E allora, che pensavi? sbuffò il marito. Ti ho mentito? Ti avevo detto che non mi piacciono i bambini!
Ginevra singhiozzò:
Marco, come si può non amare il proprio figlio? È la nostra continuazione? Tu non lo chiami nemmeno per nome questo che sei?
Beniamino, un bimbo di un anno con la bocca tutta di farina, lasciò cadere il sonaglio dalle mani.
Il piccolo si fermò un attimo, prese un grande respiro e lanciò un urlo così forte da far vibrare le orecchie di Ginevra.
Corse verso la sedia, lo raccolse in braccio e fissò il marito.
Marco continuava a fare colazione, impassibile.
Dai, piccolo, è caduto, è caduto mormorò Ginevra. Papà lo rialzerà subito. Marco, portalo, per favore, è rotolato ai tuoi piedi.
Marco abbassò lo sguardo. Un elefante giallo di peluche giaceva a pochi centimetri dal suo stivale di casa. Lo spostò delicatamente con il naso del piede e spalmò il pane col burro.
Marco! non retse più Ginevra. Perché lo calci? Ti costa piegarti?
Il marito si alzò in silenzio, si avvicinò alla macchina del caffè, premé il pulsante, attese che il getto nero riempisse la tazza e poi si voltò verso la moglie.
Ho fretta, Gine. Ho una riunione tra quaranta minuti e non ho ancora fatto colazione.
Era mattina, c’era traffico ovunque. «Prendi tu il sonaglio!» sbuffò. Non voglio avvicinarmi al bambino, la camicia è bianca e non voglio sporcarmi.
E la camicia? Il figlio piange e a te sembra di niente
Piange ventiquattro ore al giorno rispose Marco con calma. È il suo modo di divertimento, mi fa perdere la pazienza. Va bene, vado.
Gli diede un bacio sulla guancia a Ginevra e si eluse dalle mani appiccicose del piccolo.
Papa! aprì il suo musetto senza denti con un largo sorriso, balbettando Beniamino.
Marco non gli rivolse nemmeno uno sguardo.
Ciao disse e sbucò dalla cucina.
Pochi minuti dopo la porta sbatté. Ginevra si sprofondò sulla sedia e scoprì le lacrime.
Perché la trattava così? Che cosa aveva fatto di sbagliato? E cosa aveva combinato il bambino con il padre?
Beniamino, percependo lumore della madre, si calmò e iniziò a spargere la farina sul tavolino.
Ginevra, strappandosi la voce, cercò di calmarsi. Non era il caso che il figlio si arrabbiasse.
Improvvisamente le tornò in mente la conversazione con Marco subito dopo il matrimonio:
Gine, a dire il vero, non mi piacciono i bambini. Nessuno. Mi spaventa il rumore, lo sporco, il caos, i pianti continui
E allora? replicò Gine. Non ne avremo?
Lui rise:
Tutti i ragazzi dicono così finché non hanno un figlio in braccio. Listinto si accende da solo.
Ma listinto non si è mai acceso per lui: odia il proprio figlio.
***
A pranzo arrivarono i genitori di Ginevra. Gaetana, la madre, entrò per prima, seguita da suo marito, Sergio, con una scatola di mattoncini Lego.
Dove è il nostro re? Dove è il nostro capo? ruggì Sergio dal ciglio della porta. Dai, vai a salutare il nonno!
Beniamino strillò felice e per le due ore successive la casa fu unoasi di gioia.
Ginevra riuscì finalmente a sedersi sul divano con una tazza di tè, guardando il padre costruire torri mentre la madre dava al nipote purea di frutta cantando filastrocche divertenti.
Gine, sei pallida, osservò la madre. Marco è ancora in ritardo?
No, è puntuale rispose Ginevra, distogliendo lo sguardo. Solo sono stanca.
Gaetana strinse le labbra. Aveva visto tutto. Notò che non cera alcuna foto di famiglia con il bambino, a parte quelle della nascita, dove Marco sembrava un ostaggio. Capì che il genero non chiedeva mai di denti o vaccini, non si interessava al figlio. Ginevra si era già lamentata più volte.
Si avvicina a lui? chiese sottovoce il padre.
Papà, non incominciare. Ha il lavoro, è stanco.
