Non te la sei meritata

Non ti sei meritata

Dopo il divorzio, ero sicuro che non avrei più saputo fidarmi di nessuno raccontavo, facendo girare tra le dita una tazza vuota despresso. La voce si spezzò senza che lo volessi, tanto che Giulia si avvicinò istintivamente. Sai, quando vieni tradito, è come se ti strappassero via una parte dellanima. Mi ha lasciato una ferita profonda, forse impossibile da rimarginare. Credevo che non ce lavrei mai fatta a rimettermi in piedi…

Con un lungo sospiro, continuai per un bel po’. Parlavo della mia ex moglie che non riusciva ad apprezzarmi. Del dolore che non mi lasciava in pace, della paura di ricominciare tutto daccapo. Ogni parola sembrava posarsi su Giulia come una pietra calda; mi piaceva pensare che sognasse già di essere lei la donna capace di ridarmi fiducia nellamore, di guarire insieme a me, di farmi capire che la vera felicità fosse possibile solo accanto a lei.

La prima volta che nominai Riccardo, fu al secondo appuntamento, fra il dolce e unaltra tazzina di caffè…

Sai, ho anche un figlio. Ha sette anni. Vive con la madre, ma ogni fine settimana resta con me. Così ha deciso il giudice.
Ma che bello! rispose Giulia con il suo sorriso luminoso. I bambini sono una benedizione.

Credo si sia già fatta dei film: colazioni del sabato mattina in tre, gite al parco, lunghe serate passate insieme davanti alla TV. Immaginava che il bimbo avesse bisogno di una presenza materna, di attenzioni femminili. E che sarebbe stata lei a fargli da seconda mamma non una sostituta, ma una persona di famiglia.

Sicura che non ti dispiace? la fissai con una mezza smorfia, che allora prese per diffidenza. Tante donne scappano appena sentono che ho un figlio.
Io non sono tante donne rispose con fierezza.

…Quel primo weekend con Riccardo fu una piccola festa. Giulia preparò i pancake ai mirtilli come le avevo detto che li adorava. Poi si mise pazientemente ad aiutarlo coi compiti di matematica, lavò la sua maglietta con i dinosauri, stirò la divisa della scuola, e verso le nove di sera si assicurò che Riccardo fosse già a letto.

Tu dovresti riposare mi disse una sera, vedendomi spaparanzato sul divano col telecomando in mano. Ci penso io.

Annuii, grato o perlomeno così pensò lei. Ora so che era il cenno dintesa del padrone che dà per scontata la gentilezza altrui.

…I mesi scorrevano in anni. Giulia lavorava come responsabile in una ditta di trasporti. Usciva alle otto e tornava alle sette di sera. Lo stipendio era discreto, almeno per Milano. Bastava per due. Ma noi eravamo in tre.

Anche quel cantiere è in ritardo sospiravo, recitando la solita parte. Il committente se nè lavato le mani. Però presto arriva un contratto importante, te lo prometto.

Questo contratto grande era una promessa che aleggiava da un anno e mezzo, si avvicinava e allontanava come un miraggio, ma non si concretizzava mai. Intanto però le bollette arrivavano puntuali: affitto, luce, internet, alimentari, assegni di mantenimento per Laura, la madre di Riccardo. Scarpe nuove per Riccardo, contributi per la scuola…

Giulia pagava tutto in silenzio. Risparmiava sul pranzo, portava da casa il contenitore di pasta, rinunciava al taxi anche sotto la pioggia. Dallestetista non metteva piede da più di un anno si limava le unghie da sola, cercando di non pensare ai tempi in cui si concedeva di più.

In tre anni, le ho regalato dei fiori soltanto tre volte. Ricorda ancora ogni mazzo: rose comprate nel chiosco fuori dalla metro, già un po appassite, con qualche spina spezzata. Sicuramente erano in saldo.

La prima volta glieli portai per scusarmi dopo averla chiamata isterica davanti a Riccardo. La seconda, dopo una lite perché una sua amica era venuta a trovarci senza preavviso. La terza, quando non mi presentai al suo compleanno mi ero dimenticato, trattenuto dagli amici.

Andrea, non mi servono regali costosi mi disse un giorno con voce lieve, studiando bene le parole, ma ogni tanto vorrei sapere che ti ricordi di me. Anche solo un biglietto…

Il mio volto si indurì di colpo.

Quindi è solo una questione di soldi, eh? Di regali? E lamore dove lo metti? Ti sei mai chiesta quello che ho passato?
Non intendo questo…
Non te li sei meritati. Le sputai queste parole addosso, quasi fosse fango. Dopo tutto quello che faccio per te, hai pure il coraggio di lamentarti?

