Non portare mai tua moglie nel mio appartamento, ha dichiarato mia madre Giuseppina Adami mentre preparava il tè.
Ci pensava da settimane, me ne sono accorto subito. Aveva lucidato il set di piatti della sua infanzia, quello tirato fuori solo in occasioni speciali. Aveva preparato la crostata di mele e cannella che amavo da bambino, sistemato le tazze in fila precisa sul tavolo.
Sono arrivato da lei una domenica pomeriggio, come avevamo concordato. Appena varcata la soglia, ho percepito unatmosfera solenne. Ho tolto il cappotto, lho appeso. In cucina cera profumo di dolce caldo.
Mamma, che succede? Sembri così formale.
Siediti, mi ha detto. Vuoi un po di tè?
Sì, grazie.
Versa il tè, spinge la crostata verso di me. Fa una lunga pausa come si fosse preparata a tuffarsi in acqua fredda. Poi si alza, va in soggiorno, rientra con dei documenti che sistema accuratamente sul tavolo.
Ecco, dice. Sono le carte dellappartamento. Ho deciso di intestarlo a te.
Guardo la cartellina, poi lei.
Mamma…
Alza una mano, mi zittisce.
Lasciami finire. Non ringiovanisco certo. Lappartamento è grande, per me è troppo. Voglio che sia tuo. Ho già chiesto informazioni, possiamo sistemare tutto come si deve.
Sento che cè altro. E infatti:
Ma cè una condizione, continua. La voce pacata, senza emozioni. Non voglio che porti qui Bianca.
Appoggio la tazza.
Stai scherzando?
No.
Mamma, Bianca è mia moglie.
Lo so bene chi è, le dita intrecciate sul tavolo. Questappartamento è la nostra casa di famiglia. Tuo padre ci ha vissuto, ci sei cresciuto anche tu. Ci ho vissuto tutta una vita. Non voglio che lei ci metta piede, non voglio che si prenda confidenza qui. È una cosa mia.
Ma non si prende confidenza, viene soltanto a trovarti!
Tu puoi venire quando vuoi. Solo tu. Segnala di nuovo la cartellina. Lappartamento sarà tuo, ci vivrai quanto ti pare. Ma senza di lei.
Sento il peso delle sue parole. Ha impiegato settimane a cucinare la crostata apposta per questo momento.
Ti ha fatto qualcosa Bianca? le chiedo a bassa voce.
Non mi è mai piaciuta, mi risponde calma, come se fosse la cosa più ovvia.
Il viaggio di ritorno a casa dura di più del solito. Non perché sia lontano appena un quarto dora di macchina , ma perché dopo quello che è successo, sento la mente confusa, pensante come un frigorifero sotto il sole dagosto. Mi ritrovo a girare a vuoto per le strade, a fermarmi senza motivo fuori da un supermercato prima di ripartire. Tanti ricordi: tre stanze, soffitti alti, la vecchia libreria di papà, la cucina dove da bambino facevo i compiti mentre mamma friggeva le polpette la domenica.
Arrivo nel nostro palazzo, resto per un po in macchina. Poi salgo. Lodore di ragù mi accoglie: Bianca è in cucina, canticchia per conto suo, stortando qualche nota. Tolgo le scarpe, mi affaccio sulla soglia.
Sei tornato presto, dice senza voltarsi. Pensavo restassi da tua madre fino a stasera.
Non ci sono riuscito.
Anche solo dal tono della mia voce, capisce subito. Si gira e mi guarda in silenzio, con quel modo di chi riesce sempre a capire tutto senza chiedere troppo.
Siediti, mi dice. Mangiamo qualcosa.
Durante cena racconto tutto, senza dettagli superflui. Bianca ascolta in silenzio, mai una smorfia. Solo quando arrivo a non devi portare qui tua moglie, scuote leggermente la testa, come se avesse avuto la conferma di una vecchia intuizione.
Pensava così da tempo, dice.
Lo sapevi?
No, ma lo immaginavo. Mette il piatto nel lavandino, resta un attimo a riflettere. Lappartamento è bello, capisco la situazione.
