Non ti aspettavamo Il nostro papà, tuo per me e per la Mascia, era partito chissà dove per lavorare e sparì quando io ero in quinta elementare e la mia sorellina in prima. A essere precisi, questa volta scomparve senza lasciare tracce. Prima, invece, spariva solo per mesi. Lui e la mamma non erano sposati, era un vero spirito libero, sempre in giro per l’Italia, tornava quando ne aveva voglia, ma portava sempre regali e soldi. La mamma lo sopportava perché ne era innamorata cotta. — Vladimiro, torna presto — lo supplicava. — Su, dai, non fare la melodrammatica. Aspettami e arriva qualche regalo. La baciava svogliatamente e spariva. Quando non c’era lui, ci badava lo zio Nicola. Secondo me la mamma gli piaceva, ma non lo diceva mai. Non la corteggiava mai apertamente. Ma noi potevamo sempre contare su di lui. — Ehi Taisia, tutto bene? I piccoli come stanno? — ci chiedeva entrando in casa. — Evviva, è arrivato zio Nicola! — io gridavo e correvo ad abbracciarlo. — Ciao Denis — mi stringeva forte. A dirla tutta, avrei preferito lui come padre. Nei weekend ci portava al parco mentre la mamma si riposava. A volte veniva anche lei. Altre volte preferiva restare a casa a pensare alla sua complicata vita da donna. Quando sono cresciuto, zio Nicola ci ha portato una parete da ginnastica da montare in corridoio. Il papà non si faceva vedere da quasi sei mesi. Io aiutavo Nicola ad avvitare gli attrezzi e Mascia ci guardava, curiosa di come sistemava la sbarra, la corda, gli anelli. — Zio, ma tu perché non ti sposi? Sei così bravo di mani, ti ruberebbe qualsiasi donna! — disse Mascia, già saggia come una donna di esperienza. Quella saggezza le veniva dagli spifferi delle chiacchiere tra la mamma e le amiche. — Non mi piace nessuna, Maria. Quando trovo quella giusta, mi sposo. — E i figli tuoi non li vuoi? Mascia allargò le braccia in modo buffo. Nicola posò gli attrezzi e rispose serio: — Per ora mi bastate voi. E tu vuoi forse liberarti di me? — strizzando gli occhi. Mascia non era scema. — Io?! Ma figurati, zio. A me fai sempre piacere. La sera le chiesi: — Ma tu lo stuzzichi troppo. Si offende e poi smette di venire. — Papà porta i regali — rispose lei sognante. — Arriverà presto, vedrai. — Uff, sciocca! Sei venduta per i regali. Sai quanto costano gli attrezzi che ci porta Nicola? — A me che importa? Voglio i vestitini e le bambole. Mica sono una scimmia come te, a scalare le sbarre! Quella volta papà non arrivò. Un giorno lo zio entrò e si chiuse in cucina con mamma. Le diceva qualcosa e la mamma piangeva di gusto. — Taisia, dai, non piangere. Non vi abbandono. Sai com’è lui, no? Sempre a cercare il meglio per sé. Mamma cominciò a singhiozzare forte, come una lamentazione, poi singhiozzò a lungo. Nicola continuava ad essere presente, come prima. Aiutava, aggiustava, portava a spasso noi ragazzi. Un giorno trovò il coraggio di dichiararsi. Io ascoltavo senza scrupoli, nascosto dietro la porta. — Nicola, io non ti servo! Sei un uomo troppo bravo, dovresti essere felice davvero. — Sono io a decidere chi mi serve — rispose ostinato Nicola. — E se lui torna? Nicola rimase zitto. — Io comunque lo aspetterò. Lo amo, Nicola! Non posso farci niente. Sei sicuro di volere una come me, senza cuore? Me ne andai in punta di piedi. Avrei ammazzato la mamma! Che donna sciocca. Trova chi amare e chi aspettare! Che rabbia. Si è andato avanti così. Mascia era tutta suo padre: dove si mangia bene, si sta bene. Come potevo biasimarla? Anche lei aveva capito che papà e i regali non sarebbero tornati. Nicola si impegnava e lavorava per noi. Mamma gli diede un figlio, Vadim. Nicola era al settimo cielo. Si sposarono e tutto prese a sistemarsi. Mi diplomai senza debiti e dovevo entrare all’università. La mamma era felice come una Pasqua. — Avremo uno studioso in famiglia, Nicola? — E noi allora? Non siamo mica da meno. — Dai, smettetela! Studioso, figurati — arrossii. — Versatemi un po’ di spumante, che non ho mai assaggiato. — Non dire scemenze, l’hai già preso — scherzava Mascia e io le facevo il muso. Vadim, il piccolo, scavalcava tutto e cercava di distruggere il tavolo. Nicola lo prese sulle ginocchia. — Ehi, figliolo, comportati bene. Non sei più un bebè! Vadim subito afferrò il cucchiaio e lo mise sul naso, facendo il buffone. Tutti risero. — Ma chi suona alla porta? — disse Mascia, sospettosa. La mamma aprì e fece qualche passo indietro. Nella soglia apparve il papà. Cadde il silenzio. Lui guardò tutti e disse: — Beh? Continuate pure la festa. Noi zitti. Vadim scese dalle ginocchia di Nicola e andò verso il nuovo signore. Il papà non gli badò, mentre la mamma lo afferrò e lo tenne stretto come uno scudo. Nicola si alzò traballando. — Dove vai? — chiese la mamma, con voce strana. — Ho bisogno d’aria. Uscì, superando il fratello con una spinta. Io mi alzai per seguirlo. Mascia dietro a me. — Figlia, guarda che vestiti belli ti ho portato — offrì papà. Ma Mascia non lo guardò neppure. Mi raggiunse nel corridoio e sussurrò: — Tu segui Nicola, io resto qui e ascolto cosa succede. — Ma… — Dai, Denis! Sei tu il migliore a fare la spia! Eh, aveva ragione! Mi appostai nel corridoio, temendo che la mamma alla fine… avesse avuto quello che aspettava: l’amore della sua vita. E cosa succederà ora alla nostra famiglia? — Taisia, allora ti sei sposata con Nicola? — chiese papà, cattivo. Mamma zitta. — Taisia… ormai è passato, non importa. Sono tornato! Si sentì un trambusto, uno schiaffo, il pianto di Vadim. — Vai via, Vladimir… fuori di qui. — Taisia, ma che ti prende? — Basta. Ho deciso. Vai via. Nessuno ti aspettava. — Menti. Ti vedo dagli occhi. Gli occhi non mentono. — Ho detto tutto. — tagliò mamma. Papà uscì subito dopo, mi trovò lì. — Spiamo, eh? Sei furbo, andrai lontano. Non me ne fregava niente di ciò che pensava di me. Entrai in soggiorno, immaginando la mamma disperata. Invece consolava Vadim, sistemava capelli e tavolo come se niente fosse. Come Giulio Cesare. — Mamma mia, ci stava rovinando la festa, eh? — sorrise appena — Ma dove sono ora? Vadim aveva già dimenticato la litigata, e spostava una sedia allegro. Uscii sul pianerottolo. Mascia e Nicola stavano seduti nel parchetto di fronte, lei abbracciata al suo braccio con la testa sulla sua spalla, come temesse che lui sparisse se lo lasciava andare. Mi avvicinai e li guardai. Avevo voglia di dire quello da tanto tempo. Girai intorno alla panchina, fissai il volto perso di Nicola: — Papà, dai, basta stare qua. Torniamo a casa, mamma ci chiama. Le mani di Nicola tremavano. Mascia subito gli pose sopra le sue manine. Alzò la testa, lo guardò: — Sì, andiamo a casa, papà. E siamo tornati. In fondo, era una festa: il mio diploma.

