Non seppellire il passato: una nuova moglie tra i fantasmi di una famiglia italiana, una figlia ostile e un amore mai dimenticato

Metti il cappello, fuori ci sono meno dieci gradi. Prenderai freddo.

Lucia mi porse un berretto di lana proprio quello, blu con il pon pon, che Bianca aveva scelto nel negozio appena un mese fa.

Non sei mia madre! Capito?

Il grido ruppe il silenzio dellingresso. Bianca scagliò il berretto a terra con un gesto rabbioso, come se fosse stato annerito dal veleno.

Bianca, io volevo solo…
E non lo sarai mai! Hai capito? Mai!

La porta dingresso sbatté così forte che i vetri tremarono nei telai, e una folata daria gelida invase la casa dal pianerottolo.

Rimasi immobile nellingresso. Il berretto giaceva ai miei piedi goffo, spiegazzato, inutile. Sentii le lacrime salire, brave e amare. Mi morsi il labbro, capii subito che non avrei dovuto crollare. Non lì, non ora…

Sei mesi fa avevo immaginato tuttaltra vita. Cene di famiglia accoglienti. Conversazioni sincere. Magari qualche gita fuori Roma insieme. Alessandro aveva parlato così bene di sua figlia intelligente, sensibile, solo un po chiusa dopo aver perso la madre. Ha solo bisogno di tempo, diceva. Vedrai che si ammorbidisce.
Il tempo passava. Bianca non si ammorbidiva.

Dal primo giorno in cui varcai la soglia di quel appartamento non più come ospite, ma come moglie, la ragazza mi mise in trincea. Qualunque mio tentativo di avvicinarmi si scontrava contro un muro di ghiaccio. Offerta di aiuto nei compiti faccio da sola. Invito per una passeggiata non ho tempo. Un complimento sulla pettinatura solo uno sguardo lungo e sprezzante, e il silenzio.

Io una madre ce lho, dichiarò Bianca al secondo giorno che vivevamo sotto lo stesso tetto.
Eravamo a colazione, Alessandro era in ritardo per lufficio e ingoiava il caffè troppo in fretta.

Avevo e avrò sempre. Tu qui non sei nessuno.

Alessandro rischiò di abboffarsi. Borbottò qualcosa di conciliante. Io sorrisi, ma era un sorriso amaro, e restai zitta.

Da allora, la situazione solo peggiorò.

Bianca aveva smesso di urlare in presenza del padre. Era diventata più sottile. Passava accanto a me senza vedermi. Rispondeva a mezza voce, monosillabi. Usciva dalla stanza appena entravo.

Papà era diverso, lasciò cadere una sera la ragazza durante la cena. Prima di te era normale. Parlava con me. Ora

Non concluse la frase. Affondò lo sguardo nel piatto. Ma Alessandro impallidì, e io posai la forchetta la cena non mi scendeva più.

Alessandro oscillava tra noi come una trottola impazzita. La sera veniva in camera da me la nostra camera, benché non riuscissi mai a sentirla mia e mi supplicava di avere pazienza.

È una ragazzina. Sta male. Dagli tempo.

Poi ritornava da Bianca, chiedendole di essere più gentile.

Lucia è una brava donna. Fa del suo meglio. Prova ad accettarla.

Sentivo spesso questi discorsi attraverso la parete. La voce di Alessandro stanca, spezzata. E le risposte di Bianca secche, taglienti.

Lui era esausto, diviso. Lo si vedeva dalla ruga tra le sue sopracciglia, ormai profondissima. Dal modo in cui trasaliva ogni volta che io e Bianca ci trovavamo insieme in una stanza. Dalla stanchezza che gli scavava occhiaie.

Ma scegliere tra noi non ce la faceva. O forse non voleva.

Raccolsi il berretto da terra. Lo ripulii in automatico e lo appesi al suo gancio. Mi spostai in salotto e rimasi ferma sulla soglia, come sempre.

Fotografie. Decine di foto incorniciate: sugli scaffali, sui muri, sulle mensole delle finestre. Una donna bionda dal sorriso dolce. Sempre la stessa, con una piccola Bianca tra le braccia. Con Alessandro giovane, felice, irriconoscibile rispetto a oggi. Foto di matrimonio. Di vacanze. Di feste.
Giulia. La prima moglie. Quella che non cè più…

Le sue cose erano ancora dentro gli armadi. Vestiti eleganti, maglioni, sciarpe ben piegate, profumate di lavanda. I suoi trucchi in bagno, su uno scaffale dedicato. Le sue pantofole rosa, morbide, ad aspettare allingresso.
Quasi fosse uscita solo per comprare il pane e dovesse tornare da un momento allaltro.

Mamma queste cose le faceva meglio, diceva Bianca a tavola.
Mamma così non avrebbe mai fatto.
A mamma non sarebbe piaciuto.

Ogni confronto una pugnalata. Io sorridevo, annuivo, inghiottivo amaro assieme al cibo. E la notte restavo sveglio, domandandomi: come si può competere con un fantasma? Con il ricordo di una donna che diventa, anno dopo anno, sempre più perfetta?

