Non solo una tata

Non solo tata

Erano anni ormai che ripensavo a quel periodo della mia giovinezza, quando studiavo alluniversità di Firenze, immersa tra montagne di libri nella biblioteca, in ansia per quellesame di Pedagogia generale che tutti temevano. Avevo le dita che sfogliavano freneticamente gli appunti, gli occhi che scorrevano le righe sperando di trattenere il più possibile: non potevo proprio permettermi di fallire, con quel semestre già così pieno di impegni e la severità leggendaria della professoressa Mainardi che non perdonava un errore.

Fu allora che mi raggiunse la mia compagna di corso, Martina Galli. Si sedette di sbieco sul tavolo accanto a me, abbassando la voce in un sospiro:

Ti serve ancora un lavoretto, vero?

Non sollevai nemmeno la testa, solo un cenno, troppo presa dalla corsa contro il tempo. Sapeva bene che saltare le lezioni non era mai stata unopzione per me.

Sì, bofonchiai, ma col tempo che ci rimane, proprio non saprei come incastrare qualcosa

Martina sorrise. Lei mi conosceva a fondo: studio, famiglia, senso del dovere. Si prese un secondo e poi lo disse, quasi complice:

È la soluzione perfetta. Un mio vicino, Luca Serra, è rimasto vedovopoveretto, la moglie se nè andata troppo giovanee con il lavoro che fa, non ce la fa più da solo. Gli serve una tata, dal pomeriggio fino a sera, dalle quattro alle otto.

Fu lì che smisi di fingere. La guardai per bene. Sentivo il peso della responsabilitàche accudire bambini, con la loro sofferenza tutta ancora da decifrare, non sarebbe stato semplice. Malgrado tutto, io ai bambini ci tenevo da sempre: ero cresciuta con quattro fratelli minori e aiutare mia madre non era mai stato un compito pesante, anzi, aveva sempre saputo darmi gioia.

Che età hanno? domandai, sinceramente interessata.

Martina non parve sorpresa:

Gemelle, sei anni. E poi cè il fratello maggiore, Stefano, ma ha già tredici anni e tra scuola, calcio e amici aiuta poco in casa.

Lo ammetto: lidea di lavorare con dei bimbi mi allettava, ma restava anche un certo timore. Che fosse diverso prendersi cura dei propri fratelli rispetto ai figli di altri era chiaro. La domanda che mi uscì di bocca fu sincera:

Ma uno come me, al quarto anno di università e senza ancora una laurea mi prenderebbero davvero?

Martina scrollò le spalle e si fece decisa:

Certo! Luca mi ha chiesto ieri se conoscevo qualcuno. Vuoi che gli dia il tuo numero?

Ci riflettei appena un istante. Era un lavoro vicino alluniversità, con orari flessibili e bambini che sicuramente avrei imparato ad amare. Il cuore batteva fortepaura e attesa si contendevano il campo.

Va bene, dissi, prendendo un bel respiro, e la decisione era presa.

***

Ricordo ancora quella prima volta che bussai alla porta dei Serra, dentro mi sentivo ben più agitata di quanto volessi ammettere. Tutto era diverso da casa: nuova situazione, nuove regole, nuovi bambini con una storia difficile alle spalle. Avevo controllato mille volte di avere tutto in borsa: cellulare, chiavi, quaderno con appunti, una merenda per le bimbe.

La sera precedente mi ero già presentata: Luca mi aveva spiegato con calma abitudini e necessità; era gentile, tranquillo, uno di quei toscani dal sorriso facile e i modi semplici che piacciono subito. Le gemelle, Agnese e Loretta, inizialmente intimorite, avevano poco alla volta iniziato a sciogliersi, mostrandomi disegni e raccontando storielle. Già dopo pochi minuti notai che, in fondo, anche io iniziavo a sentirmi in qualche modo a casa.

Ma più di tutto, mi colpì proprio Luca. Martina non mi aveva mai accennato che fosse così affascinantealto, occhi buoni, una risata serena. E io mi ritrovai a dover combattere per non arrossire ogni volta che mi parlava.

