“Non me ne vado in quel maledetto paesino per seppellire tua madre,” sbottò il marito. Ma quando sentì parlare del suo conto in banca, si presentò con dei fiori.

«Non andrò a quel paese dimenticato a seppellire tua madre», sbottò Luca, il marito, con voce tagliente. Eppure, quando sentì parlare del conto in banca, comparve con un mazzo di rose.

Ginevra si risvegliò al suono insistente del cellulare. Era ancora buio fuori; lorologio segnava gli otto minuti di agosto, lunedì mattina. Accanto a lei, Luca gemette irritato, affondando il cuscino sulla testa per coprire il ronzio.

«Pronto?…» balbettò Ginevra, la voce rauca e annebbiata.

«Ginevra, sono la signora Maria, vicina di tua madre», arrivò la voce ansiosa di una donna anziana. «Tesoro, tieniti forte tua madre il cuore le ha ceduto ieri notte. Abbiamo chiamato lambulanza, ma non è arrivata in tempo.»

Il telefono le scivolò dalle mani. Il pavimento girò. Madre era sparita. Solo tre settimane prima avevano parlato: la nonna Ada si lamentava del caldo, raccontava dei meli e del raccolto di grano

«Che è successo?» mormorò Luca, ancora con gli occhi chiusi.

«Mia madre è morta», sussurrò Ginevra, come se quelle parole fossero parole estranee.

Luca sollevò il gomito, la guardò di sfuggita, senza dolore, senza compassione, solo una lieve irritazione.

«Che sfortuna. Le mie condoglianze», sbuffò, poi tornò a fissare il muro.

Ginevra si alzò a fatica. Le gambe tremavano, ma doveva muoversi. Funerali, pratiche, imballi la testa girava. Aprì larmadio, estrasse una valigia da viaggio e iniziò a riempirla: un vestito nero, scarpe, il passaporto.

Luca si alzò, prese il telefono e aprì il feed delle notizie con noncuranza.

«Dove vai?» chiese indifferente, gli occhi incollati allo schermo.

«Al villaggio, per il funerale.»

«Quale villaggio? Quello dimenticato a 300 chilometri da Milano?»

«Luca, è morta mia madre. Non capisci?»

Luca si contorse come se avesse sentito un suono sgradevole.

«Ho una presentazione importante questa settimana. La direzione viene da Roma. Non posso abbandonare tutto e trascinarmi in quel buco.»

Ginevra si fermò, una camicia in mano, e si girò lentamente.

«Non ti chiedo di abbandonare tutto. È il funerale di mia madre.»

«E allora? I morti non si curano di chi si presenta. Devo pensare al lavoro. Abbiamo un mutuo, ti ricordi?»

Continuò a fare le valigie in silenzio. Dopo quindici anni di matrimonio, Ginevra aveva sopportato il suo temperamento, la sua avarizia, la sua indifferenza per la vita domestica. Ma qualcosa dentro di lei si spezzò. Lultimo filo che li teneva insieme si ruppe.

«Quanto tempo rimani?» chiese Luca, dirigendosi in cucina.

«Tre o quattro giorni. Devo sistemare tutto, fare le pratiche.»

«Non esagerare con le spese. Abbiamo già abbastanza uscite.»

Ginevra strinse i denti. Quali uscite? Il suo nuovo smartphone da 80000 rubli? Le sue infinite battute di pesca?

Due ore più tardi, era alla stazione degli autobus con la valigia. Luca non le aveva nemmeno offerto di accompagnarlaaveva detto che andava dallaltra parte. Nessun abbraccio, nessuna parola di sostegno.

«Lasciate che gli abitanti scavi la tomba», aveva detto al momento della partenza. «Non mi trascinerò in quel fossato.»

Sul bus, Ginevra si sedette vicino al finestrino. I campi sfilavano, steli doro sotto il sole di agosto. Sua madre amava quellepoca dellanno, diceva che agosto era il mese più generoso, quando la terra ricambia tutto il lavoro.

Una donna paffuta, dal volto gentile, seduta accanto le chiese:

«In vacanza?»

«Per un funerale. Mia madre è morta.»

«Dio le conceda il riposo Seppellire un genitore è la cosa più dura.»

Ginevra annuì, senza voglia di parlare. Le parole di Luca riecheggiavano nella sua mente: «non mi trascinerò». Come poteva qualcuno essere così indifferente? La nonna Ada laveva sempre trattato con gentilezzamarmellate fatte in casa, calzini lavorati a mano, cure quando si era rotto una gamba. Laveva assistita per un mese intero.

Il villaggio la accolse con silenzio e lodore di erba appena tagliata. La casa ai margini del borgo, imbiancata, con persiane azzurre. Sua madre la ridipingeva ogni anno: «Una casa deve essere bella, come una festa.»

La signora Maria la accolse al cancello.

