E quanto ti passa di mantenimento il tuo ex?
Martina per poco non si strozzò col tè. La domanda era arrivata improvvisa, come una ventata fredda nel bel mezzo di luglio. Magari non era nulla di grave a sentirla, però era decisamente fuori luogo.
La signora Gabriella sedeva di fronte a lei, lo sguardo attento e un silenzio che metteva a disagio. Sul tavolo, tra di loro, raffreddava una crostata che Martina aveva preparato apposta: di mele, perché sapeva che le piaceva. Anche se adesso sembrava un dettaglio del tutto irrilevante.
Ce la caviamo, provò a sorridere Martina, ma le labbra le rimasero rigide.
Non ti ho chiesto questo.
Beh… è abbastanza personale come domanda…
Gabriella si scostò la tazzina di caffè e intrecciò le mani sul tavolo. Le dita curate, con lo smalto color crema, tamburellavano lievemente sulla tovaglia.
Tesoro, non è per farmi gli affari degli altri, sospirò. Mattia questanno inizia le elementari, giusto?
Martina annuì, anche se, in fondo, aveva capito benissimo dove voleva arrivare sua suocera. O, almeno, non voleva ammetterlo.
La divisa, i libri, lo zaino. E poi il dopo-scuola, le attività… tutto costa, giusto? Gabriella elencava come se facesse i conti della spesa. Le spese sono aumentate, sì?
Sì, rispose Martina sottovoce.
E chi è che tira fuori più soldi? Il padre di Mattia, o il mio Paolo?
Il silenzio che calò in cucina era pesante e difficile da mandar giù. Fuori dal portone una macchina suonava il clacson, al piano di sopra si sentiva una risata di bambino, ma lì, in quella cucinetta col sole che entrava dalle tende che Martina aveva cucito la primavera scorsa, laria era diventata pesante.
Martina tossì piano.
Ce la caviamo, ripeté, e le sue stesse parole le parvero deboli. Paolo non si lamenta mai.
Gabriella fece una specie di risatina secca, quasi come una gatta irritata.
Certo che non si lamenta. È paziente, uguale a suo padre. Si alzò improvvisa, si aggiustò il golfino. Ma mi sa che è proprio il mio Paolo che vi mantiene tutti. Sia te che il tuo Mattia.
Gabriella, per favore…
Ma la suocera già era andata verso il corridoio. Martina la seguì, senza sapere bene cosa dire, se doveva giustificarsi oppure no. In fondo, erano una famiglia. Era stato Paolo a volerlo, a insistere, a…
Gabriella indossò il cappotto, controllò la borsetta. Poi si voltò, e nei suoi occhi Martina vide soltanto stanchezza, e forse qualcosaltro che non sapeva nemmeno nominare.
Tesoro, cerca qualcosa da fare, un lavoretto magari, disse con una voce dolce che, anziché rincuorare, pesava. Non ho cresciuto mio figlio perché mantenesse il figlio di un altro.
La porta si chiuse.
Martina rimase in piedi nellingresso, fissando lo zerbino con scritto Benvenuti.
…La sera, in casa ricominciarono i rumori di sempre: Mattia che costruiva con i mattoncini nella sua stanza, Paolo che trafficava in cucina riscaldando la cena. Un momento normale di una famiglia normale. Ma Martina continuava a rimuginare il discorso del pomeriggio, risentendo le parole della suocera come una canzone stonata che non va via dalla testa.
Aspettò che Mattia si fosse addormentato, aspettò di essere sola con Paolo in cucina. Lui scorreva le notizie sul tablet, finendo il tè, con quellaria tranquilla e casalinga che a Martina sembrava quasi consolante.
Paolo, si sedette accanto, sei davvero a posto con tutto questo? Nel senso… non pensi di spendere troppo per Mattia?
Paolo sollevò gli occhi dal tablet e la guardò.
Ma che domande fai, Martina?
Così, per sapere.
Posò il tablet e si girò verso di lei, e in quel gesto cera tutto lo stupore sincero che fece vergognare Martina per la domanda sciocca.
Mattia è mio figlio, rispose semplice, come se fosse la cosa più normale al mondo. Che importa cosa cè scritto su quel pezzetto di carta? Lo sto crescendo io, lo voglio bene io. Ma quali soldi! Di cosa parli?
Martina annuì e trovò la forza di sorridere. Erano le parole che desiderava sentire. Ma, in fondo al cuore, dove la luce non arriva, nacque un piccolo verme freddo. E quelle frasi della suocera, tanto ingiuste, ora le sembravano più pesanti. Come una spina dentro.
