Non potevo abbandonarlo, mamma, sussurrò Michele. Capisci? Non potevo.
Michele aveva quattordici anni, e tutto il mondo sembrava contro di lui. O, per la precisione, nessuno sembrava capirlo.
Sempre il solito teppistello! borbottava zia Claudia dal terzo piano, attraversando di fretta il cortile. Tanto, cresce solo con la madre Ecco i risultati!
Michele camminava a testa bassa, con le mani ficcate nelle tasche dei jeans sgualciti, facendo finta di non sentire. Ma sentiva.
Sua madre lavorava fino a tardi. Sul tavolo della cucina, un biglietto: «Le polpette sono in frigo. Riscaldale». Sempre silenzio. Sempre.
Anche ora tornava da scuola, dove glinsegnanti avevano fatto lennesima ramanzina per i suoi comportamenti. Come se non sapesse di essere il problema di tutti. Lo sapeva. Solo che a cosa serviva saperlo?
Ohé, ragazzino! lo chiamò lo zio Vittorio, il vicino del primo piano. Hai visto quel cane zoppo? Bisognerebbe scacciarlo!
Michele si fermò. Guardò meglio.
Vicino ai bidoni dellimmondizia cera davvero un cane. Non un cucciolo, un cane adulto, fulvo con macchie bianche. Immobile, solo gli occhi seguivano le persone. Occhi intelligenti. E tristi.
Dai, che lo scacci qualcuno! aggiunse zia Claudia. Sicuramente è malato!
Michele si avvicinò. Il cane non si mosse, scodinzolò appena. Sulla zampa posteriore una ferita brutta, il sangue rappreso.
Che fai lì piantato? sbottò lo zio Vittorio. Prendi un bastone e scaccialo!
Ed è proprio allora che qualcosa in Michele si ruppe.
Provate solo a toccarlo! sbottò lui, piazzandosi davanti al cane. Non fa male a nessuno!
Uhm, che paladino, si stupì lo zio Vittorio.
E paladino resto! Michele si accovacciò vicino al cane, porgendogli piano una mano. Il cane annusò e gli leccò timidamente il palmo.
Un calore strano inondò il petto di Michele. Da quanto tempo nessuno lo guardava così, con gentilezza?
Vieni, sussurrò al cane. Vieni con me.
A casa Michele allestì una cuccia con vecchie giacche in un angolo della sua camera. Sua madre era al lavoro fino a sera nessuno lo avrebbe cacciato e chiamato rognoso.
La ferita sulla zampa non prometteva bene. Michele si mise su Google, cercò pronto soccorso per animali. Leggeva sconsolato termini medici, ma memorizzava ogni dettaglio.
Bisogna pulire con il disinfettante poi intorno un po di iodio. Piano però, che non gli faccia troppo male, borbottava frugando nella scatola dei medicinali.
Il cane lo lasciava fare, docile, la zampa ferita offerta. Lo guardava grato nessuno da tanto lo guardava così.
Ma come ti chiami? chiese Michele mentre fasciava la zampa. Sei così fulvo Ti chiamo Fulvio, che dici?
Il cane abbaiò piano sembrava daccordo.
La sera rientrò la madre. Michele si preparò a sentirle urlare, ma invece guardò Fulvio, tastò la fasciatura.
Hai fatto tu il bendaggio? domandò pacata.
Sì. Ho letto su internet come si fa.
E cosa gli dai da mangiare?
Qualcosa mi inventerò.
La madre lo osservò a lungo, poi il cane che le leccava la mano fiducioso.
Domani lo portiamo dal veterinario, decretò. Vediamo cosa ha alla zampa. Hai già scelto il nome?
Fulvio, rispose Michele con un sorriso luminoso.
Per la prima volta da mesi non cera muro tra loro.
La mattina dopo Michele era in piedi con unora danticipo. Fulvio provò a sollevarsi, guaiva per il dolore.
Coraggio, resta a riposo, lo tranquillizzò il ragazzo. Adesso ti porto acqua e qualcosa da sgranocchiare.
