Non più moglie
Paolo Paolo, ti sei misurato la pressione oggi? Hai preso la pillola? Caterina si affacciò nella stanza, asciugandosi le mani sul grembiule.
Santo cielo, Caterina, piantala con questa storia della pressione! brontolò lui senza staccare gli occhi dal cellulare. Tra unora ho una riunione. Dovè la camicia azzurra, quella di cotone? Lhai stirata?
Te ne ho stirate tre ieri, sei stato tu a dire che quella doveva andare in lavanderia, è macchiata…
Non ci capisci mai niente! Non si può affidarti nulla. Va bene, portami pure una qualunque. E prepara un tè forte stavolta, questo tuo tisana alla camomilla non lo sopporto più.
Caterina fece appena un cenno con le spalle, se ne stette zitta e andò in cucina.
Fuori novembre si stendeva grigio e bagnato. Il palazzo di fronte era unallineata di finestre scure, illuminate solo in pochi punti. Caterina Serafini, cinquantasei anni, stava davanti ai fornelli e guardava lacqua bollire nel vecchio bollitore dallacciaio smaltato scheggiato. Aveva pensato di cambiarlo già in primavera. Non laveva fatto: non era mai il momento.
Versò il tè forte nella sua tazza, senza camomilla, senza menta come piaceva a lui. Prese il piatto dei panini che aveva preparato già alle sei. Pane, burro e formaggio, due fettine, la crosta tolta, perché lo stomaco di lui non reggeva più certe cose. Tagliò un pomodoro sapeva che quelli di novembre non avevano sapore, ma almeno erano vitamine , mise tutto su un vassoio e andò nella stanza.
Paolo Serafini, cinquantotto anni, sedeva in poltrona scrollando il telefono. Tre mesi prima era stato promosso a capo reparto. Per ventanni era stato semplice tecnico, come tutti lì dentro. Ma quando Bianchi era andato in pensione, Paolo, il più anziano, aveva preso il suo posto. La nuova carica portava trecento euro in più in busta paga e un ufficio separato, e a quanto pareva una concezione nuova di sé e di ciò che lo circondava.
Lascia qui, fece un cenno verso il tavolino del salotto senza alzare gli occhi.
Caterina appoggiò il vassoio. Indugiò un attimo.
Paolo, davvero, prendi la pillola. Ieri mi dicevi che avevi mal di testa.
Ho detto che ieri mi faceva male. Oggi no. Adesso lasciami, devo fare una telefonata.
Uscì. Restò ferma in corridoio accanto allattaccapanni. Sulla gruccia pendeva il suo cappotto, la sua giacca imbottita, e lombrello con la stecca piegata. Rimase così, a fissare il vuoto. Poi prese uno straccio e tornò in cucina a pulire il davanzale, perché non sapeva proprio cosa altro fare in quel momento.
Andava avanti così da tre settimane. Da quando Paolo aveva ricevuto la promozione e partecipato a quel corso aziendale fuori Milano: da lì era tornato diverso. Più curato, taglio nuovo, uno sguardo che sembrava cambiato. Allinizio lei ne era stata felice. Aveva pensato: si è risvegliato, finalmente. Ma poi aveva iniziato a notare certe cose.
Aveva iniziato a criticare il cibo. Una volta mangiava ciò che cera e taceva. Improvvisamente il minestrone era troppo salato, le polpette asciutte, la pasta al tonno «roba da universitari, non da dirigente». Lei aveva perfino chiesto se avesse sentito bene, e lui le aveva rivolto uno sguardo altezzoso:
Caterina, ma vuoi cucinare qualcosa di decente? Pesce al forno, delle insalate come si deve, non quella tua insalata russa una volta allanno.
Aveva fatto pesce al forno, insalate fresche. Lui aveva mangiato in silenzio e lei aveva pensato che fosse tutto ok. Ma il giorno dopo rientrò dal lavoro scuro in volto: raccontò che il suo nuovo amico del corso, il signor Ricci, aveva una moglie che non lavorava, si dedicava solo alla casa ed era «una donna che si vede che è curata».
