Non Riconosce il Figlio

E cosa pensavi di fare? sbuffò il marito. Ti ho mentito? Ti ho detto che non mi piacciono i bambini!
Ginevra singhiozzò:
Matteo, come si può non amare il proprio figlio? È il nostro futuro, il nostro sangue. Tu non lo chiami nemmeno per nome come ti può appartenere questo bambino?
Tommasino, un bimbo di un anno con la bocca imbrattata di pappa, lasciò cadere il suo sonaglio.

Il piccolo si fermò un attimo, inspirò a fondo e emise un lamento così acuto che le orecchie di Ginevra tintinnarono.

Lei afferrò la sedia, prese il bambino in braccio e lanciò uno sguardo al marito.

Matteo continuava a fare colazione come se nulla fosse.

Tranquilla, piccolo, si è caduto, bisbigliò Ginevra. Papà lo rialzerà. Matteo, passami, per favore, è rotolato ai tuoi piedi.

Matteo abbassò lo sguardo. Un piccolo giraffa giallo giaceva a pochi centimetri dalla sua scarpa, avvolto in una ciabatta da casa.

Con la punta del naso spostò il giocattolo di lato e spalmò il pane con il burro.

Matteo! Ginevra non riuscì più a trattenersi. Perché lo calci? Ti è difficile piegarti?

Il marito, senza parlare, si avvicinò alla macchinetta del caffè, premé il pulsante, attese che il flusso nero riempisse la tazza e solo allora si voltò verso di lei.

Ho ritardo, Gine. Ho una riunione fra quaranta minuti e non ho ancora fatto colazione.

Il mattino è sempre un ingorgo. Prendi tu stessa il sonaglio! Non voglio avvicinarmi al bambino la camicia è chiara, non voglio che mi macchi.

E la camicia? Il bambino piange e a te sembra di non farci caso

Piange ventiquattro ore al giorno, replicò Matteo con calma. È il suo modo di divertirsi, a me non fanno venire i nervi. Va bene, vado.

Lui le diede un bacio sulla guancia, schivò le mani appiccicose del piccolo.

Papa! il bimbo disse, allargando il suo sorriso senza denti.

Matteo non gli rivolse alcuna attenzione.

Ciao, sbottò e sbuffò fuori dalla cucina.

Pochi minuti dopo la porta sbatté. Ginevra cadde sulla sedia e scoppiò in un lamento.

Perché lo tratta così? Cosè stato che ha fatto di male? E cosa ha combinato il figlio davanti al padre?

Tommasino, percependo lumore della madre, taceva e iniziò a spargere i resti della pappa sul tavolino.

Ginevra, strisciando, cercò di calmarsi. Era lultima cosa che voleva, che il figlio si agitasse ancora.

Improvvisamente le tornò in mente la conversazione subito dopo le nozze:

Gine, onestamente non mi piacciono i bambini. Nessuno. Il rumore, lo sporco, il caos, il pianto infinito

E allora? rispose lei, sorridendo e scrollando le spalle. tutti gli uomini dicono così finché non hanno un bimbo in braccio. Linstinto si accende da solo.

Ma linstinto non si è mai acceso, e il figlio lo odia.

***

A pranzo arrivarono i genitori di Ginevra. La madre, Signora Loredana, fu la prima a varcare la soglia, seguita dal padre, Signor Roberto, che portava una scatola di mattoncini LEGO.

Dove sta il nostro re? Dove sta il nostro direttore? ruggì il padre dal vuoto del corridoio. Vai a salutare il nonno!

Tommasino strillò di gioia, e per due ore la casa fu avvolta da unatmosfera di pace.

Ginevra riuscì finalmente a sedersi sul divano con una tazza di tè, osservando il padre erigere torri di mattoncini, mentre la madre gli dava la purea di frutta, cantando filastrocche divertenti.

Gine, sembri pallida, commentò la madre. Matteo è tornato tardi ieri?

No, è arrivato in orario, Ginevra distolse lo sguardo. Solo sono stanca.

Loredana socchiuse le labbra. Aveva visto tutto: nessuna foto di famiglia con il bambino, se non quelle delluscita dallospedale, dove Matteo sembrava un ostaggio. Sapéva che il genero non chiedeva mai di denti o vaccini, che non si interessava mai al figlio. La figlia si era già lamentata più volte

Lo guarda mai? chiese piano il padre.

Papà, non iniziare. Ha il lavoro, è stanco.