Non se lo aspettavano

Papà, il nostro con me e Mariella, è partito un giorno per cercare lavoro e da allora è sparito, proprio quando ero in quinta elementare e mia sorella in prima. Dopo quellultima volta non si è fatto più vedere. Prima era soltanto scomparso per mesi, tornando quando gli pareva, sempre con qualche regalo e una manciata di euro nelle tasche. Non erano sposati lui e la mamma; papà era uno spirito libero, un po’ zingaro, e girava per lItalia da nord a sud, senza mai fermarsi troppo a lungo. La mamma lo perdonava sempre, accecata da un amore che le toglieva il respiro.

Volodino mio, torna presto gli sussurrava mentre lui si allontanava.

Dai, non essere malinconica. Abbi pazienza: torno con qualche sorpresa rispondeva lui, dandole un bacio distratto prima di svanire per mesi.

Quando papà era via, ci badava suo fratello, zio Nicola. Non ha mai fatto allusioni, né ha mostrato attenzioni fuori dal comune alla mamma, ma secondo me, forse lei gli piaceva. In ogni caso noi potevamo sempre contare su di lui.

Come va qui, Tiziana? mi ricordo che chiedeva entrando in casa. I piccoli come stanno?

Evviva, è arrivato zio Nicola! gridavo correndo ad abbracciarlo.

Ciao, Daniele rispondeva lui, stringendomi forte un secondo.

Avrei voluto che fosse lui nostro padre. Nei fine settimana zio Nicola portava me e Mariella a passeggiare, mentre mamma riposava. Qualche volta veniva con noi, altre preferiva restare in casa, immersa nei suoi pensieri da donna affranta.