Caterina in quel momento aveva taciuto, ma avrebbe avuto molte cose da dire. Tipo che anche lei aveva smesso di lavorare quattro anni prima, dopo il taglio degli uffici amministrativi. Che si alzava alle sei, mentre lui dormiva, e si coricava più tardi. Che si occupava della casa, prenotava le visite dal medico per lui, aspettava in coda in farmacia per le sue medicine per la pressione e il colesterolo, le ritirava, controllava che le prendesse, portava al cambio le gomme invernali perché Paolo era «troppo impegnato». Avrebbe potuto elencare tutto questo. Ma non disse nulla, da abitudine.
Due giorni fa accadde quello che la fece smettere di tacere.
Paolo rientrò verso le otto. Caterina stava togliendo dal fuoco il brodo di pollo, leggerissimo, perché al marito il colesterolo lo tormentava. Era profumato di carote e prezzemolo.
Ci hai messo una vita! esclamò lei, sporgendosi dalla cucina.
Mi hanno trattenuto, grugnì lui, togliendosi le scarpe allingresso senza riporle.
Il brodo è pronto. Vieni a cena.
Entrò, guardò nella pentola. Fece una smorfia.
Ancora pollo.
Paolo, il medico ti ha avvisato
So benissimo cosho, non sono un bambino. Ho solo stufato di mangiare da malato anche a casa.
Lei versò la minestra nei piatti. Tagliò il pane. Lui mangiò, si alzò, lasciò il piatto. Se ne andò in salotto. Caterina lavò le stoviglie, pulì i fornelli, spazzò via le briciole. Entrò nel soggiorno per avvisare che cera la macedonia, se voleva.
Lui sedeva in poltrona, lo sguardo sullo schermo del telefono. Vide passare qualcosa di color rosa, non capì. Lui inclinò lo schermo.
Paolo, vuoi della macedonia?
Alzò gli occhi, la fissò a lungo, come se stesse riflettendo.
No, disse. E poi, dopo una pausa: Guarda come sei ridotta, Cate.
Lei rimase interdetta.
Come?
Ti dico di guardarti. Quando è stata lultima volta che sei andata dal parrucchiere? I capelli ti cadono addosso. E quella vestaglia, la tua solita a quadretti Sembri una vecchia di paese.
Dal rubinetto in cucina veniva il ticchettio di una goccia. Dallaltra parte del muro la TV dei vicini borbottava.
Paolo mormorò.
Cosa, Paolo? Dico la verità. Ora vado ai meeting aziendali, vengono ospiti. La moglie di un capo deve avere un certo aspetto, invece tu Ma che figura faccio.
Ospiti? ripeté lei lentamente. Chi hai mai invitato a casa negli ultimi mesi?
È perché mi vergogno! urlò lui, e la parola «vergogna» parve un masso che spezza la quiete. La moglie di Ricci è un piacere da vedere. Sempre in ordine. Con stile. E tu Sei ingrassata, porti sempre quella vestaglia, i capelli neanche tinti
Paolo. Gli disse il nome per intero, cosa rara. Tu tra poco fai sessantanni. Io ne ho cinquantasei. Non siamo più giovani.
Appunto! balzò in piedi, come se fosse largomento decisivo. Proprio per questo bisogna prendersi cura di sé! Io vado in palestra, mi tengo in forma. E tu passi le giornate a casa e
Giornate in casa, ripeté Caterina. La voce le usciva solida, sorprendentemente calma. Va bene, Paolo. Ho capito.
Uscì, chiuse piano la porta. Andò in cucina. Ripose il pane, spense la luce sulla stufa. E fece tutto con una tranquilla precisione meccanica. Dentro però qualcosa si era mosso. Non si era spezzato, no, si era solo spostato. Come quando si riarreda una stanza: allinizio ti sembra strano, poi ti chiedi perché non lhai fatto prima.
Quella notte Caterina non dormì. Stava sdraiata al suo posto, fissando il soffitto, mentre lui iniziava a russare come sempre. Lo ascoltava respirare e pensava.