Ricorda, è solo lavoro, mi ripetevo entrando nel cortile della scuola materna.

Le maestre sapevano che sarebbe arrivata la signorina nuova; io strinsi i denti e cercai di trasmettere sicurezza.

In giardino si sentiva un gran vociare: i bambini costruivano castelli di sabbia, saltavano, inseguivano palloni. Le gemelle erano vicine alle altalene, un po appartate. Avvicinandomi accovacciata a loro altezza, le salutai con dolcezza:

Che ne dite se andiamo a casa? Potremmo preparare una merenda golosa

Agnese studiò i miei occhi, pensierosa:

Cosa prepari? mi chiese sospettosa.

Finsi di riflettere.

Frittelle con la marmellata? O magari biscotti al cioccolato?

Loretta si illuminò:

I biscotti! Quelli con i pezzetti di cioccolato!

Sorrisi.

Allora deciso! Andiamo?

Piano piano mi diedero la mano. In quel momento il mio nervosismo svanì per fare posto a una calma dolce.

Quelle bambine, anche se minuscole, trasmettevano qualcosa che mi entrò dentro subito. Mi tornarono in mente le parole di Stefano, il fratello maggiore, che la sera prima mi aveva parlato sottovoce, tirando giù la maglietta con imbarazzo:

Prima erano allegre, sempre pronte ad abbracciare tutti. Poi, da quando mamma non cè più, sembrano chiuse, come se pensassero di aver sbagliato qualcosa. Piangevano spesso, mi chiedevano Siamo state cattive, è per questo che mamma se nè andata via?. Papà ed io abbiamo provato a spiegare che la mamma li voleva bene ma sembrano non crederci più.

Mi si strinse il cuore quando raccontò che la nonna, che aiutava tanto, si era anche lei ammalata. Così Luca era stato costretto a cercare una tata.

Avevo ascoltato Stefano, promettendo di fare il possibile affinché le sue sorelline tornassero a sorridere.

***

Il tempo passò in fretta e in pochi mesi tutto cambiò. Le gemelle mi aspettavano ogni giorno con entusiasmo, mi abbracciavano strette, si confidavano non volevano mai che me ne andassi, specie alla sera.

Ricordo quella sera limpida di aprile, quando stavo sistemando la stanza e intonando sottovoce una canzone insegnata a scuola. Le due mi osservavano dal divano con occhi gonfi.

Resta con noi! esclamò improvvisamente Agnese, abbracciandomi in un impeto, la guancia stretta contro la gonna.

Risi, chinandomi su di lei e carezzandole i capelli.

Devo andare a studiare, domani ho lezione risposi rassicurante ma torno presto e allora faremo ancora biscotti insieme!

Loretta mi piombò addosso, stringendo anche lei forte:

Ci manchi già! sentenziò con quella schiettezza che solo i bambini sanno avere.

Mi inginocchiai per essere alla loro altezza.

E poi dove dormirei? chiesi giocosa. Nella vostra stanza ormai non ci si sta!

Agnese trattenne il fiato, poi scattò gioiosa:

Nel lettone di papà cè posto per tutti!

Loretta subito ad aggiungere:

Tanto papà lavora fino a tardi, non gli dispiace!

Feci fatica a non ridere. Ero commossa dalla loro sincerità: in fondo, desideravano solo non sentirsi abbandonate unaltra volta. Le accarezzai con dolcezza.

Siete dolcissime. Ma ora davvero devo andare, vi prometto che domani arrivo prima e prepariamo anche i cantucci!

Sistemammo i giochi e, mentre le lavavo per la notte, pensai tra me quanto mi ero ormai affezionata a queste due creature così fragili e determinate allo stesso tempo.

Se devo essere sincera, quellinsinuazione innocentedormire nella stanza di Lucami aveva profondamente turbata. Sapevo bene che le bimbe non volevano dire nulla di malizioso Ma nella mia testa, in quel momento, si affacciarono immagini di una casa riscaldata dalla presenza di Luca, dalla sua voce pacata, dalla sua compagnia davanti a un tè, la sera.

