Non riuscivo proprio a dimenticare quanto desiderassi risposarmi felicemente. Una volta lavevo già fatto, e non era stata affatto una fortuna. Allora avevo già mio figlio Tommaso, ventanni ormai.
Molti anni fa, il mio marito di allora si era lasciato travolgere da un tradimento vergognoso. Rientrai da un viaggio di lavoro un giorno prima del previsto e lo trovai in camera, mezzo svestito, che cercava di rifare in fretta il letto matrimoniale. Intanto la mia più cara amica era in cucina che preparava il caffè indossando la mia vestaglia! Una scena da commedia allitaliana! Non ci fu discussione: il divorzio fu immediato. Cancellai per sempre la pseudo-amica dalla mia vita, e nemmeno mi soffermai sulle bassezze dei dettagli. Se cè colpa cè anche giusta punizione. Mandai mio marito fuori di casa con gli abiti in valigia e vietai a mio figlio ogni contatto. Allora non avevo nemmeno trentanni.
Nei dieci anni successivi, misi tutto limpegno nello studio: prima la laurea triennale, poi il dottorato, e a quarantanni ero già professoressa ordinaria di Linguistica alla facoltà di Lettere dellUniversità di Bologna. Ero stimata e rispettata. In quel decennio di solitudine femminile, non smisi mai di sperare di incontrare un vero compagno. Mi sembrava troppo presto per darmi al lavoro a maglia o al ricamo.
Non mancavano corteggiatori: dileguavano, però, uno dopo laltro. Uno, finito il primo appuntamento, mi chiese già di sposarlo e come se nulla fosse mi chiese anche dei soldi in prestito (Siamo ormai quasi famiglia, no?), poi sparì. Un altro era vedovo e cercava una madre per i suoi figli: mi invitò direttamente a casa sua e mi chiese di preparare una cena per tutti. Non ero pronta ad unaccoglienza così calorosa ma cucinai, sfamai i tre bambini, ognuno più piccolo dellaltro. Tornata a casa, scoppiai a piangere. Mi dispiacevano i piccoli, anche il padre, solo come unombra. Ma portarmi sulle spalle quella famiglia non avrei proprio potuto. Forse sono egoista, mi dicevo, cercando di giustificarmi.
Gli anni passavano e le possibilità si facevano sempre più rade. Quando ormai avevo quasi rinunciato, mise piede nella mia vita… Lui.
Era stato mio studente, un tempo, un ragazzo di origini tunisine, si chiamava Karim, ventotto anni allora. Dopo la laurea era rimasto a Bologna, aveva aperto una piccola attività. Un giorno, dovendo fare il pieno alla macchina, mi fermai al distributore e Karim ne era il proprietario. Parlammo, ricordammo i tempi delluniversità, ridemmo insieme. Mi lasciò il suo biglietto da visita con fare discreto. Da allora, ogni settimana trovavo una scusa per passare di là.
Karim fu galante, attento. Mi invitava a cena, a concerti di musica classica, ma io rifiutavo tutto per pudore. Non volevo credergli. Eppure persisteva. Ricordavo ancora con tenerezza limpegno che metteva nello studio e quel suo sguardo caldo. Parlavamo un italiano perfetto. Era un giovane uomo dal fascino magnetico, tanto che tutte le ragazze della mia facoltà, quandera studente, non facevano che voltarsi al suo passaggio. Una volta, mi regalò una scatolina intagliata. Dentro, trovai un biglietto. Lessi e arrossii. Diceva: Professoressa Elisabetta, vi amo!. Mi dissi che era uno scherzo. Restituii la scatola a Karim e scappai via. Lui, il giorno dopo, bussò alla mia porta:
– Professoressa Elisabetta, scusate. Non volevo mancarvi di rispetto. Siete speciale per me.
Accettai le sue scuse e lo mandai in aula.
– Va bene, Karim, ora lezione.
Da allora fino alla laurea, Karim non mi si avvicinò più, mi osservava in silenzio. Ed ora, ecco che la storia faceva il giro. Accettare o respingere il suo corteggiamento? Ormai siamo solo una donna e un uomo. Perché non provare? ragionavo.
Così lasciati fare al destino. Si accese una passione breve e intensa. Il nostro primo appuntamento fu indimenticabile. Karim sapeva come sorprendermi: era tenero, spiritoso, romantico. Non avevo mai incontrato un uomo simile. La differenza d’età non pesava; con lui ero di nuovo una ragazzina, lui un uomo maturo. Lo ribattezzai Carlo, allitaliana, e lui rideva, chiamandomi invece Lia.