Da almeno dieci anni aveva vissuto a servizio. Si alzava, cucinava, lavava, puliva, ordinava le visite, portava a fare i controlli, seguiva la medicina: una lista interminabile di compiti che Paolo non vedeva, e neanche apprezzava. I farmaci: per la pressione «Enapril», per il colesterolo «Rosuvastatina», e poi uno nuovo per le articolazioni, caro, quasi cinquanta euro ogni confezione. Segnava tutto sul taccuino, comprava prima che finissero. Il dottore aveva raccomandato: Non si salta neppure una dose.
E adesso lui laveva chiamata vergogna, vecchia di paese. Che la moglie di Ricci era meglio.
Caterina rifletté. E arrivò a una conclusione semplice: basta.
Non «me ne vado», non «lo lascio», né «scatenerò una scenata». Basta semplicemente fare ciò che lui non vede e non apprezza. Basta essere una risorsa, come lacqua del rubinetto: apri, prendi, chiudi. Ora si arrangia lui.
La mattina dopo si alzò come sempre, alle sei. Si preparò il suo tè, quello di camomilla che lui odiava. Si sedette al tavolo con la sua tazza e il telefono. Aprì il sito del salone di bellezza al centro commerciale vicino alla metro: costava caro, mai andata. Si prenotò per mercoledì. Poi cercò corsi di camminata nordica al parco: lezioni gratuite, martedì e giovedì mattina. Li segnò in agenda.
Quando Paolo uscì in cucina alle sette, trovò solo la sua tazza vuota. Il pane era in dispensa, il burro in frigo. Avrebbe fatto da solo.
E la colazione? chiese guardandosi intorno.
Pane, burro, formaggio sono lì, rispose Caterina senza distogliere gli occhi dal telefono.
Lui restò fermo un attimo. Si preparò il tè da solo. Tagliò il pane, mangiò in piedi davanti al frigo. Se ne andò in ufficio senza dire nulla.
Caterina attese che la porta si chiudesse, e sentì nascere dentro qualcosa di simile alla leggerezza.
Quel mercoledì andò al salone: la parrucchiera, una giovane con la testa rasata da un lato e tanti orecchini, le osservò con attenzione i capelli.
È tanto che non li colori?
Tre anni, ammise Caterina. Non ne avevo il tempo.
Hanno una bella base. Facciamo un colore naturale, qualche riflesso, e sistemiamo il taglio.
Restò in poltrona per più di due ore, osservandosi cambiare allo specchio. Uscì diversa. Non giovane sarebbe stato impossibile , ma viva. Somigliante a sé, o almeno a quella sé che aveva quasi dimenticato.
Spese circa sessanta euro. Sulla via del ritorno si fermò a prendere una crema per il viso, non la solita economica della farmacia, ma una specifica per pelli mature. Dodici euro. Pensò che dodici fossero tanti, poi ripensò alla famosa «moglie di Ricci» e la prese.
La sera Paolo notò i suoi capelli. Guardò. Non disse nulla.
E lei non si aspettava niente.
La settimana dopo finirono le sue pillole per la pressione. Caterina lo aveva sempre tenuto docchio, acquistava di anticipo. Ora vide la scatola vuota e la lasciò sul suo comodino. Lui rientrò da lavoro, passò oltre senza accorgersi. Lei non disse nulla.
Il giorno dopo lui cercò le pastiglie e trovò la scatola vuota.
Cate! gridò dalla camera. Le pastiglie sono finite!
Lo so, rispose lei dalla cucina.
E perché non le hai comprate?
Sei adulto, Paolo. Puoi andarci tu.
Pausa. Lunga.
Ho il lavoro…
Anchio ho le mie cose.
Caterina ormai aveva le sue attività: il martedì e il giovedì andava al parco per la camminata nordica, aveva conosciuto due donne della sua età, Nina e Rosa. Nina era vicepreside a scuola, rideva così forte che gli uccelli volavano via. Rosa era tranquilla, pensionata, cresciuto i nipotini. Camminavano insieme, chiacchieravano, respiravano: era tutto una piacevole scoperta.
Le pillole Paolo le comprò, tornò con laria provata di chi ha dovuto compiere unimpresa eroica. Mise la scatola sul comodino. Taceva. Lei pure.
Quegli stessi giorni chiamò la sua amica dufficio, Ginetta.
Ginetta, sabato sei libera?
Che succede?