Lavoro! sbuffò Roberto. Ho lavorato su due turni quando voi eravate bambini. Ma non avvicinarmi al lettino? Di notte facevo il turno per far dormire la madre! E adesso il padrone.

Silenzio, Roberto, intervenne la madre. Gine, magari parli con lui? Non si può così. Il ragazzo cresce, ha bisogno di un padre, di un modello maschile.

Lho detto mille volte, mamma.

Ginevra si avvolse le braccia attorno a sé, provando vergogna davanti ai genitori per il marito. E anche per aver scelto un padre così inadatto al figlio.

E lui?

Dice: Lascialo crescere. Quando sarà uomo, potrà parlare. Fino ad allora è tua responsabilità.

Solo tua? la madre persino lasciò cadere lasciugamano. E voi lo avete fatto, come se fosse stato un esperimento, senza il suo consenso? Che disastro, Dio!

La sera, quando i genitori partirono, lumore di Ginevra tornò a crollare. Il marito sarebbe dovuto tornare, doveva preparare la cena, raccogliere i giocattoli, così che non calpestasse più nulla e non cominciasse a piangere.

Matteo tornò alle otto.

Ciao, lanciò le chiavi nel cassetto. Cè qualcosa da mangiare? Ho fame come un lupo.

Cè il pollo al forno, linsalata sul tavolo, Ginevra uscì dal corridoio asciugandosi le mani. Tommasino oggi ha detto due parole nuove: baba e dammi.

Splendido, rispose Matteo, togliendosi la giacca. Spero che dammi non fosse riferito al mio stipendio. Sto già strappando i soldi per lui.

Rise della sua battuta e andò in camera a cambiarsi. Ginevra rimase immobile.

Non era solo rudezza, era indifferenza assoluta verso lunico erede. Se il figlio dicesse una parola o abbaiasse, la reazione sarebbe stata la stessa.

***

Il piccolo Tommasino sentiva i denti pulsare. Piangeva fin dal mattino; la famiglia non dormì tutta la notte.

Ginevra lo teneva in braccio, gli spalmava il gel sulle gengive, accendeva i cartoni, ma nulla funzionava.

Matteo aveva un giorno libero. Si sedeva in salotto davanti al portatile, cercando di guardare una serie con le cuffie, ma il pianto del bambino trapelava anche attraverso la cancellazione del rumore.

Verso le due del pomeriggio Ginevra provò a mettere il bambino a sonnecchiare. Era lunica occasione per respirare, farsi una doccia, stare un attimo in silenzio.

Ma Tommasino si ribellava. Si contorceva, lanciava il ciuccio, urlava così forte da far vibrare il lampadario.

La porta della camera si spalancò in sogno apparve il marito.

Ginevra, quanto ancora?! ruggì. Ho già quattro ore di concerto! Mi scoppia la testa!

Tommasino, spaventato dal grido, si mise a piangere isterico, e Ginevra scoppiò:

Pensi che mi piaccia? Ha i denti! Gli fa male!

Fai qualcosa! Zittiscilo, non so Dagli una medicina!

Lho data! Ha bisogno di dormire!

Matteo entrò nella stanza e si posò sopra la moglie.

Senti, basta tormentarlo. Se non vuole dormire, non forzarlo. Lascia che strilli in unaltra stanza. Portalo in cucina e chiudi la porta!

Sei impazzito? Ginevra neanche sapeva cosa rispondere. Ha solo un anno! Non può stare senza sonnellino diurn

o. Se ora non dorme, a sera sarà linferno. Il suo sistema nervoso, il nostro, il suo, non reggerà.

A me non importa! Se non dorme di giorno, la sera avrà più sonno. Logico, vero? Logico.

Mi sono stancato di sentire questo lamento. Voglio riposare a casa, capito? Basta con questo casino!

Riposare? Ginevra si alzò lentamente, con il bimbo che singhiozzava. Vuoi riposare? E io? Sai che non ho mangiato oggi? Che non posso andare in bagno senza di lui?

Se non si addormenta, cadrò, Matteo. Ho bisogno di quellora. Ho bisogno!

Oh, è iniziato, sbuffò. Madre eroica. Tutti partoriscono, tutti educano, e tu sei la più sfortunata.

Lascialo giocare sul pavimento, e vai a preparare quello che ti serve Intrattieniti da sola.

Capisci cosa stai dicendo? la voce di Ginevra tremava. È tuo figlio. Gli stanno i denti a far male. Vuoi privarlo del sonno per guardare una serie stupida?

