Non toccare le cose di mia madre, mi ha detto Matteo
“Questi vestiti sono di mia madre. Perché li hai messi da parte?” mi ha chiesto Matteo, con una voce fredda, che quasi non riconoscevo.
“Liberiamo spazio. Guarda, occupano mezzo armadio, Matteo. Io qui devo mettere le coperte pesanti e i cuscini di ricambio, è tutto un caos, non so più dove mettere le cose.”
Io, Elisa, cercavo di mantenere un tono ragionevole, togliendo le bluse e le gonne sobrie di mia suocera defunta dagli appendiabiti. La signora Maria Benedetta era sempre ordinata, piegava ogni cosa con cura, e a Matteo aveva insegnato lo stesso. Io invece vivevo nello scompiglio, ogni mattina a rovistare, lamentandomi di non avere niente da mettere, stirando in fretta le maglie stropicciate mentre mi sembrava che nessun capo andasse bene.
Era passato appena tre settimane dal funerale. Avremmo dovuto portare la signora Maria Benedetta in clinica tempo prima: la malattia, ormai al quarto stadio, laveva portata via in meno di un mese, e Matteo laveva fatta venire a stare da noi. Ora rientrava da lavoro, e trovava i vestiti della madre ammucchiati in corridoio come fossero solo vecchi stracci, e io non capivo il suo sguardo sbigottito. Era questo, forse, tutto ciò che restava di lei? Via tutto, e basta?
“Ma cosa mi guardi così, come Garibaldi davanti agli austriaci?” mi sono scostata dal corridoio.
“Non toccare quelle cose,” ha sibilato fra i denti Matteo, il sangue alla testa, tanto che un attimo non riusciva quasi più a sentirsi le mani.
“A che ci servono questi vestiti vecchi?” ho replicato io, ormai spazientita. “Che vuoi, tenere un museo qui in casa? Tua madre non cè più, accetta la realtà! Se solo lavessi seguita di più, magari ti saresti accorto da quanto stava male!”
Le mie parole devono essere state una frustata per la sua coscienza. Ha tirato un respiro tormentato.
“Vattene, Elisa, prima che dica o faccia qualcosa di cui mi pento.”
Ho alzato le spalle con sufficienza. “Come vuoi. Sei sempre il solito, appena qualcuno ti contraddice è subito pazzo.”
Per Matteo, chiunque la pensasse diversamente era automaticamente fuori di testa.
Senza neanche togliersi le scarpe, Matteo è andato direttamente allarmadio del corridoio. Ha aperto le ante più in alto, salendo su una sedia per recuperare una delle vecchie borse a quadri quelle che avevamo usato per il trasloco. Ha ripiegato con cura ogni capo della madre, avvolgendolo a piccoli rettangoli, piazzando in cima la giacca e poi un sacchetto con le sue scarpe. Intorno a lui si aggirava nostro figlio piccolo, di tre anni, che gli ha persino messo dentro un trattore giocattolo prima che chiudesse tutto. Alla fine, Matteo ha trovato una chiave nel cassetto dellingresso e se lè messa in tasca.
“Papà, dove vai?”
Matteo gli ha sorriso, amaro.
“Torno presto, campione. Vai dalla mamma, su.”
“Fermati!” mi sono messa sulla porta del soggiorno. “Ma dove vai a questora? Cosa fai con quella borsa? E la cena?”
“Grazie, Elisa. Dopo quello che hai detto, non ho proprio fame.”
“Ma dai, smettila di prendertela per niente! Dai, lascia stare, cosa vuoi, andartene adesso?”
Matteo mi ha ignorata ed è uscito chiudendo la porta. È salito in macchina, ha lasciato il cortile e ha preso la tangenziale, diretto chissà dove. Guidava coi pensieri altrove: tutto il resto era sparito, i progetti di lavoro, lidea delle ferie in Sardegna, i gruppi Facebook su cui ridere un po Solo una cosa pesava, schiacciava tutto il resto. Tutto sembrava inutile: importante era solo la famiglia i figli, la moglie, e la madre. Si sentiva in colpa, Matteo: non era stato abbastanza presente durante la malattia, rimandava sempre le visite, mille cose da fare, mille urgenze. Sua madre non voleva mai disturbare, preferiva non pesare su di lui così lui si era allontanato, chiamava di rado, trovava sempre scuse.
Dopo unora abbondante, si è fermato in un autogrill sulla statale. Ha mangiato un pezzo di focaccia e ha ripreso la strada senza fermarsi più. Si era fatto buio ormai quando è arrivato al paesino la casa dove era cresciuto, nelle colline vicino Arezzo. Disseminate lungo la strada case basse, tetti di coppi, lodore del gesso e di erba falciata.
