Non ne posso più di tua madre! Chiedo il divorzio, e questa è la mia decisione definitiva! ho sbottato.
Le chiavi hanno girato nella serratura proprio mentre stavo finendo di ripulire i resti della sua visita dal tavolo. Briciole di cantucci che si era trascinata apposta per il nipotino, anche se Tommaso ha solo un anno e non dovrebbe mangiare tutta quella roba dolce. Macchia di caffè rovesciato come al solito aveva urtato la tazzina con il gomito mentre gesticolava per dirmi quanto sto crescendo male mio figlio.
Ciao, la voce di Ignazio era stanca. Ha buttato la giacca sulla sedia senza nemmeno guardarmi.
Sono rimasta zitta. Continuavo a passare il panno sul tavolo in cerchi, anche se era già tirato a lucido. Dentro di me ribollivo, non ne potevo più. Tre anni. Tre anni che sopporto.
Che succede? alla fine si è voltato, intuendo che qualcosa non andava.
Ho scagliato il panno nel lavandino. Gli schizzi sono arrivati sulle piastrelle.
Non ne posso più delle scenate di tua madre! Chiedo il divorzio, basta!
Le parole mi sono uscite così, secche, come uno schiaffo. Non era nemmeno nei miei piani dirglielo adesso, ma ne avevo fin sopra i capelli. Era troppo.
Ignazio si è pietrificato. Bocca aperta, poi chiusa. Ha abbozzato un sorriso nervoso, finto.
Ma che stai dicendo?
Ho detto tutto. La voce mi è uscita più calma di quanto mi sentissi davvero. Prendi le tue cose. O porto via io le mie, come vuoi.
È entrato in cucina e si è precipitosamente seduto. Si è passato le mani sul volto. Io mi sono piantata di fronte al lavandino, braccia conserte, a fissarlo. Luomo che avevo sposato quattro anni fa indossando il vestito bianco, credendo davvero che avremmo costruito qualcosa di vero.
Nina, parliamone con calma…
Con calma? mi è scappato da ridere. Con calma, come oggi, quando tua madre è entrata in casa col doppione delle chiavi che le hai dato di nascosto, e ha iniziato a farmi il processo sul motivo per cui nel frigorifero ci sono i cibi pronti?
Ma lo fa perché è preoccupata…
Lo fa solo per rovinarmi la vita! la voce si è fatta più forte. Ogni settimana, Ignazio. Ogni settimana trova una scusa per piombare qui, farsi gli affari nostri, criticare la mia pulizia, il modo di cucinare, come vesto Tommaso!
Ha abbassato lo sguardo sul tavolo.
Oggi mi ha anche detto… ho deglutito, perché fa male pure a ripeterlo mi ha detto che sono una cattiva madre. Davanti a Tommaso. E lui capisce già tutto, anche se è ancora piccolo!
Non voleva…
Tua madre non vuole mai! ho sbattuto il pugno sul tavolo. Però, alla fine, la colpa è sempre la mia! Non voleva rovinarmi il compleanno quando è arrivata e ha lodato per ore la nuora della sua amica. Non voleva offendere quando a Natale, davanti alla famiglia, mi ha dato della pigra perché non torno a lavoro!
Ignazio ha alzato gli occhi. Dentro cera solo stanchezza. Niente rabbia, niente protesta solo stanchezza.
Che vuoi che faccia?
Quella domanda. Laspettavo. Ed è stata la goccia che mi ha fatto traboccare.
Voglio che tu mi difenda! Almeno una volta in tre anni! Che per una volta tu dia priorità a tua moglie, non a tua madre!
Non stiamo esagerando…
Esagero io?! mi è salito un grido strozzato. Sentivo il movimento di Tommaso dalla babycam: mi sono dovuta sforzare di abbassare la voce. Esagero quando tua madre, mesi fa, ha fatto una scenata perché non possiamo andare tutte le domeniche alla sua casa in campagna? Quando vuole sapere come spendiamo i nostri soldi? Quando decide lei in quale nido deve andare Tommaso?
Nina, cerca di capire, pensa di aiutarci…
Aiutarci?! ho afferrato la busta che aveva portato sua madre. Guarda qui! Ha portato lintimo per me. Comprato senza chiedermi nulla! Perché, cito, non hai gusto, devi essere decente per mio figlio!