Non centra la casa…
E invece sì, si gira verso di me. Tre stanze in un bel quartiere, vale parecchio. Non voglio essere io il motivo per cui perdi tutto questo.
La guardo:
Bianca…
Aspetta, alza la mano. Parlo sul serio. Se per te questa casa è importante, troviamo una soluzione. Non mi offendo. Non vorrò viverci. Tanto rimarrà comunque tua, sarà anche della nostra famiglia prima o poi. Non ti preoccupare, vedremo come fare.
Rimango in silenzio. Non era la risposta che mi aspettavo. Teminavo lacrime, risentimenti. Ci stava, lo avrei capito. Invece lei semplicemente dice: troviamo una soluzione.
Con la calma di chi sa di non essere una moneta in una partita daltri.
Mi alzo, cammino avanti e indietro per la cucina stretta, mi fermo alla finestra.
Bianca… sussurro. Capisci cosa ha fatto mia madre?
Cioè?
Mi ha posto davanti a una scelta. Non è un regalo, è una compravendita: lappartamento in cambio del fatto che tu non ci metta piede. Capisci? Non mi sta donando la casa, la baratta. E il prezzo sei tu.
Bianca mi guarda.
È casa sua, ha diritto…
Certo, dico. Può disporre come vuole dellappartamento, ma non di me.
Mi risiedo, mi verso un altro po di tè.
Non devi trovare alcuna soluzione, le dico. Non è una questione di mattoni. Mia madre pensa ancora che io sia una sua proprietà. Ho trentotto anni, non lho mai contraddetta. È abituata così.
Bianca tace, poi dice sottovoce:
Lo so.
Come fai a saperlo?
Sono quattro anni che provo ad avvicinarmi a lei. Le telefono ai compleanni, le porto la confettura che le piace. Chiedo come sta. Non cè rabbia nella sua voce, solo stanchezza: qualcosa deciso da tempo, ma solo ora pronunciato. Non mi vede. Non sono una persona per lei. Sono solo quella che le ha portato via il figlio.
La guardo, e mi rendo conto che non ci avevo mai fatto caso.
Vuoi che ci vada io a parlare con lei? chiede.
Sì, tra qualche giorno. Devo pensarci bene, scegliere le parole.
Daccordo.
Non mi chiedi che decisione prenderò?
Mi sorride sorpresa.
No, risponde semplicemente. Mi fido di te.
E questa è la parte più difficile. Non lofferta di mamma, ma quel fidarsi totale che mi obbliga, in fondo, a non deludere chi mi è accanto.
Il sabato dopo, chiamo mia madre presto.
Giuseppina Adami ricorderà quel mattino: già dalla voce al telefono sente che cè qualcosa di diverso meno quella nota lievemente colpevole che mi accompagna da ventanni. Più risolutezza.
Mamma, oggi passo da te. Verso le tre, va bene?
Va bene, mi risponde. E inizia lattesa.
Alle tre suono il campanello.
Mamma apre e se ne accorge subito: senza fiori, senza la solita busta della spesa. Ho le chiavi in mano, la giacca sulle spalle. Entro, mi levo le scarpe, vado in cucina e mi siedo.
Via col rituale del tè, ma la fermo:
No, mamma, oggi resto poco.
Anche lei si siede e mi guarda.
Hai deciso? domanda dopo un po.
Annuisco, ma non rispondo subito.
Prima voglio chiederti una cosa. Quando papà era vivo, avresti mai posto a lui una simile condizione? Del tipo: o fai come dico, o perdi qualcosa che ti è caro?
Mia madre apre bocca, la richiude.
È diverso, mormora.
Perché diverso?
Perché papà era… papà. E tu sei mio figlio. Mi prendo cura di te.
No, mamma. Sussurro. Questa non è cura, è controllo. E sono cose diverse.
Il silenzio nella cucina è pesante come una coperta dinverno.
Bianca prova da quattro anni ad avvicinarsi a te. Hai mai risposto con gentilezza?
Mamma abbassa gli occhi sul tavolo.
Sai cosa mi dice ogni volta dopo una tua telefonata fredda? continuo. Nulla. Sorride e basta. Mi dice: limportante è che tua madre stia bene.
Faccio una pausa.