Dai, andiamo da qualche parte. Al cinema, o semplicemente in un bar per una brioche.
Cate, stai bene? Ginetta si allarmò: erano anni che non uscivano insieme.
Meglio di quanto pensi, rispose Caterina.
Il sabato si trovarono alla metro. Ginetta vide la nuova acconciatura di Cate e fece un sussulto:
Ma che hai fatto! Sei bellissima!
Sono andata dal parrucchiere.
Finalmente! Ti dicevo sempre che era ora
Lho fatto ora, sorride Caterina, e andarono nella pasticceria.
Ordinarono due cappuccini e due fette di torta, si sedettero accanto alla finestra. Fuori i primissimi fiocchi di neve si scioglievano al suolo.
Sentiamo, chiese Ginetta.
E Caterina raccontò: della promozione di Paolo, del corso aziendale, del suo nuovo modo di comportarsi. Del minestrone troppo salato, della moglie di Ricci, del «guardati» e del «mi vergogno». Parlava senza piangere, con lucidità, come fosse la storia di unaltra.
Ginetta la ascoltava attenta, rimestando il caffè.
E cosa hai deciso?
Niente di straordinario, disse. Ho solo smesso di fare quello che non viene apprezzato. Capisci? Non per ripicca. Semplicemente non serve.
Non serve, ripeté piano lamica. Fai bene.
Non so se è giusto o meno. Semplicemente non riesco più a farlo.
Ginetta approvò. Prendevano un boccone di torta.
Lui se ne è accorto?
Che non gli corro più dietro per le pillole? Se ne è accorto. Che non gli stiro più una camicia al giorno? Pure. Ieri è uscito con la più stropicciata che ha trovato, senza fiatare.
E niente scenate?
No. Un piccolo cenno delle spalle. Sembra non sappia che dire. Era abituato al mio silenzio. Ora sto zitta, ma è diverso.
Ginetta la fissò.
Hai pensato al divorzio?
Ci penso, ma non subito. Prima voglio capire chi sono io, senza tutte queste cose sue. I suoi farmaci, i suoi minestroni, le sue camicie. Da quanti anni non mi guardo?
Restarono ancora un po, ordinarono altro caffè. Uscirono con il buio e la neve. Si abbracciarono alla metro. Ginetta le disse:
Telefonami, e sentiamoci ancora sabato prossimo, ok?
Daccordo, sorrise Caterina.
Sul treno pensava che non si vedevano e parlavano così da sei anni. Sempre di corsa, sempre a occuparsi di Paolo e dei suoi problemi e dei suoi minestroni.
Casa: Paolo davanti alla TV. Sul tavolo della cucina una tazza sporca, un piatto che mostrava i resti di unomelette che si era fatto lui. Caterina entrò, la osservò. Una volta avrebbe lavato subito. Ora no.
Dove sei stata? chiese lui, senza voltarsi.
Sono uscita con Ginetta.
Per molto.
Sì.
Andò a lavarsi, si mise la crema nuova. Si guardò allo specchio: cinquantasei anni, viso segnato ma vivo. Zampe di gallina, piega intorno alla bocca. Capelli con riflessi, che le stavano bene. Non era giovane. Era una donna viva.
Dicembre portò vero freddo. Caterina si comprò stivali nuovi, di pelle, non le solite galosce scadenti. Spese novanta euro e non se ne pentì.
Cambiava qualcosa, impercettibilmente, nellaria di casa. Continuava a cucinare, ma ora faceva anche quello che piaceva a lei: pasta al ragù, patate e pollo arrosto, ogni tanto ravioli confezionati perché no? Niente più menù da paziente. Mangiasse ciò che trova, il medico aveva già spiegato.
Le camicie di Paolo le lavava ormai insieme agli altri vestiti, senza programma speciale. Un tempo le lavava a parte, con attenzione. Adesso, no.
Lui tutto ciò lo notava. Tacque. A tratti lanciava frecciatine:
Ancora ravioli?
Sì, ravioli, rispondeva lei.
Ormai non cucini più?
Ma ieri cera il brodo, e domenica larrosto.
Lui si ritirava, scocciato. Ma non aveva il coraggio di dire: «Perché non vivi più solo per me?».