Ho rovesciato tutto sul tavolo. Mutandoni color carne almeno tre taglie più grandi delle mie. Un reggiseno grigio, roba da nonna. Ignazio è diventato rosso.
Ok, questa è davvero esagerata…
Esagerata? È umiliante! Non ce la faccio più! Ogni giorno mi sveglio pensando cosa si inventerà oggi? Quale consiglio non richiesto mi darà?
Camminavo avanti e indietro in cucina, strabordante di rabbia, delusione, tristezza. Era tutto un groviglio.
E tu… tu sempre dalla sua parte. Non voleva. È preoccupata. Fa del suo meglio. Ma chi difende me?
Ti amo, ha sussurrato.
Lamore non sono solo parole, Ignazio. Lamore sono fatti. È quando ti metti tra me e chi mi fa del male. Anche se è tua madre.
Si è lasciato andare contro lo schienale. A fissare fuori dalla finestra. La notte nera di dicembre.
Per lei è difficile accettare che sono adulto. Che ho una famiglia mia.
Difficile per lei?! quasi mi sono strozzata. E per me? Io vivo sempre sotto stress! Non riesco a rilassarmi nemmeno a casa, perché tua madre potrebbe entrare quando le pare a criticare tutto!
Le tolgo le chiavi…
Non sono solo le chiavi! mi sono seduta di fronte, guardandolo dritto negli occhi. È che le permetti di intromettersi. Non le dici mai basta. Non proteggi il nostro matrimonio.
Un minuto lunghissimo. Solo il ronzio del frigo e lorologio a muro.
Non so come fare, ha confessato dopo. Lei ha sempre controllato tutto.
Allora scegli. O lei, o io.
Lho detto gelida. Ultimativa. Non avevo altre opzioni.
Nina, non è giusto…
Non è giusto? mi sono alzata. Non è giusto aver sopportato le sue frecciate per anni. Non è giusto essere stata zitta, quando ha detto davanti ai miei che mi sono sposata per interesse. Non è giusto aver sorriso quando in ospedale ha affermato che Tommaso somiglia tutto a lei, e di me non ha niente!
Ignazio si è alzato. Ha provato ad abbracciarmi. Mi sono tirata indietro.
No. Parlo sul serio. O oggi stesso parli con lei e dai regole chiare, oppure me ne vado.
Nina…
Basta. Non sono più disposta ad essere la colpevole. Basta chiedere scusa di non essere abbastanza per la sua famiglia. Sono stanca di vivere una vita che non è la mia!
Il telefono sul tavolo ha vibrato. Ignazio ha guardato lo schermo ho visto la mascella irrigidirsi. Mamma lampeggiava.
Afferra il cellulare.
Pronto… sì, mamma… va tutto bene…
E lì ho sentito che dentro di me qualcosa si spezzava per davvero.
Gli ho strappato di mano il telefono, mettendo il vivavoce.
…le hai detto? la voce della suocera era tesa. Della casa?
Ho guardato Ignazio. Era pallido.
Quale casa? ho chiesto, calma.
Pausa. Poi la voce di lei, melensa e finta dolce:
Ninetta, non ti riguarda…
Sono sua moglie, mi riguarda eccome. Che casa?
Ignazio ha provato a riprendere il telefono, mi sono girata dallaltra parte.
Avevamo solo parlato con Ignazio… ha iniziato mia sorella Valentina sta vendendo la sua casa, un bel bilocale. Hanno bisogno urgente, la figlia si iscrive alluniversità a Milano…
Igor il cugino, quello che alle feste di famiglia si vantava sempre della moglie contabile e mi dava della buona a nulla.
E quindi?
Tua madre ci ha proposto… di comprarla. Col prezzo di famiglia.
E con quali soldi?
Silenzio.
Con quali soldi, Ignazio?!
I tuoi risparmi, ha sussurrato. E io aggiungo i miei…
I miei risparmi. Quei ventimila euro che mettevo da parte da anni, ancora prima di sposarmi. Due lavori, sacrifici, niente spese inutili. Sognavo di aprire un salone di manicure, avevo il business plan e tutto.
Voi ne avete discusso. Senza di me.
Nina, ma è unoccasione! Casa in buon quartiere…
E i miei progetti? Le mie ambizioni?
Il salone può aspettare…
Aspettare?! Ho trentanni! Da due anni sono a casa col bambino! Quando dovrei iniziare?
