“Non picchiarmi sulla schiena! Bambini per strada e adulti spazientiti”

Mentre le mamme affollano i gruppi su Facebook chiedendo cosa mettere nella valigia del pronto soccorso e se possono portare il passeggino fino in cabina, altri viaggiatori si preparano nervosamente accanto a loro in attesa del volo. Da un po di tempo è diventato tutto più complicato. Se prima qualcuno interveniva per difesa spunând că i bambini meritano soltanto amore, ora invece si sente parlare di linee aeree che dovrebbero prevedere quasi delle aree separate per chi viaggia con e senza figli. Ma quando abbiamo cominciato a dividerci così?

Vi auguro un buon volo!

Quando è diventato di moda non rinunciare alla vita una volta fatto un figlio? Si lavora, si continua ad avere una vita sociale, si partecipa ad eventi e si viaggia più che si vuole. Che il bambino abbia pochi mesi o molti anni, non fa differenza. Le nostre madri non si sarebbero mai sognate una vita tanto movimentata, né pensavano fosse qualcosa di necessario. Mi riesce davvero difficile immaginare mia madre negli anni 60, seduta in un ristorante con un bebè al tavolo. O persino più tardi. Quella sarebbe stata vista come una follia, e forse a ragione.

Per quanto si voglia evadere da questa realtà, viaggiare su lunghe distanze con un bambino resta unimpresa stressante sia per il piccolo che per i genitori. Per il benessere di tutti, ci vuole un vero sforzo. Ma pare che molti non vogliano farlo. Appena in vacanza si rilassano e lasciano che i figli si arrangino. Così però lasciano anche che tutto il volo se ne occupi.

A tutti piace volare comodi. Nessuno ha voglia di passare nemmeno due ore seduto tra rumori e confusione, soprattutto dopo aver sborsato una cifra per un posto a sedere. I passeggeri si lamentano persino dello spazio tra i sedili perché vogliono rilassarsi e allungare le gambe. Figuriamoci come si sentono quando, dietro di loro, cè un bambino di cinque anni che si diverte a dondolare la sedia avanti e indietro. Nella mia esperienza, non ho mai visto nessuno sorridere con pazienza e trasformarsi in zio gioviale in questi casi.

Lasilo itinerante.

Una volta, ho voluto fare il gentile. Era sul volo Roma-Milano. Una donna con un bambino di neanche un anno si è seduta accanto a me; stavo quasi senza fiato. Ma è diventato subito chiaro che non era tutto. La famiglia in questione era ben più numerosa! Si sono sistemati ovunque: davanti, dietro, di lato, allungando braccia e borse, chiacchierando tra loro, passando biberon e ciucci da un sedile allaltro. Mi sentivo adottato anche io, involontariamente. Non è stato affatto piacevole. Mi hanno chiesto di reggere questo e quello senza un accenno di per favore e sono quasi stato bruciato con lacqua bollente di un thermos. Che meraviglia! Non avevo via di fuga, lunica era buttarmi giù dalla finestra.

Unaltra volta, in treno per Napoli, ho visto una scena simile. Una mamma cercava in tutti i modi di tenere impegnata la figlioletta di quattro anni per tutte le ventisei ore di viaggio. Faceva davvero di tutto per non disturbare gli altri, ma con quali risultati? Per tutta la carrozza era un continuo: Giulia, andiamo qui, Giulia, andiamo là, Dai, guardiamo fuori dal finestrino, E ora disegniamo! e via a disegnare per quaranta minuti filati, con una sfilza di colori e cuccioli e gattini che riempivano i quaderni. Alla fine, ti chiedi cosa sia peggio.

Come non essere tentati di consigliare a queste famiglie di restare a casa finché i figli crescono? Se poi il bambino è così tranquillo da disegnare in silenzio per tre ore e addormentarsi col naso sul cucciolo a metà beato lui. Ma esistono davvero bambini così?

E poi ci sono i neonati che piangono alla partenza, allarrivo e in ogni cambio di quota. Prima ce nera uno ogni tanto su un aereo, ora almeno tre o cinque. Come se non bastasse, sorelline e fratellini felici che saltano e urlano lungo il corridoio. Da quella cabina io fuggo con la stessa velocità con cui sono partito.

Intendiamoci, non sono uno di quelli che non vuole avere figli. Ho viaggiato anche io con una bimba piccola costretto, certamente. Ma la mia pazienza, in vacanza, non bastava per far da animatore a una bambina. Ho aspettato che fosse abbastanza grande da potermi spiegare a parole e soprattutto darle indicazioni chiare: Stai qui, non toccare nulla. Quello sì che era un viaggio: aspettare e basta, senza attività colorate. Ma oggi i genitori non ragionano più così. Portano con sé giochi educativi, corse nei corridoi dicono sia importantissimo per la crescita e poi, a posto così.

Questa è la realtà dei tempi moderni. Se ho imparato qualcosa, è che non cè nulla di male ad amare i bambini, ma il rispetto per chi viaggia dovrebbe essere reciproco. Forse le vacanze migliori si fanno davvero quando si è un po più grandi, e soprattutto quando si capisce che, in aereo, anche il silenzio ha un valore.

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“Non picchiarmi sulla schiena! Bambini per strada e adulti spazientiti”