Non seppellire il passato: la storia di Maria, la matrigna incompresa, tra il fantasma della prima m…

– Metti il cappello, fuori ci sono dieci gradi sotto zero. Prenderai un raffreddore.

Francesca mi porge il cappello di lana quello blu con il pon pon che Caterina aveva scelto di persona un mese fa in negozio.

– Non sei mia madre! Hai capito?

La voce di Caterina spezzò il silenzio dellingresso. Scagliò il cappello sul pavimento come se lavesse punto uno scorpione.

– Cate, volevo solo…
– E non lo sarai mai! Capito? Mai!

La porta dingresso sbatté con forza. I vetri tremarono e una folata daria gelida dallo scalone si allargò per tutta casa.

Rimasi immobile nellingresso. Il cappello giaceva ai miei piedi stropicciato, inutile. Le lacrime mi salirono in gola, calde e amare. Mi morsicai il labbro, con la testa rivolta al soffitto. Non piangere. Non ora…

Sei mesi fa sognavo tuttaltro. Cene in famiglia, chiacchiere a fine giornata, forse qualche gita insieme sui colli del Chianti. Marco ne parlava così bene della figlia sveglia, sensibile, solo un po chiusa dopo la morte della madre. Serve tempo, diceva lui. Si aprirà. Il tempo passava. Caterina non si scioglieva affatto.

Dal primo giorno in cui ho varcato quella porta come moglie di Marco, non più da ospite, sua figlia è entrata in trincea. Ogni tentativo di avvicinarla si infrangeva su un muro di ghiaccio. Faccio da sola, se chiedevo di aiutarla coi compiti. Non posso, sul mio invito a fare una passeggiata. Un complimento per i suoi capelli nuovi? Mi rispondeva con uno sguardo lungo, sprezzante, e poi il silenzio.

– Io la mamma ce lho, dichiarò Caterina al secondo giorno della nostra convivenza.
Eravamo a colazione, Marco in ritardo, sorseggiava il caffè dun fiato.

– Lho avuta e lavrò sempre. Tu qui non sei nessuno.

Allora Marco tossì, mormorò qualcosa per calmare la situazione. Io mi sforzai di sorridere provando uno strano crampo alle labbra ma tacqui.

Da quel momento peggiorò.

Caterina non strillava più davanti al padre. Era sottile, ora. Passava accanto a me senza vedermi, rispondeva a mezza bocca, a monosillabi. Appena entravo in una stanza, se ne andava ostentatamente.

– Papà prima era diverso, sussurrò un giorno a cena. Fino a che non sei arrivata tu, era normale. Parlavamo, ridevamo. Ora…

Si zittì. Immersa nel suo piatto. Ma Marco si fece livido, mentre a me il boccone non andava giù.

Marco vagava tra noi come una bestia in trappola. Di sera veniva in camera la nostra camera, anche se non lho mai sentita mia e mi chiedeva di tenere duro.

– È una bambina, Francesca. Soffre, ma passerà. Porta pazienza.

Poi andava da Caterina chiedendo gentilezza.

– Francesca è una brava donna. Sta provando. Tu potresti almeno accettarla, no?

Queste conversazioni le sentivo attraverso il muro. La voce stanca di Marco, spezzata. Le risposte di Caterina, secche e pungenti.

Era evidente che Marco fosse distrutto. La ruga tra le sue sopracciglia si era scavata ancora di più negli ultimi mesi. Scattava ogni volta se ci trovava nella stessa stanza, io e Caterina. I cerchi sotto gli occhi dicevano tutto.

Ma scegliere, non sceglieva. O forse non voleva.

Raccolsi il cappello da terra. Lo scossi, lo appesi. Andai in salotto e mi blocai sulla soglia, come ogni volta…

Fotografie. Decine, in cornici dorate: sugli scaffali, alle pareti, sul davanzale. Una donna bionda dal sorriso dolce. La stessa donna con la piccola Caterina tra le braccia. Con Marco giovane, felice, diverso dalluomo di adesso. Foto di matrimonio, vacanze, feste.
Alessia. La prima moglie. Defunta ormai…

I suoi vestiti erano ancora negli armadi, puliti, piegati, profumati di lavanda. I trucchi restavano su uno scaffale tutto suo in bagno. Le sue pantofole rosa, morbide, attendevano ancora fuori dalla camera da letto. Come se la padrona fosse uscita a prendere il pane e stesse per tornare.

– La mamma cucinava questo meglio, diceva Caterina a pranzo.
– La mamma non avrebbe mai fatto così.
– Questo alla mamma non sarebbe piaciuto.

Ogni volta era una coltellata. Io sorridevo, annuivo, digerivo la tristezza insieme al boccone. E la notte restavo sveglia, pensando: come si fa a rivaleggiare con un fantasma? Come ci si paragona a una memoria idealizzata di una donna che diventa ogni anno più perfetta?

Marco amava ancora Alessia. Questo lavevo capito da tempo. Quando guardava le sue foto lo faceva con una tristezza che stringeva il cuore. Se Caterina raccontava della madre, Marco cambiava espressione. Si faceva distante, chiuso.