Lavoro! sbuffò Sergio. Io ho lavorato due lavori quando voi eravate piccoli. Ma io non mi avvicinavo nemmeno al lettino! E questo Signore.
Sergio, più piano, intervenne la madre. Gine, forse dovresti parlarci? Un ragazzo cresce, ha bisogno di un padre, di un modello.
Lho detto centinaia di volte, mamma.
Ginevra si avvolse le braccia intorno a sé. Si vergognava davanti ai genitori per il marito e per aver scelto un padre così inadeguato per suo figlio.
E allora? chiese il padre. Lascialo crescere, poi parleremo.
Solo tuo? alzò la voce la madre, quasi a far cadere il tovagliolo. Non avete partecipato alla sua creazione? È stato un…
La sera, dopo che i genitori se ne furono andati, Ginevra si sentì di nuovo giù. Marco sarebbe tornato presto, doveva preparare la cena, raccogliere i giocattoli, per non farlo inciampare o piangere.
Marco tornò alle otto.
Ciao lanciò le chiavi nel portachiavi. Cè qualcosa da mangiare? Ho fame come un lupo.
Ci sono polpette al forno, insalata in tavola rispose Ginevra uscendo dal corridoio, asciugandosi le mani. Beniamino ha detto oggi due parole nuove: baba e dammi.
Fantastico rispose Marco indifferente, togliendosi la giacca. Spero che dammi non fosse per il mio stipendio.
Fece una battuta, si diresse verso la camera da letto per cambiarsi. Ginevra rimase immobile.
Non è solo rudezza, è indifferenza totale verso lunico erede. Se il figlio dicesse una parola o abbaiese, la reazione sarebbe la stessa.
***
Beniamino aveva i denti che gli facevano male. Piangeva dallalba, tutta la notte la famiglia non dormiva.
Ginevra lo teneva in braccio, gli spalmava il gel sulle gengive, accendeva i cartoni niente funzionava.
Marco aveva il giorno libero. Era seduto in salotto al portatile, cercando di guardare una serie con le cuffie, ma il pianto del bambino filtrava anche attraverso la cancellazione del rumore.
Intorno alle due, Ginevra cercò di mettere Beniamino a sonnellino pomeridiano, lunica occasione per potersi rilassare, fare una doccia e stare in silenzio.
Ma il bambino si opponeva, si contorceva, lanciava il ciuccio, urlava così forte da far vibrare il lampadario.
La porta della camera si spalancò: era Marco.
Gine, ma fino a quando?! sbraitò. Sono già quattro ore che ascolto questo concerto! Mi scoppia la testa!
Beniamino, spaventato dal grido, andò in crisi, e Ginevra perse le staffe:
Pensi che mi piaccia?! Ha i denti! Gli fa male!
Fai qualcosa! Silenzialo! Non so dagli una medicina!
Gliela ho data! Ha bisogno di dormire!
Marco entrò nella stanza e si avvicinò a Ginevra.
Senti, basta tormentarlo. Se non vuole dormire, non metterlo a letto. Lascia che si muova, urli in unaltra stanza. Portalo in cucina e chiudi la porta!
Sei fuori di testa? Ginevra non sapeva cosa dire. Ha solo un anno! Non può star senza sonnellino pomeridiano.
Se non dorme ora, la sera sarà linferno. Il suo sistema nervoso, il tuo, il suo, non reggerà.
A me non importa del suo sistema! Se non lo metti a dormire, questa sera sarà più facile. Logico, no?
Basta! sbuffò Marco. Sono stufo di sentire questi lamenti. Voglio riposarmi a casa, capito?
Riposare? Ginevra si alzò lentamente, stringendo il figlio che singhiozzava. Vuoi riposare? E io? Sai che non ho mangiato nulla oggi? Che non posso andare in bagno senza di lui?
Oh, che dramma alzò gli occhi al cielo Marco. La mamma eroina. Tutti partoriscono, tutti crescono, ma tu sei la più sfortunata.
Lascialo sul pavimento, fa che giochi. E tu vai a cucinare o quello che ti serve Ti intratterrà da solo.
Capisci cosa stai dicendo? la voce di Ginevra tremava. È tuo figlio. Gli fanno male i denti. Vuoi privarlo del sonno per guardare la tua serie?
Propongo una soluzione! ruggì Marco. Se non dorme, non farlo dormire! È semplice!