Alessandro amava ancora Giulia, lavevo capito da tempo. Guardava le sue foto con una tale nostalgia che mi stringeva il cuore. Ascoltava le storie di Bianca su sua madre e cambiava volto, diventava chiuso, lontano.

Io cosero per lui? Un modo per provarci ancora? Una medicina contro la solitudine? O solo una donna comoda, trovata al momento giusto?

La sera, quando Alessandro si addormentava, rimanevo a fissare il soffitto, sconosciuto come la casa. Sapevo, in modo lucido e feroce, che quel matrimonio stava andando in frantumi. Lui mi aveva sposata senza aver chiuso col passato. E Bianca non mi avrebbe mai accettata.

E che io, forse, avevo fatto lerrore più grande della mia vita.
Questa consapevolezza si è fatta strada tra le tre e le quattro del mattino, ancora una volta sveglio, ad ascoltare i respiri regolari di Alessandro. Lui si addormentava sempre subito si girava verso il muro ed era già nel sonno. Io restavo al buio, con le ombre dei lampioni e la foto di Giulia sul comò, che lui non aveva mai tolto.

Basta.

La decisione arrivò fredda, limpida. Questa battaglia non la potevo vincere. Non si sconfigge la memoria. Non si prende il posto di una donna diventata santa per questa famiglia.

Mi sedetti sul letto. Alessandro non si mosse.

Tre giorni dopo avevo già fatto domanda. Da solo, senza avvocati, senza raccontarlo a nessuno. Mi presentai allufficio comunale, con la carta didentità e il certificato di matrimonio, compilai i moduli con una calligrafia tonda, firmai. Limpiegata mi guardò con una stanchezza piena di comprensione di casi come il mio, ne avrà visti a decine ogni settimana.

Lucia…

Alessandro trovò i documenti la sera. Restò fermo in cucina con il foglio tra le mani, pallido, stordito.

Che significa tutto questo?
È scritto lì. Continuai a lavare i piatti. Ho chiesto la separazione.
Ma perché? Ma come? Non ne abbiamo nemmeno parlato…
E cosa dovevamo dire, Ale?

Spegnii lacqua. Mi asciugai le mani nello strofinaccio. Mi voltai verso mio marito.

Sono stanco di vivere in un museo. Di essere il secondo. Di vederti fissare le sue foto ogni giorno. Di sentire da tua figlia che io qui non valgo nulla.
Bianca è solo una bambina, non capisce…
Bianca capisce benissimo. E anche tu. Solo che hai paura ad ammetterlo.

Alessandro si avvicinò, mi prese per le spalle in punta di dita, come se avesse davanti una cosa fragile.

Lucia, parliamone. Sistemerò tutto. Parlerò con Bianca, toglierò le foto, ricominciamo…
Tu la ami ancora.

Non era una domanda, ma una verità. Lo guardai negli occhi e trovai lì la risposta, prima che lui potesse dire qualsiasi cosa.

Feci un cenno dassenso. Era la conferma che mi aspettavo.

Bianca era nella sua stanza. La porta un po socchiusa, forse apposta, forse per caso. Quando passai davanti, alzò lo sguardo dal telefono. E sorrise. Appena, solo con gli angoli della bocca. Vittoriosa.
Aveva vinto lei.

Le ore successive furono solo un rito meccanico. Armadi. Grucce. La valigia. Un abito regalato da Alessandro per lanniversario tre mesi fa, ormai unaltra vita. Il profumo scelto insieme in profumeria dopo mille tentativi. Il libro iniziato in due e mai finito.

Ripiegai tutto con attenzione, ogni piega, ogni maglione. Senza pensare. Senza fermarmi sui ricordi. Solo riempire la valigia.

La sera fu infinita. Mi sedetti sul letto di fianco alle valigie. Due valigie, tutto ciò che rimaneva del mio tentativo di mettere insieme una famiglia.
Presi il taxi alle otto di sera.

Avevo prenotato, scesi da solo con le valigie lascensore silenzioso, nessuna porta nel palazzo che si mosse. Lasciai le chiavi sulla credenza accanto allingresso.
Il tassista caricò i miei bagagli e partimmo. Non diedi nemmeno uno sguardo indietro.
Roma era già tutta luci e silenzi. I lampioni accesi e pochi passanti frettolosi verso la metro. Alle mie spalle quellappartamento pieno di fantasmi e fotografie. Alessandro con il suo amore mai sopito, Bianca con la sua gelida fedeltà alla madre.

Guardavo fuori dal finestrino del taxi e finalmente respiravo. Da sei mesi non mi sentivo così libero.
La solitudine mi spaventava. Ma vivere allombra di unassenza mi spaventava di più.
Stavo ricominciando. Da zero. Senza marito, senza famiglia, senza più illusioni.
Almeno, senza leterna gara con una donna perfetta che non cera più.

Ho capito che i fantasmi del passato bisogna lasciarli andare, altrimenti non si vivrà mai davvero. E io, finalmente, ho preso la mia strada.

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