Giulia tacque. Come sempre. Trovava fosse più semplice così. Più facile vivere, più facile respirare, più facile fingere che andasse tutto bene.

Eppure, quando gli amici mi invitavano fuori, i soldi saltavano fuori come per magia. Un bar, una partita in TV, una birra il giovedì sera. Tornavo tardi, allegro, puzzando di fumo e sudore, piombando nel letto senza accorgermi che Giulia era ancora sveglia.

Si ripeteva che era giusto così. Che amare significa sacrificarsi. Che dovevo solo aspettare, lui sarebbe cambiato. Ancora un po, ancora più cura, più amore… Dopotutto, quanto aveva sofferto…

Parlare di matrimonio era come avanzare sul campo minato.

Ma dai, stiamo già bene così, a che serve la carta? schivavo il discorso come una zanzara fastidiosa. Dopo ciò che ho passato con Laura, ho bisogno di tempo.
Sono tre anni, Andrea. Tre sono tanti.
Mi stai mettendo pressione. Sempre! E se ne usciva dalla stanza, chiudendo la questione senza risposte.

Giulia avrebbe voluto avere un figlio suo. Di sangue. Aveva ventotto anni; il suo orologio biologico scandiva ticchettii sempre più forti. Ma io non avevo intenzione di diventare padre una seconda volta: avevo già Riccardo, era abbastanza.

Un sabato mi chiese solo una giornata libera. Nientaltro.

Le ragazze mi hanno invitata da loro. Era tanto che non ci vedevamo. Rientro stasera.

La guardai come se avesse appena detto di voler emigrare allaltro lato del mondo.

E Riccardo?
Sei suo padre. Passa una giornata con tuo figlio.
Quindi ci abbandoni? Di sabato? Proprio quando contavo di riposarmi?

Giulia batté le palpebre, incredula. In tre anni non aveva mai lasciato me e Riccardo da soli. Mai chiesto una giornata per sé. Cucina, pulizie, compiti, bucato tutto gestito come una seconda professione, dopo il lavoro vero.

Vorrei solo vedere le mie amiche. Qualche ora E parliamo di tuo figlio, Andrea. Non puoi tenerlo tu per un giorno?

DEVI amare mio figlio come ami me! gridai allimprovviso. Vivi nel mio appartamento, mangi il mio cibo, e ora hai anche il coraggio di dare ordini?!

Il mio appartamento. Il mio cibo. Ma era lei a pagare laffitto. Era lei che faceva la spesa, con il suo stipendio. Da tre anni Giulia manteneva un uomo che urlava per aver desiderato una serata tra amiche.

La vidi come fosse la prima volta: il volto contratto, la vena che pulsava sulla tempia, le mani strette a pugno. Non era una povera vittima. Non era unanima persa da salvare, ma un uomo cresciuto che aveva imparato ad approfittarsi della bontà altrui. Per me, Giulia era una banca e una colf gratuite. Tutto qui.

Quando uscii per accompagnare Riccardo da Laura, Giulia prese una borsa da viaggio. Le mani si muovevano sicure: nessun tremito, nessun dubbio. Documenti. Telefono. Caricatore. Due magliette. Un paio di jeans. Il resto si compra. Il resto non conta.

Non lasciò nessun biglietto. Cosa cera da spiegare a chi non ti considera?

La porta si chiuse silenziosamente alle sue spalle. Niente drammi inutili.

Le chiamate cominciarono dopo unora. Una, poi unaltra, poi a temporale fitto il cellulare vibrava senza sosta.

Giulia, dove sei?! Cosa succede?! Torno a casa e non ti trovo! Ma che ti salta in mente?! E la cena? Devo restare a digiuno? Che modi sono questi?!

Quella voce la ascoltò arrabbiata, esigente, piena di finta indignazione e si stupì. Anche ora che se nera andata, io pensavo solo a me stesso. Al mio disagio, a chi mi avrebbe preparato cena. Nessun scusami. Nessun che ti è successo?. Solo, come hai osato.

Giulia mi bloccò ovunque: cellulare, chat, social. Un muro dove non potevo più arrivare.

Tre anni. Tre anni vissuti con una persona che non la rispettava. Che usava la sua bontà per convenienza. Che la convinceva che sacrificarsi fosse amare davvero.

Ma lamore non è rinuncia cieca. Lamore non umilia e non trasforma nessuno in uno zerbino o in una domestica.

Quella sera, camminando per le vie tranquille di Milano, Giulia sentì per la prima volta da tanto tempo un respiro leggero. Si promise: mai più confondere lamore con lannullarsi per qualcuno. Mai più credere di poter salvare chi vuole solo compassione.

Scegliersi sempre. Prima di tutto. Questa è stata la mia lezione: nella vita, il rispetto per sé stessi viene prima di ogni altra cosa.

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