Non riesci proprio a trovargli la chiave giusta
Non lo faccio! E smettila di darmi ordini! Non sei nessuno per me!
Gianluca scagliò il piatto nel lavandino così forte che uno spruzzo dacqua esplose sulle piastrelle. Lucia ebbe il respiro mozzato per un attimo. Il ragazzo di quindici anni la fissava con occhi pieni di rabbia, come se fosse stata lei a mandare in frantumi la sua vita.
Ti ho solo chiesto di aiutarmi con i piatti, Lucia si sforzò di mantenere la voce calma. È una richiesta normale.
Mia madre non mi ha mai costretto a lavare i piatti! Non sono mica una ragazzina! E tu chi sei per venire qui a comandare?
Gianluca si girò ed uscì dalla cucina. Dopo pochi istanti, la sua stanza fu invasa dal martellare della musica.
Lucia si appoggiò al frigorifero e chiuse gli occhi.
Solo un anno fa, tutto sembrava diverso…
Marco era entrato nella sua vita per caso. Lavorava come ingegnere nel reparto accanto, in una grande impresa edile al centro di Milano. Si incrociavano spesso durante le riunioni. Prima un caffè veloce in pausa pranzo, poi cene improvvisate dopo lufficio, lunghi dialoghi al telefono fino a notte fonda.
Ho un figlio, confessò Marco al terzo appuntamento, sminuzzando un tovagliolo tra le dita. Gianluca ha quindici anni. Con la madre abbiamo divorziato due anni fa e… per lui è difficile.
Capisco, Lucia prese la sua mano tra le sue. I figli soffrono sempre moltissimo i divorzi. È normale.
Sei sicura di volerci accogliere tutti e due?
In quel momento Lucia ci credeva davvero. Aveva trentadue anni, un matrimonio fallito alle spalle ma senza figli, e sognava una vera famiglia. Marco sembrava quelluomo solido con cui tutto poteva avere un senso.
Dopo sei mesi lui si fece coraggio e le chiese di sposarlo in modo buffo, mettendo lanello in una scatola di cannoli siciliani, i suoi preferiti. Lucia rise e disse di sì senza esitare.
Il matrimonio fu semplice: solo i genitori, qualche caro amico, un ristorante modesto. Gianluca trascorse la serata incollato al telefono, senza neanche alzare lo sguardo sui due sposi.
Troverà labitudine, sussurrò Marco, notando lo smarrimento di Lucia. Serve solo tempo.
Il giorno dopo Lucia si trasferì nel grande trilocale di Marco, luminoso, con la cucina spaziosa e un balcone affacciato sul cortile alberato. Ma fin dal primo attimo si sentì ospite in una casa non sua…
Gianluca la osservava come si guarda larredamento: con indifferenza, come se fosse trasparente. Quando Lucia entrava in una stanza, lui indossava ostentatamente le cuffie. Alle sue domande rispondeva a monosillabi, fissando il pavimento.
Le prime settimane Lucia cercava una spiegazione. Era solo questione di abitudine. Per lui era difficile accettare una nuova compagna accanto al padre. Tutto sarebbe andato a posto.
Non andò a posto per nulla.
Gianluca, non mangiare in camera, per favore. Ci ritroveremo invasi dalle formiche.
Papà me lo permetteva.
Gianluca, hai fatto i compiti?
Perché dovresti saperlo tu?
Gianluca, dai, pulisci almeno le tue cose.
Fallo tu. Tanto non hai niente di meglio da fare.
Lucia provava a parlare con Marco. Con cautela, scegliendo le parole per non sembrare la matrigna malvagia delle fiabe.
Forse serve porre delle regole base, suggerì a bassa voce una sera, quando Gianluca era rintanato in camera. Niente cibo in camera, ognuno mette a posto il suo, compiti entro una certa ora…
Dai Lucia… per lui è già tutto difficile. Marco si massaggiava le tempie. Il divorzio… adesso una nuova figura in casa… Cerchiamo di non mettergli troppa pressione.
Non lo sto pressando. Solo vorrei un po dordine in casa.
È ancora un ragazzino.
Ha quindici anni, Marco. A quelletà si può imparare a lavarsi almeno una tazza.
Ma Marco sospirava soltanto e si rifugiava distrattamente nella televisione, lasciando intendere che non si doveva parlare oltre.
La situazione diventava ogni giorno più surreale. Quando Lucia chiese a Gianluca di portare giù la spazzatura, lui la osservò con disprezzo glaciale.
