così strano che Anita la fissò.

Come?

Sì, Sandro mi ha spiegato tutto. Che non avete dove stare, che il patrigno ti caccia fuori. Io penso che se tua sorella resta lì, le faranno fare la serva. Meglio che venga anche lei qui.

Come anche? balbettò Anita.

Giulia indicò la statuina riparata, accanto alla foto sembrava strana ma riconoscibile.

Io penso che questo è stato un segno. Dobbiamo aiutarvi, disse semplicemente. Abbiamo pensato: la casa è grande, venite qui. Ti aiuto con la bimba. E basta con queste idee: madre e figlia non si separano.

Ad Anita venne una tale gioia, e una tale vergogna, che le guance le divennero rosse.

Allora, sei daccordo?

Anita annuì, nascondendo il viso nellangolino della coperta della figlia, per non far vedere a Giulia le lacrimeAnita annuì, una lacrima calda sul viso, ma questa volta era diversa dalle altre; non di paura o dolore, ma di un sollievo improvviso che le scioglieva la gola e il cuore.

Sono daccordo, riuscì a dire, quasi sottovoce.

Giulia le accarezzò la mano, poi si chinò sulla piccola, che aveva appena finito di mangiare e già fissava Anita con occhi enormi, abissi di futuro e promesse. Sandro, dalla porta, sorrise piano.

Quella sera, mentre il tramonto colorava di oro e malva le pareti della casa, Anita telefonò a Lorenza. Glielo raccontò piano, con le parole giuste, mentre la sorella ascoltava in silenzio, e poi gridò Sì! così forte che Sandro e Giulia risero di sorpresa.

Da quel giorno, la casa si riempì di una nuova vita: risate timide, pianti di neonati, passi leggeri e tremanti. Anita non aveva più paura. Per la prima volta, sentì di avere davvero una famiglia. Ogni mattina, guardando la bambina e Lorenza che giocava nel giardino, pensava agli angioletti sulla mensola e capiva che forse, i segni arrivavano per davvero, e che a volte non serviva chiedere, bastava saperli vedere.

Un giorno, Lorenza le portò una statuina fatta da lei, di pasta di sale e sorrisi. La mise accanto alle altre, e la stanza sembrò più luminosa.

Anita abbracciò la figlia, sentendo che in quella casa, in quellabbraccio, non la avrebbe mai dovuta a nessuno. Ora, finalmente, era casa davvero.

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