«Non posso lasciarla», sussurra Ginevra, gli occhi accesi di rabbia. «A tua nonna non serve una donna che fa solo minacce! Scegli: o noi o lei». Le parole le colpiscono come se sua moglie lo avesse appena schiaffeggiato.
Alessandro balza indietro, come se avesse sentito una scarpa picchiare il suo petto.
«Capisco», risponde, la voce quasi un bisbiglio. «Ho costruito una famiglia, credevo di avere un retroporto sicuro, ma ora vedo che è tutto crollato E se un giorno mi ammalo? Mi cacci fuori come un vecchio tessuto usurato?»
Ginevra stringe le labbra, incrocia le braccia sul petto. Alessandro sorride amaramente.
«Meglio no, grazie», dice. «Non ho bisogno di una famiglia che ti abbandona in un momento difficile. La nonna mi ha dato da mangiare, mi ha messo in questa vita, e tu Oggi mostri il tuo vero volto».
Ginevra resta immobile, paralizzata dallo shock. Certo, il suo punto di vista è comprensibile, ma anche quello di Alessandro ha senso.
Alessandro raccoglie rapidamente le sue cose e, tenendo la mano della nonna, esce di casa. La porta dingresso scatta con un clic, come se qualcuno avesse spento linterruttore della loro vita condivisa.
Ginevra si siede nella loro (o già sua?) camera da letto, avvolta in un silenzio tombale. Lira bruciante svanisce, lasciando solo un peso gelido e vuoto sul cuore. Il suo sguardo si posa su una foto sul comodino: non è più lAlessandro che conosceva, ma un ragazzino di otto anni, magro, con gli occhi pieni di timore.
Alessandro raramente parla del suo passato con Ginevra. Allinizio non ne diceva nulla, poi comincia a raccontare come se aprisse il cassetto di un armadio dove custodisce gli scheletri della sua infanzia. Sembra calmo, ma giocherella nervosamente con le dita, osservando la reazione di Ginevra.
«Sono cresciuto senza padre e quasi senza madre. Il padre è stato rinchiuso per violenza prima che io nascessi; non labbiamo più rivisto. La madre beveva già allora e, più tardi, era imprevedibile. Di giorno potevi avvicinarti solo se era di buon umore, di sera si scagliava su di noi e ci picchiava. Fortunatamente eravamo tre, così almeno il peso era più leggero», racconta.
Col tempo, Ginevra scopre che la sorella maggiore di Alessandro, Olimpia, nei momenti più duri li portava, insieme al fratello più piccolo, a casa della nonna. Lì si nascondevano dalle crisi della madre, potevano dormire tranquilli, senza paura. La nonna li accoglieva con un sorriso, versava latte caldo con miele e sfornava crostate; il loro dolce attenuava lamarezza del profumo dellalcol.
La nonna di Alessandro, Lidia Rossi, è una donna modesta: pulisce le aule di una scuola elementare e lavora a maglia su commissione. Realizza maglioni, cardigan, calzini e muffole da vendere, così i nipoti hanno giacche nuove per linverno e libri scolastici.
Una sera, Alessandro, commosso, confessa che i momenti più caldi della sua vita sono quelli in cui si sveglia nel cuore della notte, vede la luce che filtra dalla stanza della nonna e ricade addormentato al ritmo dei colpi della sua lana.
Quando la madre di Alessandro muore, Lidia prende i nipoti sotto il suo tetto. È dura gestire tre bambini, non può dare loro tutto, ma offre loro un senso di sicurezza. Per Alessandro quel rifugio vale più di una laurea o di un appartamento.
Gli anni passano e Lidia invecchia. Esce poco, fatica a gestire la casa. I nipoti più grandi iniziano a venire di rado, limitandosi a inviare bonifici e poi a concentrarsi sulle proprie famiglie. A volte mandano una moneta, ma mai di più. Ognuno ha le proprie preoccupazioni: affitto, figli, ristrutturazioni, auto
Rimane solo Alessandro. Va a trovare la nonna ogni settimana, a volte più volte. Ginevra non si oppone; non è particolarmente legata a Lidia, ma capisce che per lui è una seconda madre.