Non sei mia madre. E non lo sarai mai. Non hai diritto di comandarmi.
Non comando. È solo una richiesta. Viviamo tutti assieme.
Questa casa non è la tua. È di mio padre. E mia.
Lucia tornò a rivolgersi al marito. Lui ascoltava, diceva che avrebbe parlato con il figlio, ma alla fine nessun cambiamento; oppure già si era dimenticato della conversazione, Lucia non ci capiva più nulla.
Le abitudini di Gianluca peggiorarono: tornava a casa dopo la mezzanotte, senza preavviso e senza mandare nemmeno un messaggio. Lucia non dormiva, ascoltando ogni rumore di passi nel cortile. Marco dormiva il sonno dei giusti, senza preoccupazioni.
Puoi almeno chiedergli di avvisare dove vada e a che ora torna? domandò Lucia una mattina. Non si sa mai…
Ormai è grande, Lucia. Non si può controllare tutto.
Ha quindici anni!
Anche io, quando avevo la sua età, stavo fuori fino a tardi.
Puoi almeno spiegargli che stiamo in pensiero?
Marco allargò le spalle e se ne andò in ufficio.
Ogni tentativo di fissare delle regole scatenava una burrasca. Gianluca urlava, sbatteva le porte, accusava Lucia di rovinare la famiglia. E Marco, sempre, parteggiava per il figlio.
È un momento difficile dopo il divorzio, ripeteva come una litania. Devi capirlo.
E io, non sto male forse? Lucia non ce la fece più. Vivo in una casa dove vengo disprezzata, e tu fai finta di niente!
Esageri.
Esagero?! Tuo figlio mi ha detto che non sono nessuno.
Sono cose che fanno gli adolescenti.
Lucia chiamò sua madre, Maddalena, che sapeva sempre trovare le parole giuste.
Figlia mia, la voce di Maddalena era agitata. Sei infelice. Si sente in tutto ciò che dici.
Mamma, non so che fare. Marco non ammette che ci sia un problema.
Per lui il problema non esiste. Lui sta bene così. Lunica che soffre sei tu.
Maddalena stette zitta qualche secondo, poi sussurrò:
Meriti di più, Lucia. Pensaci.
Sentendosi inattaccabile, Gianluca perse ogni freno. La musica tremava nei muri fino a notte inoltrata. Piatti sporchi sbucavano negli angoli più impensati: sul tavolino del salotto, sul davanzale della camera, addirittura in bagno. Calzini sparsi nei corridoi, libri di scuola rovesciati sul tavolo della cucina.
Lucia puliva, incapace di vivere nella sporcizia. Puliva piangendo, ogni tanto, per la frustrazione.
A un certo punto Gianluca smise anche di salutarla. Si accorgeva di lei solo quando cera da lanciare qualche sarcasmo o battuta cattiva.
Non sai come si prende un ragazzo, disse una volta Marco. Forse la questione è tua.
Prenderlo? Lucia fece un sorriso amaro. Ci sto provando da sei mesi. Ma lui, davanti a te, mi chiama quella.
Drammatizzi troppo.
Lultimo tentativo costò a Lucia unintera giornata. Trovò su internet la ricetta preferita di Gianluca: pollo al miele con patate rustiche. Spese trenta euro in ingredienti: il meglio del mercato sotto casa, passò quattro ore ai fornelli.
Gianluca, è pronto! chiamò, apparecchiando.
Il ragazzo uscì dalla camera, lanciò unocchiata al piatto e aggrottò la fronte.
Non lo mangio.
Perché?
Perché lhai cucinato tu.
Si girò ed uscì. Dopo pochi istanti, Lucia sentì il portone chiudersi Gianluca era andato a casa degli amici.
Quando Marco rincasò, notò la cena fredda e il volto abbattuto della moglie.
Cosè successo?
Lucia raccontò. Marco sospirò.
Dai, Lucia… non prendertela. Non è cattivo dentro.
Non è cattivo?! Lucia non trattenne più la voce. Mi umilia apposta. Ogni santo giorno!
Sei troppo sensibile.
Una settimana dopo, Gianluca portò a casa una mandria di amici cinque compagni di classe. In cucina trovarono avanzi rovesciati ovunque, il pavimento pieno di briciole.
Fuori subito! Lucia entrò di slancio nel salotto gremito. Sono già le undici di sera!
Gianluca non si voltò neppure.
Questa è casa mia. Faccio quello che voglio.