Si è fermato davanti al cancello, la luce del telefono per trovare il paletto. Un mucchio di chiamate perse da parte mia. Ma quella sera non avrebbe risposto a nessuno. Lodore della robinia in fiore dolce nell’aria, le falene danzavano intorno. Nel buio, le finestre riflettevano il cielo scuro. Matteo ha rovistato con le chiavi, aperto la vecchia porta scricchiolante, acceso la luce sbiadita dell’ingresso.
Sul tappetino, le ciabatte che sua madre usava in cortile, accanto alle scarpe da casa, blu rovinate, con due coniglietti rossi sulle punte. Gliele aveva regalate lui, otto anni fa. Si è fermato a guardarle, come se avesse di fronte unombra. Ha chiuso gli occhi un istante, poi è entrato.
Ciao mamma, mi aspetti ancora?
No, ormai nessuno lo aspettava più, in quella casa. Aveva il profumo della mobilia vecchia, leggermente umido, come certi fondi di cantina. Cera da stare attenti che non venisse la muffa. Sul comò, la spazzola e qualche trucco avanzato, appesi allattaccapanni i sacchi di pasta “best price”. Il divano nuovo in salotto laveva preso lui, insieme alla TV. La porta del frigo, socchiusa, raccontava che lì non abitava più nessuno. Affacciato sullaltra stanza , il lettone di sua madre, con la piramide di cuscini. Matteo si è seduto sul bordo.
Quella era stata la sua cameretta, un tempo. I genitori dormivano oltre, la stanza più grande. Da piccolo cera il letto del fratello attaccato al suo, la scrivania davanti alla finestra. Ora lì cera la macchina da cucire: a sua madre piaceva tanto cucire, ricamare. Aveva fatto sparire tutti i segni di un figlio e costruito un nido per sé.
Matteo sedeva senza fiato, davanti al vecchio armadio che sembrava quasi un silenzioso testimone. Ha infilato le mani fra i capelli, si è piegato in avanti poggiando la faccia sulle ginocchia, tremando. Poi si è lasciato cadere sopra la coperta bianca, e si è messo a piangere.
Piangeva perché non aveva saputo cosa dirle quando lei, nel suo ultimo giorno, gli premeva la mano tra le sue. Era rimasto muto come una statua, mentre lei si spegneva davanti ai suoi occhi, e tutte le parole non dette gli strozzavano la gola. Maria Benedetta gli aveva sussurrato: “Non guardarmi così, Matteo sono stata felice con voi”. Lui avrebbe voluto solo ringraziarla per linfanzia serena, per la casa sicura, per ogni sacrificio Bastava dire “grazie” per quello che era oggi, per quella zattera sicura dove avrebbe sempre potuto tornare. Per quel posto dove qualcuno ti aspetta, ti accoglie, ti ama anche dopo mille errori.
Ma era rimasto muto, di pietra, incapace di esprimere il sentimento giusto. Venivano in mente solo parole solenni, troppo retoriche, troppo distanti dalla realtà di oggi. Il nostro tempo non ha parole adatte per i sentimenti, solo frasi di circostanza, spesso vuote, taglienti, che sembrano prese da un copione.
Matteo ha spento la luce, si è buttato vestito sul letto, cercando di sgualcire il meno possibile il copriletto ordinato. Ha trovato una coperta di lana sulla sedia, si è avvolto e ha perso conoscenza. Nemmeno lui si aspettava un sonno così dolce e pesante. Allalba, alle sette precise, come sempre, si è svegliato. Il corpo umano è davvero incredibile: a qualsiasi ora si corichi, lui riapriva gli occhi sempre alle sette, pronto per ricominciare tutto.
È sceso verso la macchina, inginocchiato nella ghiaia del vialetto. I pioppi davanti al cancello, con le nuove foglie verde chiaro, sembravano le damigelle della primavera, i rami luccicavano nel sole. Matteo si è goduto per un istante quellaria buona, quellodore di prato. Fortuna che non era cresciuto in città, pensava. Si è stiracchiato, ha riportato la borsa in casa, lha trascinata davanti allarmadio di mamma.