«Puoi restare a casa se non vuoi partire», dice a lui. «Dopotutto è la mia nonna, non la tua».
Talvolta Ginevra la accompagna e aiuta a pulire. Rispetta quella donna, anche se non sente un legame di sangue. Nel frattempo hanno due figli, vivono in un bilocale ereditato da una zia. Ogni Capodanno Lidia consegna ai nipoti e alla nuora caldi calzini in lana; è diventata una tradizione. Un giorno, però, la nonna porge a Ginevra e Alessandro delle scatole di tè e cioccolatini, con voce quasi colpevole.
«Volevo fare una maglia», sospira, indicando le sue mani curve dal tempo, «ma le dita non sono più quelle di una volta, non ascoltano, dimenticano letà».
Scambiano una battuta per cambiare argomento, ma Ginevra nota lansia e il dolore negli occhi di Alessandro. Per lui quei calzini non sono solo un regalo, ma il simbolo di un appiglio dinfanzia che ora scivola via.
Il giorno successivo, Ginevra tenta di mettere ordine, raccoglie i giocattoli sparsi e cerca di far dormire la figlia più piccola. Un telefono squilla, interrompendo la routine.
«Manca la nonna!», esclama Alessandro, spaventato. «Sono arrivato, la porta è aperta, non cè, il telefono resta muto!»
Ginevra resta immobile, come se lacqua fredda le fosse stata versata addosso. La panico nella sua voce è contagiosa.
«Aspetta, Alessandro, calma. Forse è al negozio o è andata dai vicini?»
«Ho già bussato a tutti i vicini, ma non la trovo! Devo andare a cercarla!»
Il segnale del cellulare suona brevemente. Ginevra deglutisce nervosamente, il cuore batte nei temp
i. Non prova una grande tenerezza per Lidia, ma lidea che qualcosa possa accaderle da sola la spaventa. Non può permettersi che Alessandro impazzisca per il rimorso.
Raccoglie in fretta i bambini e li porta dalla madre, poi parte con Alessandro a perlustrare il quartiere, le vie del centro, i negozi vicini, mostrando la foto di Lidia a chiunque. Nessuno può aiutarli.
Alla sera trovano Lidia seduta su un marciapiede sporco, accovacciata, tremante, avvolta nel freddo. Alessandro si inginocchia davanti a lei, esitante nel toccarla. Ginevra si avvicina, sente la voce flebile della nonna:
«Volevo prendere dei cornetti per Caterina le piacciono con luva passa»
Caterina era la madre di Alessandro, morta da tempo. La scena blocca Ginevra, il terrore di Alessandro è indescrivibile.
In pochi giorni portano Lidia dal medico. La diagnosi è demenza. Allora né Ginevra né Alessandro sanno cosa significhi.
«Non sarà più la stessa», dice la madre di Ginevra, sospirando. «Lho vista anchio prendersi cura della tua nonna. Dovrete trovare assistenza professionale, un monitoraggio continuo, non solo dei parenti occupati con i figli».
Alessandro, però, rifiuta.
«Non darò la nonna a sconosciuti. I giovani si limitano a controllare gli anziani, è normale. Se qualcosa accadesse alla tua, anchio ci sarei», dice.
Alla fine Ginevra cede; portano Lidia a casa. Da quel momento la vita diventa un inferno. La nonna si sposta nella stanza dei bambini, i piccoli finiscono nella camera dei genitori. La stretta è solo il primo disagio.