Quando ero cresciuto un po, zio Nicola portò a casa una parete darrampicata da ginnastica e la montò nel corridoio. Papà ormai non si vedeva da quasi sei mesi. Io lo aiutavo a fissare i ferri, mentre Mariella guardava da lontano, seguendo con curiosità le movenze decise di zio Nicola.

Zio, ma perché non ti sposi mai? Sei così bravo con le mani, ti innamorerebbero tutte! commentò Mariella, con la saggezza fuori misura che solo alcune bambine italiane possiedono.

Quella saggezza, suppongo, le veniva dalle chiacchiere ascoltate di nascosto tra la mamma e le sue amiche.

Non mi piace nessuna, Mariella. Quando troverò quella giusta, mi sposerò.

Ma non ti piacerebbe avere dei figli tuoi?

Mariella aprì le braccia con quella gestualità tipicamente mediterranea.

Zio Nicola posò gli attrezzi e disse serio:

Per ora mi bastate voi. Ma tu che fai, vuoi già liberarti di me? scherzò socchiudendo gli occhi.

Mariella non era una sciocca.

Ma figurati! spalancò gli occhi. Io sono sempre felice se vieni.

Quella sera chiesi a Mariella:

Perché lo stuzzichi così? Se si offende e non viene più?

Papà porta i regali sospirò lei. Sicuro che arriverà presto.

Sei proprio una sciocca. Ti compra con i regali. Lo sai quanto costa la parete che ci ha messo zio Nicola?

A me non interessa, io voglio i vestiti nuovi e le bambole. Non sono mica una scimmia a girare sui suoi attrezzi.

Ma questa volta papà non tornò. Un giorno zio Nicola venne e si chiuse in cucina con la mamma. Cercava di parlarle, mamma piangeva.

Tizi, non piangere. Non vi lascio soli. Lo conosci tu, lui cerca sempre il posto più comodo provava a consolarla.

Mamma si mise proprio a piangere sul serio, urlando, e poi pianse a lungo.

Zio Nicola veniva ancora come sempre: aiutava, riparava, ci portava fuori. Un giorno si fece coraggio. Parlò con la mamma dei suoi sentimenti. Io ascoltavo senza rimorsi.

Nicolò, ma io non ti merito! Sei un bravuomo, meriti la vera felicità.

Lo so io chi mi serve, Tiziana ribatté lui, testardo.

E se lui dovesse ritornare?

Nicola non rispose.

Io lo aspetterò comunque. Lo amo, Nicola! Non ci posso fare niente. Se pensi che una così come me ti vada bene, senza cuore

Io mi allontanai sulla punta dei piedi. Avrei voluto urlare. Che sciocca mia madre, davvero. Proprio lei trovava chi amare e chi aspettare.

Così abbiamo vissuto. Mariella, lei era tutta come papà: dove cè da mangiare si accoccola. Come darle torto? Aveva capito ormai che papà con i regali non sarebbe tornato. Zio Nicola si faceva in quattro per la famiglia. Mamma gli ha dato un figlio: Valerio. Nicola era felicissimo. Si sono sposati e tutto ha preso il ritmo giusto.

Mi sono diplomato senza brutti voti e avrei potuto entrare all’università senza dover pagare la retta. Mamma era raggiante.

Finalmente un dottore in famiglia, eh Nicola?

Eh già, non siamo mica gente da poco, noi.

Basta, dai! Quale dottore? diventavo rosso e cambiavo argomento. Fatemi bere un po di prosecco, dai, per festeggiare.

Come se non lavessi mai assaggiato sbuffava Mariella, mentre io la minacciavo con lo sguardo.

Valerio si arrampicava ovunque, tentando di salire sul tavolo e distruggere tutto. Nicola lo afferrò e lo piazzò sulle ginocchia.

Dai su, comportati bene, sei grande ormai!

Valerio prese subito un cucchiaio dal tavolo e se lo mise sul naso incrociando gli occhi: tutti scoppiarono a ridere.

Suonano alla porta? chiese Mariella, tendendo le orecchie.

Mamma aprì e si ritrasse di colpo. Nel vano della porta comparve papà. Si fece un gran silenzio. Guardò in giro e disse:

Continuate pure la festa.

Nessuno parlava. Valerio si staccò da Nicola e andò verso il nuovo arrivato. Papà non lo considerò affatto. Mamma afferrò Valerio e se ne fece scudo. Nicola si sollevò e traballò.

Dove vai? chiese mamma con voce tremante.

Devo devo prendere aria.

E uscì, spostando il fratello con una spalla. Io mi alzai per seguirlo, Mariella dietro di me.

Guarda che vestiti alla moda ti ho portato, tesoro disse papà allora.

A sorpresa, Mariella non lo degnò di uno sguardo. Mi raggiunse nel corridoio e mi bisbigliò nellorecchio.