La suocera nel telefono si è infilata a gamba tesa:
Ninetta, ma dai, che salone! Hai un bimbo piccolo! La casa è un investimento! Solo a noi danno lo sconto, famiglia! È unopportunità!
Famiglia… ho ripetuto. Una famiglia che decide senza di me. Una famiglia dove la mia voce non conta.
Ho appoggiato il cellulare davanti a Ignazio:
Lavresti mai detto? O avresti preso i soldi e basta?
Volevo discutere prima…
Con chi? Hai discusso con tua madre. E con Igor, sicuramente. Ma io?
La porta si è spalancata chiave, quella maledetta chiave di scorta. È entrata sua madre. Pelliccia, faccia rossa per il freddo.
Che succede qui?! Ignazio, perché lei urla?!
Dietro di lei, Valentina in persona. Robusta, col cappotto pesante e un sorriso da padrona.
Ciao Nina. Passavamo di qui, volevamo portare i documenti della casa…
I documenti. Non si sono nemmeno degnate di chiedere.
Andatevene, ho detto piano.
Cosa? suocera spalancati gli occhi.
Ho detto: uscite da casa mia! Tutte e due!
Come ti permetti?! la suocera si è avvicinata Ignazio, ma senti come mi parla?!
Mamma, forse non è il momento… ha mormorato lui.
Non è il momento?! si è voltata verso di lui Ho dato la vita per te! Ti ho cresciuto da sola! E tu ora, per colpa di questa… indicandomi questa ingrata…
Basta! ho urlato. Valentina è sobbalzata. Basta e uscite! SUBITO!
Ninetta, ma che esageri! Valentina voleva fare la paciera È solo una proposta buonissima! Igor ha bisogno, voi prendete casa, tutti felici…
Io non voglio la vostra casa! Voglio un marito che rispetti la mia opinione! Voglio una famiglia in cui io non sia unestranea!
Ma tu chi sei? la suocera ha perso la pazienza. Credi di essere qualcosa solo perché sei giovane, bella? Ignazio ti ha sposata solo perché eri incinta! Senza bambino, non saresti mai stata dei nostri!
Silenzio.
Ignazio era pietrificato.
È vero? ho chiesto.
Silenzio.
È vero? Ti sei sposato solo per la gravidanza?
Io… ti volevo bene…
Te ne volevi. Passato. Annuisco. Ho capito.
Prendo la borsa dalla mensola. Il cellulare in tasca.
Nina, aspetta… lui mi raggiunge.
Non ti avvicinare. Lascia le chiavi sul tavolo. Domani vieni a prendere le tue cose quando non ci sono.
Non puoi semplicemente andartene!
Posso. E lo sto facendo. Da te. Da tua madre. Da questo circo.
Sua madre tenta di afferrarmi per il braccio:
Lasci il bambino?!
Domani vengo a prendere Tommaso. Chiamo anche i carabinieri se serve. Che oggi dorma tranquillo lui non ha bisogno di queste scene.
Ho aperto la porta e sono uscita sulle scale. Il freddo mi ha pizzicato la faccia. Le gambe andavano da sole giù per i gradini.
Dietro di me, la porta ha sbattuto Ignazio mi ha seguito.
Nina, aspetta! Dove vai?!
Non mi sono voltata mai. Piano dopo piano: quarto, terzo, secondo…
Troveremo una soluzione! Parlerò con mamma! Promesso!
Primo piano, portone, una corsa sono fuori.
Laria gelida mi ha schiaffeggiata. Camminavo veloce, senza pensare alla strada. Giacca aperta, niente sciarpa, ma chi se ne frega. Limportante era andare via. Lontana da quella casa, da queste persone, da quella vita.
Il cellulare ha vibrato. Mamma. Rifiuto. Di nuovo Ignazio. Rifiuto. Poi la suocera. Metto in silenzio.
Solo davanti alla metro mi sono fermata. Mi sono seduta su una panchina. Le mani tremavano dal freddo o dal nervoso? Forse da entrambi.
Cosa ho fatto?
Me ne sono andata. Così, di punto in bianco. Senza roba, senza bimbo, senza meta. Come nei film. Solo che lì la protagonista si ritrova e poi trova il principe. E nella vita?
Nella vita sono seduta su una panchina gelata di dicembre, senza soldi la borsa è rimasta lì, solo il telefono qui. E non so dove andare. Da mamma? Vive con mia sorella minore Vichi, studentessa, in un monolocale. Nemmeno il posto per una brandina.