Nel frattempo Caterina andava al parco per camminare, si avvicinò a Nina, che le segnalò un ottimo ginecologo. Da anni Caterina rimandava i controlli, adesso prenotò. Siscrisse anche a un corso libero dacquerello alla biblioteca del quartiere, il mercoledì. Non aveva mai avuto la passione, semplicemente: perché no? Due ore dove a nessuno importava nientaltro che quei fogli e quel pennello.
A dicembre Paolo cominciò a tardare al lavoro. Un tempo ciò lavrebbe angosciata, avrebbe scaldato la cena aspettandolo. Ora cenava quando aveva fame, andava a dormire quando voleva. Lui rientrava alle nove, dieci, una volta alle undici e mezza. Lei non chiedeva, lui non spiegava.
Che avesse unaltra lo capì da piccoli segni, non dal telefono. Un giorno rientrò e sapeva di un profumo sconosciuto, dolciastro, pungente. Capì. Si sorprese di non soffrire. Era curiosità stanca, e soprattutto quel sollievo: non sarebbe stata una sua sconfitta se lui se ne fosse andato.
Taceva. Dormiva bene.
Durò tre settimane. Paolo usciva, a volte rispondeva alle chiamate in bagno. Capitò che sentì dalla porta: «…te lho detto, Linda, sabato…». Linda. Va bene.
Quei giorni Caterina pensava molto. Trenta due anni vissuti con quelluomo, un figlio, Marco, che adesso viveva a Torino, con moglie e due figli. Paolo, un tempo, era stato diverso. Serio ma allegro. E il ricordo si sfumava negli anni Quando era cambiato esattamente? Non lo sapeva.
E pensava a se stessa. Aveva dato tutto per lui, dimenticando se stessa. Dentro e fuori. Non ricordava più cosa le piacesse, quale musica, quali libri, dove avrebbe viaggiato felice.
Le lezioni di acquerello si rivelarono la sorpresa più bella. In biblioteca, linsegnante, signora Natalina di cinquantadue anni, spiegava come sfumare i colori, farli scorrere. Caterina colorava una mela, pensava che da ragazza amava disegnare e le veniva bene. Che bello, ora.
Durante una lezione, Natalina le disse: «Caterina, hai un ottimo senso dei colori, lo sai?». Detto così, senza peso. Ma per lei fu importante: Paolo erano anni che non le diceva una parola così.
A gennaio Linda sparì dalla scena. Lo si capiva da come Paolo tornò alla sua routine di sempre: cena, TV, assenza di telefonate misteriose. Era dimagrito, tossiva più spesso.
Caterina cucinava, lui mangiava. Una sera si sedette accanto a lei mentre sorseggiava tè e sussurrò nel vuoto:
Fuori fa un freddo cane stanotte.
Già, rispose. Dicevano meno dodici.
Già.
Fine conversazione.
Di Linda seppe poi per caso grazie a un conoscente comune. Chiamò Sergio Forlani per chiedere una cosa alla villa, e Sergio, di passaggio: «Ho sentito che Paolo stava dietro a una tipa. Ma lo ha scaricato presto, mi pare». Caterina rispose un vago sì. Sergio risate, poi torniamo ai fatti.
Immaginò la storia da sola. La giovane avrà creduto di trovare un dirigente pieno di energie, cene e viaggi; si trovò con un uomo di quasi sessantanni che vuole il tè alla giusta forza e camicie stirate, e che si lamenta della salute. Era difficile reggere così.
Non lo compativa. Era come dopo un lungo mal di denti: non cè gioia, ma un bene grande non sentire più dolore.
A febbraio la salute di Paolo peggiorò. Le pastiglie non le prendeva più con il metodo di Caterina ne dimenticava, le mescolava, un giorno ne prese due insieme perché le aveva saltate prima. Lei tacque. Il medico glielaveva già spiegato per bene.
La pressione aumentava. Diventava pallido, si lamentava di vertigini. Una mattina:
Mi gira la testa.
Vai dal medico, propose Caterina.
Prenoti tu?
Chiama tu la segreteria. Il numero sta sulla tessera della mutua.