Beniamino piangeva di nuovo, nascondendo il viso sul petto di Ginevra. Lei guardò Marco con disgusto.
Esci, sussurrò.
Cosa? non capì Marco.
Esci dalla stanza e chiudi la porta.
Marco rimase un attimo, sbuffò e uscì sbattendo la porta.
Venticinque minuti dopo Beniamino, esausto, si addormentò, ansimando nel sonno.
Ginevra uscì in cucina. Marco era al tavolo, mangiava un panino e scorreva il telefono.
Ieri ho chiamato tua madre, disse Ginevra appoggiandosi al davanzale.
Marco si irrigidì, posò il telefono.
Perché?
Volevo capire cosa succedeva tra noi. Le ho chiesto comeri, come ti trattavano i genitori.
Mi ha detto che tuo padre non ti lasciava andare via da piccolo, ti portava a pescare a tre anni, ti faceva leggere libri. Sei cresciuto nellamore, Marco. Da dove nasce questo?
Marco si girò lentamente.
Ancora, incise ogni parola, se ti lamenti con mia madre, litigheremo seriamente.
Non mi sono lamentata. Ho chiesto un consiglio.
Un consiglio? rise. Sai cosa mi ha detto? Che sono un freddo burbero, che sto distruggendo la famiglia.
Mi hai trasformato in un mostro, Gine. Hai ottenuto quello che volevi?
E tu non sei un mostro? sussurrò lei. Guardati. Vivi con noi come un vicino di casa.
Non lo chiami nemmeno per nome in una settimana. Lui, questo piccolo, quello. Lo odi?
Marco rimase in silenzio.
Non lo odio, alla fine riuscì a dire. Non capisco solo cosa fare con lui.
Urla, puzza, vuole, vuole, vuole! Torno a casa, cè confusione, voglio silenzio, voglio parlare, guardare un film. E invece cè la culla, i giocattoli sotto i piedi e il tuo viso sempre accigliato.
È temporaneo, Marco. I bambini crescono
Crescono troppo, Gine. Troppo tempo. Ti avevo avvertito, ti ho detto onestamente: non mi piacciono. Pensavi scherzasse? Che il tuo grande amore mi cambiasse?
Pensavo fossi un adulto. Che non amo i bambini e non amo mio figlio fossero due cose diverse.
Sono la stessa cosa, disse, alzandosi, gettando il panino non finito nella spazzatura. Vado a fare una passeggiata, ho bisogno daria.
Vai, Ginevra si voltò verso il lavandino. Vai. Non è nuovo per noi.
Marco uscì, mentre Ginevra chiamava i genitori, doveva risolvere qualcosa in fretta.
***
La sera Beniamino si svegliò di buon umore. Il mal di denti era passato, correva felice sul tappeto cercando di prendere il gatto Micio, che si nascondeva sotto il divano.
Marco tornò due ore più tardi. Ginevra non reagì. Marco si buttò sulla poltrona, afferrò il telecomando.
Beniamino vide il papà, sorrise a gran voce, si arrampicò sul suo ginocchio, si appoggiò al suo pantalone e gli mostrò una macchinina giocattolo.
Pa! esclamò, allungando la mano.
Ginevra rimase immobile, temendo di respirare. Guardò Marco, che lanciò unocchiata al figlio, fece una smorfia e rispose:
Toglilo via, ok? Lasciami guardare la TV! Che si è attaccato a me? Vai da tua madre, disturbala!
Ginevra prese Beniamino e lo portò in camera da letto. Dopo unora ne tirò fuori due valigie enormi. Prima che Marco potesse reagire, bussò alla porta: erano i genitori di Ginevra, venuti a prenderla e il nipote.
***
La suocera la aveva pregata per un mese di tornare, ma lei non si mosse.
Dopo il trasloco, Ginevra presentò la separazione: non voleva più vivere con Marco.
Marco, improvvisamente, si è svegliato, iniziò a cercare di riavvicinarsi a moglie e figlio, ma Ginevra decise di andare in tribunale.
Beniamino verrà cresciuto da suo nonno, un vero uomo, forte e presente.
Il vero insegnamento è che lamore per un figlio non può essere delegato a parole vuote; è la cura quotidiana, il rispetto e la presenza costante a costruire una famiglia. Solo così si può trovare la serenità e il rispetto reciproco.