Questa è casa nostra. Esistono delle regole.
Che regole? uno degli amici di Gianluca ridacchiò. Gian, ma chi è questa?
Nessuno. Lascia stare.
Lucia tornò in camera e compose il numero di Marco. Lui arrivò dopo unora, quando la compagnia già era andata via. Esaminò il disastro, lespressione disperata di Lucia.
Lucia, ma perché questo dramma? Erano venuti un attimo a trovarlo.
Un attimo?!
Dai, esageri. Mi sembri sempre contro Gianluca. È come se volessi mettermi contro mio figlio.
Lucia guardava Marco e non lo riconosceva più.
Marco, dobbiamo parlare sul serio, disse il giorno dopo. Di noi. Del futuro.
Il marito si irrigidì, ma si sedette di fronte.
Non ce la faccio più, Lucia parlava scegliendo le parole come se camminasse sulle uova. Da sei mesi sopporto mancanza di rispetto. Da Gianluca solo arroganza, da te solo indifferenza.
Lucia, io…
Lasciami finire. Ho provato, davvero, a diventare parte di questa famiglia. Ma una famiglia qui non esiste. Ci sei tu, tuo figlio, e io: solo una donna sopportata perché stiro e cucino.
Non essere ingiusta.
Ingiusta? Quando è stata lultima volta che tuo figlio mi ha detto qualcosa di gentile? E tu, mai dalla mia parte?
Marco taceva.
Ti amo, disse infine, sottovoce. Ma Gianluca è mio figlio. Viene prima di tutto.
Prima di me?
Prima di qualsiasi cosa.
Lucia annuì. Sentiva un gelo svuotarla dallinterno.
Grazie per lonestà.
Due giorni dopo la goccia. Lucia trovò la camicetta che sua madre le aveva regalato per il compleanno: ridotta a stracci, ben distesa sul cuscino. Nessun dubbio su chi fosse stato.
Gianluca! Lucia lo raggiunse in salotto brandendo i brandelli di stoffa. Cosè successo a questa?!
Il ragazzo alzò appena lo sguardo dal cellulare.
Non lo so.
È mia!
E allora?
Marco! Lucia chiamò il marito. Vieni subito a casa.
Marco arrivò, vide la camicetta, lo sguardo sfuggente del figlio.
Gian, sei stato tu?
No.
Hai sentito? Marco fece spallucce. Dice di no.
E chi mai, allora?! La gatta? Non abbiamo animali!
Magari lhai rotta tu..
Marco!
Lucia fissava il marito: inutile parlare ancora. Non sarebbe cambiato. Non avrebbe mai preso le sue difese. Per lui esisteva solo una persona: suo figlio. Lucia era solo una funzione. Invisibile.
A Gianluca manca la madre, ripeté Marco per lennesima volta. Devi capirlo.
Capisco, disse Lucia dun tono sepolcrale. Capisco tutto.
Quella sera tirò fuori la valigia.
Che fai? Marco si bloccò sulla soglia.
Preparo le mie cose. Me ne vado.
Lucia, aspetta! Parliamone!
È da sei mesi che parliamo invano, Lucia piegava i vestiti con cura. Anchio ho diritto ad essere felice, Marco.
Cambierò tutto! Lo giuro! Parlerò con Gianluca!
Troppo tardi.
Guardò suo marito bello, maturo, ma mai cresciuto davvero. Solo padre: e padre cieco, che rovinava il figlio con il proprio amore.
Settimana prossima avvierò la separazione, annunciò chiudendo la zip della valigia.
Lucia!
Addio, Marco.
Uscì senza voltarsi. Nel corridoio passò Gianluca: per la prima volta, una crepa diversa nei suoi occhi. Smarrimento? Paura? Ormai non le importava più.
La nuova casa era piccola ma accogliente, un bilocale silenzioso nella periferia di Torino, affacciato su un cortile tranquillo. Lucia systemò le sue cose, si preparò una camomilla e si sedette sul davanzale. Era la prima sera in cui sentiva un po di pace.
…La separazione arrivò dopo due mesi. Marco provò a ricontattarla, le chiese una seconda possibilità. Lucia fu cortese ma inflessibile: no.
Non si spezzò. Non si inaridì. Semplicemente comprese, dun tratto, che la felicità non è sopportare in silenzio e sacrificarsi allinfinito. Felicità è essere rispettata e amata. E, prima o poi, Lucia era certa che un giorno lavrebbe trovata.
Ma certo, non con quelluomo.