Un lungo sguardo.
Non ricordo come si fa
Paolo, sei istruito, un responsabile di reparto. Ce la farai.
Alla fine prenotò e andò. Tornò col foglio di terapia. Una nuova medicina da aggiungere.
Ecco, posò il foglio sul tavolo.
Va bene.
La compri tu?
Domani devo andare in zona, posso fermarmi. Passami i soldi.
Si bloccò, visibilmente sorpreso. Una volta erano soldi comuni. Ora le diede i soldi. Caterina la comprò, la posò assieme alle altre, senza istruzioni, senza foglietti come un tempo.
Marzo portò il disgelo. La neve si allargava in pozzanghere, i bambini rincorrevano i rami per terra, lacqua scendeva dalle grondaie. Caterina usciva più spesso a camminare senza meta, si prese un giubbino primaverile, non sformato, piuttosto carino: beige chiaro con cintura. Si guardò allo specchio in camerino e pensò: non ricordo lultima volta che ho comprato qualcosa di nuovo solo per me.
A marzo arrivarono Marco e la moglie Irene con i bambini per qualche giorno. Marco era alto, quarantanni, somigliava al padre un tempo, ma più buono. Irene era una donna gentile e calma. Portarono un barattolo di miele e una scatola di baci.
La prima sera cenarono insieme. Caterina aveva cucinato: patate al forno, aringa in carpione, gelatina di carne secondo la ricetta della mamma. Paolo taciturno. Marco raccontava dei bimbi, del lavoro. Irene interrogava Caterina dei suoi corsi in biblioteca.
Dipingi, mamma? Marco stupito.
Sì, provo con lacquerello.
Dai, fammi vedere?
Mostrò i fogli. Una mela, una natura morta, la vista dalla finestra. Marco osservava con attenzione, Irene diceva che erano bellissimi.
Mamma, sembri ringiovanita, davvero.
Solo perché finalmente sono andata dal parrucchiere, sorrise.
Vide Marco osservare il padre. Paolo mangiava, muto. Tra loro qualcosa non andava, Marco lo sentiva ma non disse nulla davanti a Irene.
Il giorno dopo, mentre Irene era a fare compere, Marco rimase in casa. Entrò in cucina, dove Caterina chiudeva i ravioli.
Mamma. Va tutto bene tra voi?
Perché?
Papà è strano, spento. È malato?
Pressione, ha visto il medico, ora segue le cure da solo.
Taceva. Prendeva un pezzetto di impasto, lo stringeva fra le dita.
Non avete litigato?
No, ed era vero: non litigavano, vivevano su binari separati.
Se cè qualcosa, dillo.
Marco sto bene. Veramente. Ora sto bene.
Lui sembrò crederci. Perché era vero: ora stava bene.
I figli partirono domenica. La casa tornò silenziosa, vuota. Caterina lavò, pulì tutto. Paolo guardava la TV.
A sera tardi lui entrò in cucina, prese dellacqua al rubinetto, restò accanto alla finestra.
Marco sta proprio bene, disse.
Sì, ha un bellaspetto.
E i bambini sono… non concluse.
Già.
Finì lacqua, posò il bicchiere. Se ne andò. Lei rimase a guardare fuori, i lampioni che riflettevano la neve sporca, lultimo freddo dellanno.
Aprile iniziò con Paolo colto da una crisi ipertensiva. Nulla di grave, senza ambulanza, ma si dovette sedere in corridoio la mattina, con la testa che girava. La chiamò.
Cate. Non mi sento bene.
Lei uscì. Lo vide seduto, appoggiato al muro, rosso in viso.
Vieni in camera, gli suggerì.
Lo aiutò ad alzarsi, lo portò a letto. Gli portò il misuratore. Centottantacinque su centodieci. Male, certo.
Prendi la pastiglia, il captopril è nel comodino. Stai sdraiato. Tra mezzora controllo.
E tu?
Sto di là, in cucina.
Andò a preparare il tè. Sentì trafficare. Migliorò dopo unora: centosessanta su novantacinque. Vivibile.
Stai sdraiato, oggi, non andare da nessuna parte.
Devo lavorare
Telefona, dì che stai male. Oggi non esci.