«Ginevra, cara Ada non si lamentava affatto, lavorava in giardino, sembrava allegra»

«Dovè?»

«Dentro casa. Labbiamo preparata con i vicini. Con il vestito azzurro, il suo preferito. La bara è stata fatta da Antonio, il nostro artigiano locale.»

Ginevra entrò nel soggiorno. La bara riposava su un tavolo coperto da un panno bianco. Sua madre giaceva serena, come addormentata. Il volto sembrava più liscio, più giovane. Ginevra cadde in ginocchio, piangendo per la prima volta quel giorno.

Il funerale era fissato per il giorno dopo. Ginevra telefonò ai parenticugina, nipote. Tutti promisero di venire.

Quella sera, Antonio, capo del consiglio del borgo, arrivò. Capelli grigi, barba folta, conosceva tutti.

«Ginevra Rossi, accetti le mie più sincere condoglianze. Ada era unanima rara. Qui tutti la rispettavano.»

«Grazie.»

«Sono qui per una questione ufficiale. Tua madre è venuta da me un anno fa, chiedendo di notarizzare una copia del libretto di risparmio. Il deposito era a tuo nome.»

Ginevra rimase sbalordita. Sua madre non ne aveva mai parlato. Viveva modestamente, risparmiava su tutto.

«È una somma decentecirca 8000euro», proseguì il consigliere. «Ha risparmiato per anni e con gli interessi è cresciuta.»

Il cuore di Ginevra si strinse. Otto mila euro potevano cambiare la loro vita: pagare parte del mutuo, comprare unauto, ristrutturare lappartamento

«E ti ha lasciato anche la casa. Il testamento è dal notaio del centro distrettuale. Ha pensato a tutto, donna sveglia.»

Dopo che Antonio se ne fu andato, Ginevra si sedette sul portico. Il cielo ardeva di rosa. Mucche muggivano in lontananza, tornando dal pascolo. Sua madre amava quelle sere, seduta con una tazza di tè, a guardare il tramonto.

Il telefono rimaneva muto. Luca non aveva chiamato. Per tutta la giornata non laveva più sentito. Ginevra lo chiamò lei.

«Pronto?» la voce di Luca suonava irritata.

«Il funerale è domani, alle due.»

«E allora? Ti ho dettonon vengo.»

«Non è per questo che chiamo. La mamma ha lasciato un deposito. A mio nome. Otto mila.»

Silenzio. Poi una leggera tosse.

«Otto mila? Ma sei seria?»

«Sì. E mi ha lasciato anche la casa.»

«È è fantastico!» La voce di Luca si scaldò improvvisamente. «Forse dovrei venire, dopotutto? Aiutare con le pratiche?»

«Non serve. Posso farlo da sola.»

«Ginevra, su, sono tuo marito. Dovrei essere al tuo fianco.»

Sorrise amaramente. Quando lei piangeva, lui girava le spalle. Quando sentiva soldi, ricordava il suo dovere.

«Vieni se vuoi», disse piano. «Se no, resta dove sei.»

Luca non venne. Solo parenti e vicini parteciparono al funerale. Ada fu sepolta con dignitàdiscorsi sommessi, ricordi gentili, lacrime sincere di chi laveva conosciuta come donna laboriosa, dedicata ai figli e alla terra.

Quattro giorni dopo, Ginevra tornò in città. La chiave girava a stento nella serraturaLuca aveva dimenticato di ingrassarla. Le sue scarpe sporche giacevano nel corridoio, la giacca gettata disordinatamente. Il soggiorno sembrava attraversato da una tempesta: lattine di birra sul tavolo, cuscini sparsi, un posacenere traboccante di mozziconi. In cucina peggio ancora: una montagna di piatti sporchi, avanzi induriti, il cestino traboccante di spazzatura. Solo quattro giorni e lappartamento sembrava di chi non si curasse più.

Nella camera da letto, Luca era sdraiato in una maglietta stropicciata, fissando il tablet. Sentì i passi di Ginevra, alzò lo sguardo ma non si alzò.

«Sei tornata? Ho fame.»

Ginevra rimase nella porta, osservandoloil viso non rasato, i capelli untuosi, una postura più pigra che stanca. Quindici anni con questuomo Come era arrivata a questo punto?

«Hai lavato i piatti almeno una volta mentre ero via?»

«Non ho tempo. Lavoro.»

«Oggi è domenica.»

«E allora? Ho bisogno di riposo anchio.»

Entrò in cucina in silenzio e cominciò a pulire. Le mani si muovevano meccanicamente, ma la mente era altrove: sua madre, che aveva risparmiato ogni euro per darle una vita migliore; luomo che non riusciva neanche a portare fuori la spazzatura mentre sua moglie seppelliva la madre; una vita che doveva diventare più leggera, ma che si era trasformata in un peso.