E io, allora, cosa rappresentavo? Un tentativo di andare avanti? Un rimedio alla solitudine? Una presenza di comodo trovata al momento giusto?

La notte, mentre Marco dormiva si addormentava sempre facilmente, spalle al muro, in cinque minuti già russava io fissavo il soffitto sconosciuto di una casa ancora sconosciuta. Sentivo che quel matrimonio era ormai una barca alla deriva. Marco mi aveva sposata senza aver salutato il passato. E Caterina non mi avrebbe mai accettata.

E che io, forse, avevo fatto il più grande errore della mia vita.
Questa consapevolezza si fece precisa, nitida, tra le tre e le quattro del mattino, una delle tante notti in cui io restavo sveglia e ascoltavo il respiro regolare di Marco. Dormiva. Lui si scollegava da tutto. Io, invece, restavo con i miei pensieri. Con le ombre dei lampioni, e la foto di Alessia sul comò, mai tolta da Marco.

Basta.

La decisione arrivò senza rabbia. Solo lucida, chiara: questa battaglia non si vince. Non si può vincere contro un ricordo. Non si può prendere il posto di una donna che per questa famiglia sarà per sempre una santa.

Mi sedetti sul letto. Marco nemmeno si mosse.

Tre giorni dopo, presentai domanda di separazione. Da sola, senza avvocato e senza dire nulla a Marco. Entrai in Comune, con carta didentità e certificato di matrimonio. Compilai il modulo, firma sicura. La signora allufficio mi guardò con unombra di pietà: certo non ero la prima.

– Fra…

Marco trovò i documenti quella sera. Rimase immobile in cucina, il foglio in mano, sbiancato.

– Che vuol dire?
– È scritto lì. Continuai a lavare i piatti. Ho chiesto la separazione.
– Ma perché? Come? Non ne abbiamo nemmeno parlato…
– E di cosa dovremmo parlare, Marco?

Spensi lacqua. Mi asciugai le mani. Lo guardai.

– Sono stanca di vivere in un museo. Di essere la seconda. Di vederti sempre davanti alle sue foto. Di sentire da tua figlia che non valgo niente.
– Caterina è solo una bambina. Non capisce…
– Invece capisce benissimo. E anche tu. Solo che non vuoi ammetterlo.

Marco mi si avvicinò. Mi prese le spalle delicato, come se avesse tra le mani porcellana.

– Francesca, parliamone. Sistemo tutto. Parlo con Caterina, tolgo le foto, ricominciamo…
– Tu la ami ancora.

Non era una domanda, ma una certezza. Lo guardai dritto negli occhi. La sua risposta lho letta lì, prima che potesse aprire bocca.

– Tu ami ancora Alessia. Io per te cosa sono? Un rimpiazzo? Una compagna di servizio? Una che cucina e lava i tuoi calzini?
– Non è così…
– Allora dimmelo. Dimmelo che non la ami. Dimmelo che lhai dimenticata. Su.

Silenzio.

Marco lasciò cadere le braccia. Fece un passo indietro. Sembrava invecchiato di dieci anni in un minuto.

Annuii. Sapevo già tutto.

Caterina era nella sua stanza, con la porta appena socchiusa. Forse per caso, forse no. Ma quando ci passai davanti, sollevò lo sguardo dal telefono e mi lanciò un sorriso appena accennato. Di trionfo. Aveva vinto lei.

Le ore dopo si trasformarono in un rito meccanico. Armadio. Grucce. Valigia. Il vestito ricevuto da Marco per il nostro anniversario solo tre mesi fa, sembrava passato un secolo. Il profumo che aveva scelto lui, annusando i campioncini in profumeria per mezzora. Un libro iniziato insieme senza mai finirlo.

Ripiegavo tutto con cura. Bisognava. Non pensare, solo mettere le cose dentro.

La sera non finiva mai. Seduta sul letto con due valigie ai piedi tutto ciò che restava del mio tentativo di famiglia.
Alle otto, presi un taxi.

Avevo prenotato in anticipo, scesi da sola con i bagagli. Lascensore scivolò silenzioso, nessuna porta di casa si mosse. Lasciai le chiavi sopra la consolle nellingresso.

Lautista mi aiutò, mettemmo le valigie nel bagagliaio e partimmo. Non mi girai a guardare indietro. Firenze era spoglia e malinconica. I lampioni accesi, pochi passanti diretti verso la tramvia. Alle mie spalle restava quellappartamento pieno di fantasmi e fotografie. Restavano Marco col suo amore mai sopito e Caterina con la sua rabbia leale.

Guardavo fuori dal finestrino e respiravo. Per la prima volta da mesi davvero, respiravo.

La solitudine fa paura. Ma vivere nellombra di un ricordo lo faceva ancora di più.

Riparto da capo. Da sola, senza illusioni, senza marito, senza una famiglia che mia non sarebbe mai stata ma almeno senza più un confronto continuo con una donna che, ormai, esisteva solo nella memoria.

E questa volta ho capito: se non si seppellisce il passato, non si può costruire il domani.

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