Ero al settimo cielo, per la prima volta nella mia vita mi sentivo davvero desiderata. Karim non mi chiese mai di sposarlo. Si preparava a tornare in Tunisia e non osò opporsi ai desideri della madre che già gli aveva trovato, nella sua città, una sposa: una ragazza di buona famiglia, diciassettenne, di nome Nadia. Anche se Karim me lavesse chiesto, io non avrei mai lasciato lItalia: come abbandonare mio figlio, mia madre? Impossibile. Sapevo di non poter essere accettata dalla sua famiglia, io, donna matura, straniera. In fin dei conti, meglio pane secco in patria che dolci in terre straniere, come dicono dalle nostre parti.
Diedi dunque tutto il mio amore e la mia tenerezza a Karim, senza parsimonia. Ho poca felicità davanti, me la voglio godere fino allultimo sorso! confidavo a mia madre. Lei, contrariatissima:
– Elisabettina mia! Cosa te ne fai di uno straniero? Non bastano i nostri Carlo? Non ti do la mia benedizione! Il tuo ex marito è ancora lì che ti cerca. Anche tu, non lo hai notato? Perché non lo perdoni? Dai, potreste ricominciare. Per il bene di Tommaso, se non altro!
– Mamma, Riccardo mi ha tradita! Hai già dimenticato?
– Ma lui ha chiesto scusa cento volte! E poi, figlia mia, tu sei stata ben distante con tutte quelle tesi e ricerche. Se lasci un uomo senza attenzioni, è inevitabile che qualcuna ci provi, e lui… beh…
– E tu, mamma, non hai mai perdonato papà. E anche lui ha chiesto perdono.
– La situazione era diversa! Tuo padre se nè andato prima che tu nascessi. Ha avuto tre figli con unaltra, poi è tornato a dare unocchiata. Cosa avrei dovuto fare? Portarmi dietro tutto quel passato? E Riccardo… lui aspetta solo che tu lo chiami. Tommaso lo ama ancora, sai?
– Mamma, non ho intenzione di sposare Karim. Vedrai, sarà lui a lasciarmi. Io non potrei mai farlo. E poi si vedrà… – mormorai pensierosa.
– Eh, Elisabetta… anche i cavalli vecchi amano il sale… – sospirò mia madre.
Dopo tre anni, Karim salutò e partì: Resterò in contatto, amata mia, mi disse soltanto. Ero pronta a quel finale. Ma cera una malinconia profonda nel lasciarlo nelle braccia della giovane Nadia. Come commiato mi regalò quella stessa scatolina intagliata da cui era cominciato tutto; stavolta dentro vi era un anellino con due angioletti che sorreggevano un cuore tempestato di brillanti.
Il mio cuore resta con te, Lia, bisbigliò, baciandomi la mano. Karim partì per la Tunisia.
Un anno dopo ricevetti la sua foto di nozze: Questa è mia moglie, Nadia. Lanno seguente, unaltra foto: La mia seconda moglie, Mariam. Mi spiegò che in Tunisia la legge consente la poligamia. Vedendo quelle immagini, non provai gelosia. Che potevano saperne quelle giovani spose dellamore vissuto in fiore? Solo mi addolciva lo sguardo triste di Karim. Forse gli mancavo. Forse mi amava ancora, ma chissà il tempo, si sa, fa arrugginire anche il cuore più ardente se ne arriva uno più nuovo.
La fiaba era finita. Si voltava pagina.
Nel frattempo anche mio figlio Tommaso prese moglie e portò la nuora a vivere con noi. Quando nacque la loro bambina, chiesi di chiamarla Lia, per conservare la memoria di quellamore che ancora bruciava dentro me. Perdonai forse solo commiserai il mio ex marito. Il passato era passato; Riccardo, tramite mia madre, trovò modo di farsi perdonare. Lei con mille ragioni mi convinse: Ha capito i suoi errori, ormai. E poi, chi di noi è senza peccato? Il male si annida nel cuore degli uomini, non nei luoghi. Non tutti sanno resistere alle tentazioni
Così Riccardo ed io tornammo a vivere insieme. Cercavamo di non separarci più. E, per ironia, mi iscrissi a un corso di maglia e ora sferruzzo per la mia nipotina Lia calzini decorati con motivi arabeggianti Chissà, forse il destino si diverte davvero con noi.