Rimase in casa. Lei portò il tè e dei biscotti. Non perché lui lo chiedesse, semplicemente lo fece. Esiste una differenza tra «non voglio più occuparmi di lui» e «lasciarlo soffrire».
Paolo fissava il soffitto.
Caterina, disse dopo un silenzio lunghissimo.
Dimmi?
Forse mi sono comportato da stupido, ultimamente.
Lei non rispose subito. Si sedette appena sul bordo del letto.
Sì, Paolo, disse pacata. Da stupido.
Ecco… fissava il soffitto. Questa promozione… mi sono montato la testa. Credevo cambiasse tutto, di aver davvero raggiunto qualcosa.
E lo hai fatto. Sei capo reparto.
Sì Pausa. E tu sei sempre qui, e io… Si fermò. Ma non volevo… boh.
Ho capito bene cosa volevi dire, rispose lei quieta.
Si alzò, prese la tazza, tornò in cucina. Non era una riconciliazione. Nessun abbraccio, niente pianti, nessun solenne discorso. Semplicemente ora lui aveva detto «stupido», e lei aveva annuito. Tutto qui.
Arrivò maggio. Lei continuava con i corsi, frequentava Nina che la invitava ogni mese a teatro. Cominciarono con uno spettacolo importante al Nuovo Teatro Romano. Bei posti, platea. Caterina non ci andava da dieci anni. Seduta, un succo darancia al bar, guardava gli attori e pensava: semplicemente bello stare qui, a guardare gli altri recitare storie che non sono la tua.
Aveva cinquantasei anni e cominciava a capire che quello non era affatto un finale, ma qualcosa di completamente nuovo.
Con Paolo era rimasta quella sorta di convivenza parallela. Non criticava più; a volte le domandava qualcosa di pratico, a volte sedevano insieme, lui davanti alla TV, lei a leggere un libro consigliato da Nina. Quasi serenità, ma con unaltra qualità: lei non si sentiva più obbligata.
Un giorno le chiese di ordinargli un farmaco online perché costava meno.
Non sono capace, aveva detto lui. Tu sì.
Paolo, basta scrivere il nome, cliccare nel carrello, scegliere la farmacia vicina.
Ma tu sei più pratica.
Può diventarlo anche tu.
Alla fine imparò. Ci mise tempo, la chiamò una sola volta per un dubbio tecnico. Fece tutto da sé.
Caterina capì che era importante: smettere di sostituirsi a lui in tutto. Credeva che «aiutare» significasse annullarsi. Ora vedeva che era il contrario.
A giugno il caldo arrivò allimprovviso. Si comprò un vestito leggero, fantasia di fiori. Lo indossò pensando che stava bene. Non da vecchia di paese. Semplicemente una donna con un vestito che le piaceva.
Ogni coppia invecchia a modo suo, lo sapeva. Alcuni fanno la guerra ogni giorno, alcuni sembrano amici, altri sono gelidi estranei. Lei con Paolo erano qualcosa daltro: non nemici, non amici, non indifferenti. Ognuno per sé, però sotto lo stesso tetto.
Il futuro non era scritto. Pensava, a volte, alla domanda di Ginetta sul divorzio. Non la scartava, però non aveva fretta. Prima doveva scoprire chi era diventata.
Destate andò a trovare Marco a Torino per due settimane: la prima volta che viaggiava da sola da anni. Paolo rimase a casa, disse che aveva lavoro. Lei mise in valigia una federa ricamata a mano per la nipote, imparato online, e partì.
Due settimane con il figlio, Irene e i nipoti furono le più belle degli ultimi anni. Si prese cura dei piccoli, cucinava loro la minestra, faceva il bagnetto, leggeva storie. Una cura diversa, più dolce, non obbligata.
La sera Marco le chiedeva come stesse, a casa: lei rispondeva sinceramente che la loro convivenza era difficile, ma ora sentiva di avere un suo posto. Marco annuiva, non dava consigli. Era davvero un bravo ragazzo, questa era lunica certezza.
Tornò a Milano abbronzata, serena. Paolo la accolse allingresso: «Allora, sei tornata». Le prese il borsone. Era poco, ma abbastanza.