Di notte Lidia litiga ad alta voce con i fantasmi del passato. La figlia minore si sveglia e piange spaventata; gli altri non riescono a dormire. Ginevra tenta di calmarla, ma è inutile. Lidia si lamenta del cibo, mentre Ginevra congela frutti e prepara marmellate per i bambini. Anche se desidera una sua macedonia, sopporta il sacrificio per i piccoli.
«Mi fate morire di fame, non mi date nemmeno una marmellata sono già vecchia», si lamenta Lidia, poi svuota tutta la pentola di zuppa nella notte, senza che nessuno la veda. Il mattino inizia con lira della figlia più piccola, abituata al succo di frutta a colazione.
Tutto è tollerabile finché una sera Ginevra sente odore di bruciato. Corre in cucina e trova Lidia davanti al fornello, a mescolare con una forchetta una padella vuota, sussurrando qualcosa. Il manico della padella sembra fondersi.
Il panico colpisce Ginevra, non solo per lei ma per i figli. Quella notte potrebbe essere lultima per tutti.
«Alessandro, non possiamo più così. Capisco che la malattia è reale, ma può costarci la vita», gli dice dopo averlo svegliato e raccontato lincidente. «Dobbiamo pensare a una badante».
«Una badante?», risponde lui assonnato. «Ho già parlato con Olimpia e Domenico è troppo costoso».
«Allora vendiamo il suo appartamento e compriamo qualcosa più vicino, così la visitiamo più spesso».
«Vedi? Hai capito che ha bisogno di una cura costante. Come posso lasciarla sola con i bambini?», risponde Ginevra, quasi in lacrime.
Non trovano un accordo; Alessandro se ne va. Ginevra rimane a fissare le foto, le mani ancora tremanti. Capisce che non è più Alessandro a mancare, ma quel bambino di otto anni per cui la casa della nonna era salvezza. Il pensiero non la consola.
Nel pomeriggio chiama sua madre per spezzare il silenzio opprimente.
«Figlia forse non avremmo dovuto reagire così dimpulso. Ci sono altre opzioni»
«Mamma, pensi che non abbia provato? Lui non vuole sentire ragioni! Per lui cè solo una via: sofferenza, eroismo, redenzione. E alla fine paga io, con i tre figli, uno dei quali è ormai adulto e incontrollabile. Sì, un eroe»
«Eh gli uomini sono così. Pochi capiscono la vita quotidiana», risponde la madre con comprensione. «Forse con il tempo si calmerà».
Tre mesi dopo Alessandro chiama di nuovo, poi arriva. È più magro, visibilmente esausto, gli occhi pieni di una stanchezza profonda. Si siedono in cucina, dove tutto è iniziato.
«Capisci», inizia, senza guardarla negli occhi, «non posso lasciarla. Non posso. Ma non posso vivere senza di voi. Quando tutto pesa su di me, quando rimango solo ho capito che non posso più così».
Ginevra si avvicina, gli posa la mano sulla spalla.
«È sola adesso?», chiede.
«Ho accettato il lavoro da remoto e ho assunto una badante: la vicina, ex infermiera. Verrà almeno due ore al giorno, così posso stare con voi se ci accettiate».
Ginevra sorride debolmente, stremata, ma accetta. Alessandro non può trasferirsi completamente, ma è un passo avanti. Anche lei, col tempo, si è addolcita e comprende che la vita è così, a volte crudele, a volte gentile.
«Certo, la accoglieremo», dice, abbracciandolo. Lui si irrigidisce per un attimo, poi apre le braccia e la ricambia.
La famiglia non si ricompone in un attimo, ma da quel momento inizia il cammino verso la riconciliazione. Parlano di vendere lappartamento di Lidia, di comprare una casa più vicina così da trascorrere più tempo insieme. Finché possono permettersi solo cene e serate condivise, è già un grande progresso.
Le loro vite erano frammentate, ma non si arrendono. Ricompongono i pezzi, scegliendo con cura ogni frammento per colmare i vuoti, costruendo un futuro nuovo, pezzo dopo pezzo.