In casa il cibo per cani non cera. Dovette sacrificare lultima polpetta, ammorbidire del pane col latte. Fulvio divorò tutto, ma con garbo, leccando via ogni briciola.
A scuola, Michele per la prima volta da mesi non rispose male ai professori. Pensava solo a una cosa come sta Fulvio? Starà soffrendo? Si annoierà?
Oggi sembri un altro, notò la professoressa di classe.
Michele si strinse nelle spalle. Raccontare avrebbe significato essere preso in giro.
Dopo la scuola corse a casa, ignorando gli sguardi critici dei vicini. Fulvio lo accolse scodinzolando riusciva già a reggersi su tre zampe.
Ehi amico, vuoi uscire? improvvisò Michele con un guinzaglio fatto di corda. Però attento alla zampa!
In cortile successe una scena memorabile. Zia Claudia, visti insieme, quasi si strozzò coi suoi semi:
Ma lo hai portato davvero a casa?! Michele! Sei fuori di testa?
Cosa cè di strano? rispose lui, impassibile. Lo sto curando. Guarirà presto.
Lo curi!? Si avvicinò la vicina. E con che soldi compri le medicine? Li rubi alla mamma?
Michele strinse i pugni, ma si trattenne. Fulvio si accostò alla sua gamba percepiva la tensione.
Non rubo. Uso i miei risparmi. Li ho messi da parte a colazione, spiegò piano.
Zio Vittorio scosse la testa:
Ragazzo, sai che hai preso in carico una vita? Non è un giocattolo. Bisogna dargli da mangiare, curarlo, portarlo fuori.
Da quel giorno ogni mattina iniziava con una passeggiata. Fulvio guariva in fretta, già trotterellava anche se un po zoppicante. Michele lo addestrava alle regole di casa con pazienza, per ore.
Seduto! Bravo! Dammi la zampa! Così!
I vicini spiavano da lontano. Qualcuno scuoteva la testa, altri sorridevano di nascosto. Michele vedeva solo gli occhi fedeli di Fulvio.
Lui cambiò. Non subito piano piano. Niente più rispostacce, iniziò a fare ordine in casa, persino i voti cominciarono a salire. Aveva uno scopo. E quello era solo linizio.
Dopo tre settimane accadde ciò che Michele temeva di più.
Tornava con Fulvio dalla passeggiata serale, quando dal parcheggio sbucò un branco di randagi. Cinque o sei affamati, feroci, occhi che brillavano nel buio. Il capobranco, un enorme cane nero, avanzò ringhiando.
Fulvio si ritrasse dietro le gambe di Michele. La zampa guarita non era ancora forte, non poteva scappare. Gli altri sentirono la sua debolezza.
Indietro! urlò Michele, sventolando il guinzaglio. Andate via!
Ma il branco non demordeva. Circondavano. Il capo nero ringhiava sempre più forte, pronto a scattare.
Michele! gridò una voce femminile dal balcone. Scappa! Lascia il cane e scappa!
Era zia Claudia, con mezzo condominio dietro di lei.
Ragazzo, non fare leroe! urlava lo zio Vittorio. Tanto lui è zoppo, non scappa!
Michele guardò Fulvio. Il cane tremava, ma rimaneva lì. Gli si stringeva alla gamba, pronto a condividere qualunque sorte.
Il cane nero scattò per primo. Michele si coprì distinto, ma il morso piombò sulla spalla. Denti aguzzi traforarono la giacca, arrivando alla pelle.
Ma Fulvio, zampa dolorante e paura a parte, si lanciò a difendere il padrone. Si attaccò con i denti alla gamba del capobranco, tenendosi stretto.
Scoppiò una battaglia. Michele combatteva con mani e piedi, cercando di proteggere Fulvio a ogni costo. Ricevette morsi, graffi, ma non arretrò di un passo.
Mamma mia, stanno massacrando il ragazzo! urlava zia Claudia dallalto. Vittorio, fa qualcosa!
Lo zio Vittorio scendeva di corsa, afferrando bastoni e pezzi di ferro.
Tieni duro, ragazzo! urlava. Arrivo!
Michele stava per cedere allassalto, quando sentì una voce familiare:
Via di qui!