Agosto fu torrido. Mise un ventilatore in camera, si comprò una grossa fetta danguria, ne mangiò metà da sola, tagliò laltra per lui. Lui la mangiò e per la prima volta da anni disse: grazie.
A settembre, col ritorno del freddo e le foglie gialle dei pioppi, successe ciò che in fondo aspettava.
Era venerdì sera, rientrò verso le otto. Il volto grigio, i passi incerti. Caterina era in cucina a leggere.
Cate, la chiamò sulla soglia. Sto male.
Cosa cè?
Pressione mi gira la testa. E qui, la mano sul petto, mi fa male.
Lei si avvicinò.
Quanto tempo fa?
Da pranzo. Pensavo passasse.
La medicina lhai presa?
Sì, alle tre. Ma non ha fatto quasi nulla.
Siediti.
Lui si sedette tremando. Lei prese il misuratore: centonovanta su centododici. Peggio di aprile.
Paolo, gli disse. È grave. Serve il pronto soccorso.
Ma dai, forse unaltra pastiglia
No. Centonovanta e dolore al petto non si curano con una pastiglia in più. Serve il medico.
Allora chiama tu
In quel momento si fermò. Caterina aveva il misuratore in mano, lo fissava.
Vedeva suo marito: il volto grigio, gli occhi spaventati, la mano sul cuore. Vedeva luomo che soffriva. E sentiva pietà vera e sincera. Era un uomo anziano e malato, in quel momento.
Ma vedeva anche altro: un anno trascorso a essere invisibile, le parole che restano. Che lui le aveva tolto il senso di essere persona ancor prima che lei smettesse di vivere solo per lui.
E allora capì cosa fare e cosa no.
Paolo, disse tranquilla. Hai il telefono. Il numero del pronto soccorso lo conosci.
Lui la fissò smarrito.
Cosa?
Chiama tu. Fai il centotredici. Dai lindirizzo, spiega i sintomi. Arriveranno.
Caterina nella voce cera qualcosa di smarrito, quasi infantile. Non mi aiuti?
Ti ho aiutato: misurando e dicendo che serve il pronto soccorso. Ora spetta a te.
Però io
Paolo. Posò il misuratore sul tavolo. Sei adulto. Sei un dirigente. Ce la fai.
Uscì dalla cucina. Andò in camera, accostò la porta senza sbattere.
Poco dopo sentì la sua voce, incerta, fragile:
Pronto? Sì, serve lambulanza lindirizzo è
Prese la sua tazza di camomilla, rientrò in cucina con passo silenzioso. Lui la guardò di sbieco, mentre parlava con loperatore. Lei si avvicinò alla finestra, a fissare il buio.
Sotto, il cortile era deserto. Il lampione davanti al portone proiettava una luce gialla su asfalto lucido. Le foglie di pioppo erano quasi tutte cadute, nere di pioggia. Sulla panchina niente più nessuno.
Finito di parlare, silenzio.
Arrivano, disse lui.
Bene, rispose lei.
Forse puoi venire con me?
Si voltò, lo fissò. Il volto smorto, la mano tremante sul petto, occhi spaventati. Provava pietà. Vera, senza rabbia. Era un uomo malato. Niente trionfo, nulla di cattivo.
No, Paolo, disse con voce quieta. Non verrò. I medici si prendono cura loro di te.
Caterina
Arriverà il personale, vedrai che si occuperanno di tutto. È il loro lavoro.
Prese la camomilla e rientrò in camera, accostando la porta. Seduta alla finestra, questa volta osservava il vetro, il pioppo spoglio, i fari lontani del palazzo di fronte. In cucina rumori di carte, poi silenzio. Poi il cigolio dellascensore.
Lambulanza arrivò dopo venti minuti. Udì la porta aprirsi, voci rapide, professionali: «pressione elettrocardiogramma forse ricovero». Lui rispondeva, la voce timida di chi si sente colpevole.
Poi sentì la domanda:
Sua moglie è a casa?
E lui:
Sì, ma non viene.
Una pausa.
Capito. Allora, venga con noi, vediamo un po.
La porta. Lascensore. Il silenzio.