Le ho chiesto se ci resta male. Mi ha risposto: vuole solo che tu sia felice quando sei con me. Solo questo.
Mamma alza gli occhi.
Anto…
Mi ha proposto di non venire mai a vivere qui, se questo aiuta. Lha detto da sola, pensava a me. Capisci?
La voce mi trema appena.
Lappartamento resta tuo, mamma.
Quindi rifiuti. Dichiara senza rabbia, quasi incredula. È convinta che avrei accettato. Ho sempre preso ciò che mi dava, perché credeva di sapere ciò di cui avevo bisogno.
Non rifiuto la casa, preciso. Ma rifiuto la condizione. Sono cose diverse.
Allora lei conta più di me. Ultima carta, la più pesante, la sento nella voce.
Sospiro, lungo.
Mamma, non si tratta di pesare. Siete entrambe la mia famiglia.
Pausa.
Solo che hai scelto di viverla come una gara. E vuoi vincere.
Lei tace.
Ti voglio bene, mamma. Non cambierà mai, in nessun caso.
Mi alzo, prendo la giacca.
Chiamami quando vuoi, io ci sono.
Non risponde.
Esco, chiudo piano la porta.
Mamma resta sola. Si avvicina alla finestra.
Dal cortile mi vede: raggiungo la macchina, le spalle un po curve, apro la portiera, mi volto per caso, e poi vado via.
Resterebbe lì a lungo, anche dopo che la macchina scompare dietro langolo. Pensare, a che cosa nemmeno lei saprebbe dirlo. Solo pensare. In quella solitudine, una certa malinconia negli occhi.
Passano tre settimane, ci sentiamo poco.
Qualche messaggio: Mamma, come stai? Va bene. Punto. Il classico va bene italiano che va dal tutto ok al sono sfinita ma non te lo dico.
Poi succede una cosa.
Mamma esce dalla farmacia, quella più distante dove le medicine costano qualche euro in meno: a sessantanove anni, con la pensione che prende, ogni euro conta. Attraversa i cortili e vede me.
Sono vicino allauto, cofano sollevato. Bianca, con una vecchia giacca e una macchia dolio sulla manica, mi aiuta con qualcosa. Parlottiamo piano, Bianca ride forte, la testa allindietro come sanno fare le persone felici.
Anchio rido.
Mamma si blocca.
Ci guarda da lontano: un cortile, dautunno, una macchina da sistemare, due persone con le mani nere che ridono. Una scena qualsiasi.
Non sono fuggito. Sto solo vivendo la mia vita.
Questa consapevolezza la sorprende. Semplice da capire, ma dura da accettare.
Credeva che Bianca mi avesse portato via, rubato qualcosa. Ma eccoci qui, al sabato, nel cortile. Nessuno ha portato via nessuno. Ho una vita mia. Ce lho sempre avuta. Solo che lei non voleva ammetterlo.
Si volta piano, torna a casa.
Appoggia la busta della farmacia sul tavolo, rimane un po seduta. Guarda fuori dalla cucina.
Poi si decide. Prende la farina.
La crostata ci mette più del solito a prepararla, le mani le tremano appena, le cade due volte lo zucchero. La farcisce con confettura di ribes nero, quella che Bianca le portava ogni tanto e che finiva sempre dimenticata in dispensa.
La apre.
Dopo due giorni mi telefona.
Ho fatto una crostata, dice. Ne è venuta troppa. Da sola non la finisco.
Pausa.
Venite? sussurra. E aggiunge, con lieve sforzo: Tutti e due.
Esito solo un attimo.
Arriviamo, rispondo.
Quando arriviamo e suoniamo, mamma ci accoglie insieme. Io con dei fiori, Bianca con una borsa in mano. Guardiamo tutti e tre un po imbarazzati: Bianca la saluta con un sorriso semplice e sincero.
Accomodatevi, dice mamma.
In cucina si sta stretti, ma va bene così.
Allora, chiede mentre taglia la crostata, raccontatemi un po come va.
Bianca alza gli occhi.
Volentieri, sorride.
Mamma mette il primo pezzo nel piatto. Era un inizio. Piccolo, timido e profumato di crostata al ribes nero.