Era sua madre. Uscì dal portone con un secchio dacqua e lo rovesciò sui cani. Il branco si ritirò, scattando indietro.
Vittorio, aiutami! urlò lei.
Zio Vittorio si fece sotto col bastone, altri vicini scesero a dar man forte. I randagi, capito il cambio di forze, sparirono di corsa.
Michele era riverso sullasfalto, abbracciato a Fulvio. Entrambi insanguinati, entrambi tremanti. Ma vivi. Interi.
Figliolo, la madre si chinò accanto, esaminando le ferite. Mi hai fatto prendere uno spavento enorme.
Non potevo abbandonarlo, mamma, sussurrò Michele. Capisci? Non potevo.
Lo capisco, rispose piano lei.
Zia Claudia scese in cortile, si avvicinò. Guardava Michele come se lo vedesse davvero per la prima volta.
Ragazzo, balbettò. Potevi morirci. Per un cane.
Non per un cane, intervenne lo zio Vittorio allimprovviso. Per un amico. Capisce la differenza, signora Claudia?
Lei annuì senza parlare. Le lacrime sulle guance.
Torniamo a casa, disse la madre. Dobbiamo medicare le ferite. E anche Fulvio.
Michele si tirò su a fatica, prese il cane tra le braccia. Fulvio guaiva piano, ma scodinzolava felice, perché il padrone era lì.
Aspetta un momento, li fermò lo zio Vittorio. Domani andate dal veterinario?
Sì, rispose la madre.
Vi porto io in macchina. E le spese le pago io quel cane si è meritato il titolo di eroe.
Michele lo guardò stupito.
Grazie, zio Vittorio. Ma vorrei fare da solo.
Non discutere. Guadagni e restituisci dopo. Per adesso gli diede una pacca sulla spalla. Per adesso siamo fieri di te. Vero?
I vicini annuirono in silenzio.
Passò un mese. Un tipico pomeriggio di ottobre, Michele tornava dalla clinica veterinaria dove ora aiutava i volontari il weekend. Fulvio correva accanto la zampa era guarita, quasi del tutto.
Michele! lo chiamò zia Claudia. Fermati un attimo!
Si bloccò aspettando la solita predica. Ma la vicina gli porse una busta di crocchette.
Per Fulvio, disse impacciata. Crocchette buone, costose. Ti prendi cura di lui.
Grazie, zia Claudia, rispose sincero Michele. Ma abbiamo già le crocchette. Adesso mi pagano in clinica, la dottoressa Anna Petrini.
Prendile lo stesso. Che in futuro possono servire.
A casa la mamma preparava la cena. Vedendo il figlio, sorrise:
Come vanno le cose in clinica? La dottoressa Anna è contenta?
Dice che ho le mani giuste. E molta pazienza. Michele accarezzò Fulvio sulla testa. Forse divento veterinario. Ci sto pensando davvero.
E la scuola?
Tutto bene. Persino il professor Petroni di fisica mi fa i complimenti. Dice che sono diventato attento.
La madre annuì. In quel mese Michele era cambiato da cima a fondo. Niente più rispostacce, aiutava in casa, salutava persino i vicini. Ma soprattutto aveva un obiettivo. Un sogno.
Sai, disse lei, domani viene Vittorio. Vuole proporti un altro lavoretto. Un amico suo ha un allevamento, cerca un assistente.
Michele si illuminò:
Davvero? Posso portare Fulvio con me?
Direi di sì. Ormai è quasi un cane da lavoro.
Quella sera Michele stava in cortile con Fulvio. Provavano la nuova guardia. Il cane eseguiva gli ordini diligentemente, lanciando occhiate fedeli.
Zio Vittorio si sedette accanto.
Domani si va davvero allallevamento?
Sì. Con Fulvio.
Allora vai a letto presto. Sarà dura.
Dopo che lo zio se ne fu andato, Michele rimase ancora un po nel cortile. Fulvio posò il muso sulle sue ginocchia e sospirò di beatitudine.
Si erano trovati. E mai più sarebbero stati soli.