Propongo una soluzione! urlò Matteo. Se non dorme, non costringerlo! È semplice!

Tommasino piange di nuovo, nascondendo il viso sul petto di sua madre. Ginevra guardò Matteo con disprezzo.

Esci, sussurrò.

Cosa? non capì Matteo.

Esci dalla stanza e chiudi la porta.

Matteo rimase un attimo, sbuffò e uscì, sbattendo la porta con forza.

Vent minuti dopo Tommasino, stremato, finalmente si addormentò, respirando a fatica nei sogni.

Ginevra andò in cucina. Matteo era al tavolo, mangiava un panino e scorreva il telefono.

Ieri ho chiamato tua madre, disse Ginevra appoggiandosi alla parete.

Matteo si irrigidì, pose giù il telefono.

Perché?

Volevo capire cosa succede tra noi. Ho chiesto comera il tuo passato, come ti trattavano i tuoi genitori.

Mi ha detto che tuo padre non ti lasciava mai, ti portava a pescare a tre anni, ti leggeva libri. Sei cresciuto nellamore, Matteo. Da dove nasce questo?

Matteo si girò lentamente.

Ancora, pronunciò ogni parola con peso, se ti lamenti con mia madre, litigheremo seriamente.

Non mi sono lamentata. Ho chiesto un consiglio.

Consiglio? rise. Sai cosa mi ha detto? Che sono un freddo bastone, che sto distruggendo la famiglia.

Mi hai trasformato in un mostro, Gine. Hai raggiunto il tuo obiettivo?

E tu non sei un mostro? sussurrò lei. Guardati. Vivi con noi come un coinquilino di palazzo.

Non lhai mai chiamato per nome in una settimana. Lui, questo piccolo, quello. Lo odi?

Matteo rimase in silenzio.

Non lo odio, alla fine riuscì a dire. È solo non capisco cosa fare con lui.

Urla, puzza, vuole, vuole, vuole!

Torno a casa, trovo il caos e voglio silenzio, voglio parlare con te, vedere un film.

E invece pannolini, giocattoli sotto i piedi e il tuo viso sempre aspro.

È temporaneo, Matteo. I bambini crescono

Crescono troppo lentamente, Gine. Troppo a lungo. Ti avevo avvertito, ti avevo detto onestamente: non mi piacciono i bambini. Pensavi che stessimo scherzando? Che il tuo grande amore mi cambierebbe?

Pensavo fossi adulto. Che non amo i bambini e non amo mio figlio fossero cose diverse.

Sono la stessa cosa, si alzò, gettò il panino non finito nella spazzatura. Vado a fare una passeggiata. Ho bisogno di aria.

Vai, Ginevra si voltò verso il lavandino. Vai. Non ci abitueremo mai a Tommasino.

Il marito prese la sua valigia e uscì, mentre Ginevra chiamava i genitori. Doveva risolvere qualcosa, subito.

***

La sera Tommasino si svegliò di buon umore. Il dolore ai denti era sparito; strisciava felice sul tappeto, cercando di catturare il gatto che si nascondeva sotto il divano.

Matteo tornò due ore dopo. Ginevra non reagì. Matteo si lasciò cadere sulla poltrona e afferrò il telecomando.

Tommasino vide il padre. Il bimbo sorrise largo, agitò le gambe e si avvicinò alla poltrona. Si alzò, aggrappandosi al pantalone di Matteo, e gli porse una macchinina giocattolo.

Ginevra rimase immobile, quasi a trattenere il respiro, osservando la reazione di Matteo. Lui, lanciando unocchiata rapida al figlio, si contorse e rispose a sua moglie:

Toglilo, per favore. Lasciami guardare la TV in pace! Perché è attaccato a me?! Vai da tua madre, tormentala!

Ginevra prese Tommasino nelle braccia e lo portò in camera. Dopo unora lo trasse fuori da due valigie enormi. Matteo non ebbe nemmeno il tempo di stupirsi bussò alla porta. I genitori erano arrivati a prendere Ginevra e il nipote.

La suocera aveva provato per un mese a far tornare Ginevra, ma non si mosse.

Dopo il trasloco, Ginevra aveva intentato il divorzio; non voleva più vivere con Matteo.

Matteo, improvvisamente, si rese conto e cominciò a cercare incontri con la moglie e il figlio, ma Ginevra decise: tutto in tribunale.

Tommasino sarebbe cresciuto col nonno un vero uomo, in tutti i sensi.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

five × two =

Non Riconosce il Figlio