Non si è mai parlato di assegni di mantenimento, abbiamo solo concordato che avrei dato a mio marito un contributo per crescere nostro figlio, ma da anni lui vive alle mie spalle.

Poiché fui io a lasciare la famiglia per un altro uomo, mandando in pezzi il matrimonio per mia scelta, Marco decise che dovevo risarcirgli il cuore spezzato. Non mi permise di portare via nostro figlio, e lui stesso volle restare col padre; per quanto mi facesse male, non riuscii a convincerlo né potei strapparlo a quellattaccamento. Sistemammo in fretta ogni cosa: mi lasciarono andare via, in cambio però spedivo loro dei soldi una o due volte al mese.

Allepoca il mio ex marito lavorava e guadagnava, ma quando capì che io disponevo di molti euro e che il mio nuovo compagno aggiungeva anche qualcosa per non far mancare nulla a nostro figlio, smise di lavorare e cominciò a vivere solo coi nostri soldi.

Mentre il ragazzo cresceva, il padre lo viziava senza ritegno cene in trattoria, giorni di scuola saltati appena ne avesse voglia, vacanze al mare, elettrodomestici nuovi di zecca direttamente a casa. Col tempo, mio figlio sviluppò una certa arroganza e la voglia di vedermi divenne sempre più scarsa. Qualunque cosa provassi a regalargli o ad organizzare per lui, papino la faceva meglio, anche se sempre coi soldi miei. Il bambino, a undici anni, non si chiedeva nemmeno come mai il padre fosse ormai sempre a casa e tanto ricco.

Mio attuale marito suggerì che forse li mantenevo troppo generosamente. Iniziammo a pensare al futuro di nostro figlio, agli anni delluniversità e ai risparmi necessari: decidemmo fosse meglio mettere da parte dei soldi per lui piuttosto che lasciarli nelle mani del mio ex, che finiva col spenderli in sciocchezze effimere. Così comunicai questa decisione al mio ex marito, guardandolo negli occhi: avevo fatto abbastanza, ora doveva occuparsi lui delle spese correnti; io mi sarei presa cura solamente dellavvenire di nostro figlio.

Mi urlò contro che madre e moglie orribile fossi stata, minacciandomi di portarmi in tribunale e di tirare fuori gli alimenti, dicendo che in realtà non avevo mai pagato nulla. Consultai degli avvocati in centro a Firenze: mi assicurarono di non temere le sue minacce, di ignorarle perché non avrebbe ottenuto niente; in fondo, da anni ormai viveva solo coi miei soldi e non lavorava affatto.

Eppure, nel sogno liquido e surreale in cui cammino tra via Roma e le nuvole di zucchero filato, sento di essere io quella che perde, mentre mio figlio, col viso che si dissolve nei riflessi di una pozzanghera di olio doliva, mi odia ancora di più, convinto che non voglia aiutare suo padre.

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Non si è mai parlato di assegni di mantenimento, abbiamo solo concordato che avrei dato a mio marito un contributo per crescere nostro figlio, ma da anni lui vive alle mie spalle.