Mi sforzai di scacciare ogni pensiero fuori luogo. È solo lavoro, mi ripetei. Solo lavoro. Raccolsi in fretta le mie cose, salutai le gemelle e scesi le scale quasi di corsa, con le guance ancora accaldate.

Stefano, che mi aveva vista, rise tra sé. Da tempo aveva capito che qualcosa stava cambiando nellaria: il sorriso di suo padre quando tornava a casa, il modo in cui le mie guance si tingevano di rosa. E si chiedeva perché né io né Luca trovassimo il coraggio di fare il primo passo.

Quella sera, appena Luca rientrò, Stefano approfittò che le gemelle erano di là e affrontò il padre di petto:

Papà, ma che aspetti? Non lhai capito che la tata ti piace? quasi borbottò, con la sicurezza spavalda degli adolescenti.

Luca si confuse, prese tempo:

Ma che dici, Stef? Lei si prende cura delle tue sorelle, ci sta bene, basta così

Il ragazzo scosse la testa:

Anche a lei piaci, è scritto in faccia. Invitala almeno a prendere un gelato con noi!

Luca rimase a pensare, arrossendo leggermente. Era evidente, anche a lui accadeva qualcosa dentro che gli sottraeva il controllo a cui era abituato.

Non è così semplice provò ad argomentare. Non vorrei rovinare ciò che siamo riusciti a ricostruire. Se la famiglia si spezza di nuovo per colpa mia, non me lo perdonerei.

Stefano non mollò, serio:

Non la perdi, se la tratti con rispetto. Comincia con cose semplici: una passeggiata, un’uscita tutti insieme. Vedrai che funziona.

Il padre parve rassicurato. Poche settimane dopo Luca organizzò una gita in un agriturismo fuori città: noi cinque, giochi, risate, e per la prima volta stetti seduta vicino a lui senza provare imbarazzosolo una bella sensazione di appartenenza.

Quella serata segnò la svolta. Dora in avanti, uscite in gelateria, pomeriggi nei giardini Boboli, pizzate la domenica Tutto diventava un motivo per stare insieme.

Il passare dei mesi ci unì ancora di più. Mi accorsi che i confini tra tata e famiglia erano dissolti; sia Luca che io ci ritrovammo a confidare sogni e paure uno accanto allaltra, la sera, tra una tazza di tisana e il sussurro delle cicale dalla finestra aperta.

Finalmente una sera, dopo aver rassettato la cucina, Luca mi prese la mano:

Non posso più immaginare la mia vita senza di te, disse piano. Ti amo, Elisa, e ti vorrei nella nostra famiglia. Vuoi sposarmi?

Avrei voluto dirlo da sempre. Sorrisi tra le lacrime.

Anche io ti amo, risposi, e insieme a voi ho trovato una casa.

***

Il matrimonio fu una festa semplice e piena di allegria, in una trattoria sui colli senesi, tra i profumi dellestate e la luce che dorava la campagna. Non cerano parenti da ogni dove o abiti sontuosi: solo le persone che ci volevano davvero bene. Le gemelle, in abiti color crema, facevano a gara nel lanciare petali ai piedi degli sposi; Stefano, orgoglioso, non si staccava mai da noi altri se non per strizzare locchio a qualche cugina della mia parte di famiglia.

Quando scendemmo in piazza per il lancio del riso, Agnese mi sussurrò:

Sei la principessa che sognavo

Loretta aggiunse, con tono da esperta:

ma anche la mamma che ci mancava.

Dopo pranzo ci fu una torta, le risate, le urla festose dei bambini, le tovaglie bianche e i regali fatti col cuore. Quella notte, prima di tornare a casa, restai con Luca a guardare i cipressi scuri contro il cielo stellato.

È stata la giornata più felice della mia vita, gli dissi.

Mi strinse, rassicurante.

E vedrai che non sarà lultima, Elisa. Insieme, ce ne saranno moltissime altre ancora.

E in quello sguardo cera la promessa di una felicità fatta di gesti semplici, mani intrecciate, e di un amore nato proprio là dove dolore e speranza si intrecciavano come le fronde degli ulivi della nostra terra.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

14 + twenty =

Non solo una tata