Quella sera, qualcosa di inaspettato accadde. Luca tornò con un enorme mazzo di rose rosse e una busta di pasticcinii suoi éclair preferiti.

«Tesoro, ho riflettuto mi sono comportato terribilmente. Tua madre è morta e non ti ho sostenuta, non sono andato è stato un errore enorme.»

Posò i fiori in un vaso, sistemò i pasticcini su un piatto, preparò il tè. Il suo volto era teso, come se forzasse il rimorso.

«Perdonami, Ginevra. Dovevo esserci. Ti ricordi quando ci siamo incontrati alla fiera, dove vendevi cetrioli e zucchine? Tua madre mi sorrise come se fossi di famiglia.»

Ginevra annuì. Ricordava quei tempi, quando Luca era diversovivo, attento, premuroso. Dove era finito quelluomo?

«Stavo pensando», continuò, «ai soldi dobbiamo gestirli bene. Posso prendermi un giorno libero, andare con te in banca, dal notaio. Ci sono così tanti truffatori oggi voglio proteggerti.»

«Grazie, ma posso farlo da sola.»

«Ma siamo una famiglia! Dovremmo decidere insieme come investire. Conosco un tiziofa investimenti, può aiutarci.»

«Luca, è leredità di mia madre. Deciderò io.»

Lui aggrottò le sopracciglia, ma si ricompose rapidamente.

«Certo, cara. Ma capiscinella famiglia tutto è condiviso. Paghiamo il mutuo da anni insieme»

«Quello che hai messo a tuo nome», ricordò Ginevra, ferma.

«È solo una formalità! Lappartamento è nostro, sei registrata lì»

«La registrazione non è proprietà. Leredità è patrimonio separato.»

Luca si alzò di colpo. La maschera del marito pentito scivolò.

«Cosa stai dicendo? Che non condividerai?»

«Dico che non mi precipiterò. Mia madre è morta una settimana fa. Ho bisogno di tempo.»

«Tempo?» il tono di Luca si irrigidì. «Quando ho chiesto una macchina, non hai chiesto tempo! Hai solo detto che non avevamo soldi!»

«Perché non li avevamo. Stavamo a tirare il passo.»

«Ma ora li abbiamo! Otto mila! Possiamo comprare unauto decente, andare in Europanon quel centro benessere a buon mercato che mi hai trascinato!»

«Quel centro era lunico che potevamo permetterci. Lo avevo risparmiato sei mesi.»

«Basta!» Luca sbatté il tavolo. Il vaso di rose tremò. «Sono tuo marito! Ho diritto alla metà!»

«No, non lo hai. La legge dice chiaramente: leredità è patrimonio personale.»

«Come lo sai?»

«Lho letto. Sul bus. E ho scoperto che posso chiedere il divorzio senza il tuo consenso.»

Luca rimase immobile, poi si sprofondò nella sedia.

«Vuoi divorziare?»

«Ci sto pensando. Luca, guarda la verità. Non sei andato al funerale perché non ti importava. Ora ti importa solo per il conto.»

«Mi dispiace davvero! È solo lavoro, stress»

«Non mentire. Non ti importa che ho perso la madre. Ti importa il conto in banca.»

«Come osi! Ho lavorato per noi quindici anni!»

«Lavorato? Quando è lultima volta che hai cucinato? Hai fatto il bucato? Hai chiesto come stavo? Io lavoro così tanto, ma gestisco tutto da solo!»

«Questo è lavoro da donna!»

«E il lavoro di un uomo è cosa? Essere scortese, pretendente, fare nulla? Doveri quando avevo bisogno di sostegno?»

Luca lanciò il vaso contro il muro. Le rose si dispersero, il vetro si frantumò a terra.

«Stiota! Ti ho tirato fuori dal paese e ti ho dato una vita dignitosa!»

«Dal paese? Ho la laurea, un lavoro, i miei soldi! Tu sei arrivato dopo e ti sei preso il credito!»

Il litigio raggiunse il culmine. Luca urlava, agitava le braccia, sputava parole. Ginevra lo guardò e, per la prima volta in anni, vide non un marito ma uno sconosciuto, aggressivo, avido. Come aveva potuto giustificare tutto quel tempo? È stanco, vuole bene, cambierà

«Sai una cosa?», disse piano, alzandosi. «Vattene.»

«Che cosa? Questo è il mio appartamento!»

«È un appartamento mutuo, e io pago metà. Se vuoi, chiamo la polizia. Ti denuncerò per violenza.»

Prese le chiavi dal gancio e le porse a lui.

«Imballerò le tue cose e le lascerò nel corridoio. Prendile e vattene.»

«Non ti permetterò!»

Proprio allora, la porta dellaltro corridoio si aprì. Nina, la vicina di palazzo, entrò attirata dal trambustoNina, con uno sguardo sereno, chiamò la polizia e Luca scomparve per sempre, lasciando Ginevra libera di ricominciare la sua vita.

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