Passarono sei mesi…
Martina era seduta sul bordo della vasca, fissava le due lineette rosa sul test. Non voleva crederci davvero. Poi lo mostrò a Paolo, che la prese in braccio e la fece girare per il corridoio ridendo come un ragazzino. Mattia saltava e voleva capire cosa stesse succedendo, e quando apprese che avrebbe avuto una sorellina, decise che le avrebbe insegnato a fare le torri con i lego.
La gravidanza fu leggera, neanche se ne accorsero. A marzo nacque Sofia: piccola, rugosa, con gli occhi di Paolo e il nasino di Martina. Mattia fu di parola ore intere vicino alla culla, a vegliare il sonno della sorella e a zittire chiunque si azzardasse a fare troppo rumore.
Martina pensava che ormai fosse tutto risolto. Che Gabriella, vedendo la nipotina, avrebbe finalmente ammorbidito il cuore e accettato la loro famiglia comera. Si sbagliava.
La suocera venne a trovarli due settimane dopo le dimissioni. Sofia dormiva nella culletta, Mattia era a scuola, e loro tre erano in cucina. Martina, Paolo e Gabriella.
A un certo punto, Gabriella lasciò la tazzina di caffè.
Martina, sei in maternità adesso, giusto? chiese Gabriella. Quindi, in casa adesso entra meno denaro. Ma le spese per Mattia sono sempre quelle. Come pensi di compensare?
Martina si gelò; fu come sentirsi mancare laria.
Forse dovresti chiamare il padre di Mattia, continuò la suocera, senza accorgersi, o non volendo accorgersi, che sua nuora stava diventando bianchissima. Che aumenti il mantenimento, o magari dia qualcosina in più. È lui il padre, tocca a lui occuparsi del figlio. Paolo ne ha già abbastanza, basta sfruttarlo…
Paolo, a sorpresa, diede un colpo sul tavolo così forte che la tazzina saltò e il cucchiaino rotolò giù.
Mamma, basta, disse. Martina non aveva mai sentito quella voce in lui.
Gabriella sollevò il mento e strinse le labbra, pronta a difendersi come un generale che non accetta di perdere.
Paolo, io penso a te e a Sofia, il suo tono era addolorato. Non ho forse il diritto di preoccuparmi di mio figlio?
Di cosa ti preoccupi? ribatté Paolo, le mascelle tese. Che sono felice? Che ho una famiglia?
Che stai sprecando soldi ed energie per un figlio non tuo! sbottò Gabriella. Ora hai una figlia tua! E continui a mantenere… quello.
Martina si accartocciò sulla sedia, avrebbe voluto sparire, dissolversi nellaria. Quello. Il suo Mattia, che adorava Paolo, che gli diceva sempre papà, che gli faceva un biglietto per ogni festa quello.
Mattia è mio figlio, scandì Paolo. Non mi interessa cosa cè scritto sul certificato. Lo sto crescendo io, gli voglio bene io, è mio tanto quanto Sofia. Noi siamo una famiglia, mamma. Se tu non riesci a capirlo, il problema è tuo, non nostro.
Gabriella si alzò in piedi così di scatto che la sedia slittò sbattendo contro il frigo.
Tu ti stai rovinando la vita! urlò, la voce che sembrava quasi stridula. Stai buttando tutto via per lei! Non per questo ti ho cresciuto!
Dalla cameretta arrivò un pianto, prima soffuso, poi sempre più forte. Sofia si era svegliata per il trambusto.
Martina saltò su e corse dalla bambina, lasciando in cucina la suocera e Paolo che ancora cercava di farsi sentire, ma lei ormai capiva solo il battito nelle orecchie. Prese Sofia, la strinse a sé, le sussurrò cose dolci, senza senso, solo per calmarla.
Da qualche parte in casa, la porta dingresso sbatté forte, facendo tremare le pareti insieme al cuore di Martina.
Poi solo silenzio.
Sofia piano piano si quietò, si rannicchiò sulla spalla della mamma. Martina restava ferma in piedi, incapace di voltarsi, timorosa di scoprire comera finita.
La porta si aprì di nuovo. Paolo entrò in punta di piedi, il volto stanco ma sereno. Si avvicinò, la circondò con le braccia lei e la bambina insieme e stettero così, in silenzio, per un tempo che sembrò non finire mai.
Mia mamma è complicata, sussurrò lui infilandole il viso nei capelli. Ma non lascerò che ti rovini la giornata. Per ora… non la vedremo più tanto presto.
Martina alzò lo sguardo e negli occhi le bruciavano lacrime troppo a lungo trattenute. Annuì, senza riuscire a dire una parola.
Ce lavevano fatta. La loro piccola famiglia aveva resistito.