Da Daniela? Con marito e due figli. Non ci manca solo me.
Il cellulare di nuovo. Messaggio di Ignazio: Scusami. Incontriamoci domani. Ne parliamo con calma.
Sì, con calma. Come se si potesse parlarne con calma, che la tua vita è una farsa. Che lui non ti ha mai davvero amata. Che la suocera ti considera una sanguisuga. Che i tuoi sogni non contano per nessuno.
Altro messaggio, numero sconosciuto: Nina, sono Valentina. Non ti agitare. La casa è davvero un affare. Pensa a Tommaso ha bisogno di spazio. Parliamone.
Parlano sempre loro. Ma tra di loro, mai con me. Io ricevo solo le decisioni.
Mi sono alzata. Avanti, verso la stazione. In tasca cera la carta almeno quella. Scesa in metro, il calore mi ha abbracciato. Sono salita, non sapevo nemmeno dove volessi andare.
Sono scesa a Cadorna. Così, perché mi piaceva il nome. Ho girato tra le strade illuminate. La città brillava di luci, le vetrine scintillavano, la gente correva da una parte allaltra. Io camminavo in mezzo a tutti persa, invisibile, fuori luogo.
Sono entrata in un bar aperto tutta la notte. Preso un tè per fortuna la carta funzionava. Mi sono seduta sotto una finestra, a guardare la città e a riflettere.
A Tommaso. La mattina si sveglierà, chiamerà la mamma. E io non ci sarò. Ignazio gli dirà… cosa? Che la mamma se nè andata? Che li ho abbandonati?
Il cuore mi si è stretto. No. Non li ho abbandonati. Devo solo… devo solo pensare. Decidere come andare avanti.
Si avvicina la cameriera giovane, nemmeno venticinque, la faccia stanca.
Vuoi altro?
No, grazie.
Lei però rimane. Mi osserva.
Scusa, non sono affari miei, ma… stai bene?
Ho sorriso amaramente:
Direi di no.
Vuoi parlarne?
Strano. Una sconosciuta che sente il mio disagio. Che forse vede più di tanti altri. O magari vuole solo passare il turno.
Ho lasciato mio marito. Adesso. Unora fa, forse meno.
Si è seduta davanti a me.
Pausa. Se ti va, racconta.
E ho raccontato. Tutto. La suocera, la casa, la confessione, la sensazione di essere sola e senza alternative. Parlavo senza riuscire a fermarmi, come se finalmente trovassi aria.
Lei ascoltava. Poi mi fa:
Sai cosa? Anche per me è stato così tempo fa. Tre anni fa. Vivevo con un ragazzo e la madre in casa. Sempre che mi metteva bocca dappertutto. Ho sopportato, credevo che migliorasse. Ma peggiorava sempre.
E come hai fatto?
Son scappata. Come te. Senza valigia, niente. Prima amici, poi una stanza in affitto. Dura, sì. Ma per la prima volta respiravo.
E un figlio?
No. Tu sì?
Un maschietto. Un anno.
Ha annuito:
Più difficile, certo. Ma si può. Limportante è non rientrare nello schifo di prima. Se torni, peggiorerà ancora. Loro capiranno che non te ne vai mai, e sarà peggio.
Ho finito il tè ormai freddo.
Ho paura di non farcela da sola.
Chi lha detto che sarai sola? sorride. Hai famiglia, amici. E poi se sei arrivata fino a qui, sei molto più forte di quanto credi.
Ci siamo scambiate il numero. Si chiamava Giulia. Una semplice cameriera che mi ha dato più sostegno in trenta minuti che Ignazio in quattro anni.
Sono uscita dal bar verso lalba. La città si stava svegliando. Ho guardato il telefono ventitré chiamate perse. Da Ignazio, da sua madre, da mia mamma, persino da Daniela evidentemente lui aveva chiamato tutti.
Ho scritto un messaggio a Ignazio: Domani alle 14 ci vediamo in un locale neutro. Senza tua madre. Parliamo di Tommaso e del divorzio. Non chiamare più.
Invio. Un sospiro.
Davanti a me lincertezza: una casa in affitto, tribunale, laffido del bambino. Mi spaventa? Sì. Ma meno che restare in quellappartamento con chi non vede la mia persona.
Camminavo nella città che si risvegliava. E per la prima volta dopo tre anni, mi sentivo finalmente libera.