Ha tirato fuori uno ad uno i vestiti della madre, disponendoli ordinatamente sugli scaffali o sistemandoli sugli appendiabiti proprio come li metteva sua madre. Scarpe e stivali sistemati in basso. Ha fatto un passo indietro per controllare leffetto finale: in un attimo, le ritornava davanti agli occhi lei, vestita di quei capi sorridenti. Maria Benedetta sorrideva sempre col suo sorriso materno, caldo. Bastava poco, una carezza, un gesto, e riusciva a fargli sentire tutto lamore. Matteo toccava le bluse e gli abiti, poi li ha raccolti in un abbraccio, inalando quellodore rimasto E restava lì, a fissare larmadio, senza sapere veramente cosa sarebbe dovuto succedere dopo. Si è ricordato del lavoro, e allora ha preso il telefono.
“Buongiorno, dottor Romano. Oggi non riesco a venire in ufficio. È per una questione di famiglia. Se la cava senza di me? Grazie mille.”
Alla moglie ha scritto solo: “Scusa se ho perso la pazienza, torno stasera. Un bacio.”
Sulle aiuole del giardino fiorivano i narcisi, spuntavano i primi tulipani rossi, e nei pressi delle siepi qualche mughetto profumato. Un mazzo un po strano, pensava Matteo sorridendo. Decise di dividerlo in tre piccoli mazzetti, perché al cimitero avrebbe trovato mamma, papà e il fratello. Mentre passava davanti allalimentari, ricordò che non aveva fatto colazione. Comprò latte, una rosetta, e infine anche una tavoletta di cioccolato.
“Ma guarda un po, Matteo! Sei ancora qui?” la signora Rosa, la negoziante, lo salutò sorpresa.
“Sono passato da mamma.” rispose lui basso, guardando oltre le sue spalle.
“Capisco. Vuoi un po di pecorino fresco? Lho preso da un pastore amico mio. Tua madre ne era golosissima!”
Matteo la fissò, con un misto di fastidio e amarezza. Ma la signora Rosa era fatta così, schietta, semplice.
“Va bene, dia pure. E lei, signora Rosa, tutto bene?”
“Lasciamo stare” fece una smorfia. Era amica di Maria Benedetta, e ora sembrava più stanca. “Il mio Andrea? Sempre a bere, non sai che inferno”
Matteo ha fatto colazione al cimitero, seduto davanti alle tombe: i narcisi, i mughetti, i tulipani messi in fila. Il fratello era mancato per primo, caduto dal tetto rinnovando le tegole, una tragedia a ventanni. Poi il padre, cinque anni dopo. E adesso la mamma. Divise un po di cioccolato su ogni tomba, e alla madre aggiunse un pezzetto di pecorino. Seduto lì, parlava a loro dentro di sé.
Ripensava a tutte le marachelle fatte col fratello, alle uscite allalba per pescare coi padre, i suoi lanci arditi con la canna, i tempi in cui la madre urlava dal giardino: “Matteo! A tavola!”, e lui si vergognava davanti agli amici ora avrebbe dato tutto perché lo chiamasse ancora.
Si è fermato sulla tomba della madre, ha accarezzato la terra ancora fresca, il crocifisso di legno temporaneo luccicava chiaro. “Mamma, perdonami E pensare che mi sembrava di vivere già da solo, eppure senza di te cè solo vuoto. Avrei così tante cose da dirti, e a te papà. Siete stati i migliori genitori del mondo, e io vi sono grato per sempre Come facevate a essere sempre giusti? Io ed Elisa siamo molto più egoisti Grazie di tutto, e grazie anche a te, Luca, fratellino.”
Era tempo di andare. Matteo percorreva il sentiero tra i campi, spezzando fra i denti i gambi teneri di erba fresca. Alla prima strada del paese gli venne incontro Andrea, il figlio della signora Rosa, con gli occhi opachi dalcol, trasandato.
“Oh, Matteo! Ancora tu, eh?” bofonchiò Andrea.
“Sì, ero qui dai miei. Tu ancora a bere?”
“Eh, cè sempre una buona ragione!”
“E oggi quale sarebbe?”
Andrea frugò nelle tasche e ne tirò fuori un calendario da muro, strappando il foglio fino a ieri.
“Oggi è la giornata mondiale della tartaruga!” proclamò, soddisfatto.
“Eh già” Matteo abbozzò un sorriso. “Senti, Andrea tua madre è oro puro. Abbine cura, non vivrà per sempre. Non lo dimenticare.”
E riprese a camminare senza voltarsi indietro. Andrea rimase a fissarlo, un po confuso, poi urlò: “Va bene! Stammi bene, Matteo!”
“Sì, ciao” rispose Matteo, continuando dritto senza guardarsi indietro.