Dai, io vado dietro a Nicola. Tu resta qui e ascolta.

Ma

Dai, Dani! Sei più bravo tu a origliare!

Accidenti. Ma aveva ragione. Davvero, dovrei fare la spia.

Mariella uscì dietro a Nicola, io mi fermai in corridoio, impaurito dallidea che mamma finalmente avesse ottenuto quello che voleva. Lamore della sua vita. E ora? Che fine avrebbe fatto la nostra famiglia?

Tizi, ma che sei matta? Ti sei sposata Nicola? domandò papà con tono velenoso.

Mamma taceva.

Tiziana dai, è successo e basta. Nel mondo chi non ha sbagliato? Non importa. Ora sono tornato!

Rumore di strepiti, un ceffone, il pianto di Valerio spaventato.

Vai via, Vladimiro vattene sibilò mamma.

Tizi, ma che capricci fai?

E basta! Ho detto vai. Non ti ha aspettato nessuno qui.

Non ci credo. Ti leggo dagli occhi. Gli occhi non mentono.

Ma io ho detto quello che dovevo. tagliò corto lei.

Papà se ne andò dopo poco, mi vide nel corridoio.

Stai origliando? Eh, farai strada tu.

Ma di lui non mi importava più nulla. Tornai nella stanza pensando che mamma fosse distrutta. Invece stava rassicurando Valerio, sistemandosi i capelli e preparando la tavola come Giulio Cesare.

Uff. Quasi ci rovinava la festa, eh? sorrise la mamma, un po storta. Dove sono gli altri?

Valerio aveva già dimenticato tutto, trascinava una sedia felice.

Uscii in strada. Mariella e Nicola erano seduti sulla panchina del parco. Lei gli stringeva il braccio e appoggiava la testa sulla sua spalla, temendo che, mollando la presa, lo avrebbe perso. Mi avvicinai da dietro, li guardai. Era tanto che volevo dirlo. Girai intorno, fissai il volto smarrito di Nicola:

Dai, papà, smettila di stare qui. Torniamo a casa. La mamma ci chiama.

A Nicola tremavano le mani. Mariella ci poggiò le sue sopra e sollevò il viso:

Davvero, vieni con noi papà?

E siamo tornati. Dopotutto, era la mia festa: avevo finito la scuola.

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Non ti aspettavamo Il nostro papà, tuo per me e per la Mascia, era partito chissà dove per lavorare e sparì quando io ero in quinta elementare e la mia sorellina in prima. A essere precisi, questa volta scomparve senza lasciare tracce. Prima, invece, spariva solo per mesi. Lui e la mamma non erano sposati, era un vero spirito libero, sempre in giro per l’Italia, tornava quando ne aveva voglia, ma portava sempre regali e soldi. La mamma lo sopportava perché ne era innamorata cotta. — Vladimiro, torna presto — lo supplicava. — Su, dai, non fare la melodrammatica. Aspettami e arriva qualche regalo. La baciava svogliatamente e spariva. Quando non c’era lui, ci badava lo zio Nicola. Secondo me la mamma gli piaceva, ma non lo diceva mai. Non la corteggiava mai apertamente. Ma noi potevamo sempre contare su di lui. — Ehi Taisia, tutto bene? I piccoli come stanno? — ci chiedeva entrando in casa. — Evviva, è arrivato zio Nicola! — io gridavo e correvo ad abbracciarlo. — Ciao Denis — mi stringeva forte. A dirla tutta, avrei preferito lui come padre. Nei weekend ci portava al parco mentre la mamma si riposava. A volte veniva anche lei. Altre volte preferiva restare a casa a pensare alla sua complicata vita da donna. Quando sono cresciuto, zio Nicola ci ha portato una parete da ginnastica da montare in corridoio. Il papà non si faceva vedere da quasi sei mesi. Io aiutavo Nicola ad avvitare gli attrezzi e Mascia ci guardava, curiosa di come sistemava la sbarra, la corda, gli anelli. — Zio, ma tu perché non ti sposi? Sei così bravo di mani, ti ruberebbe qualsiasi donna! — disse Mascia, già saggia come una donna di esperienza. Quella saggezza le veniva dagli spifferi delle chiacchiere tra la mamma e le amiche. — Non mi piace nessuna, Maria. Quando trovo quella giusta, mi sposo. — E i figli tuoi non li vuoi? Mascia allargò le braccia in modo buffo. Nicola posò gli attrezzi e rispose serio: — Per ora mi bastate voi. E tu vuoi forse liberarti di me? — strizzando gli occhi. Mascia non era scema. — Io?! Ma figurati, zio. A me fai sempre piacere. La sera le chiesi: — Ma tu lo stuzzichi troppo. Si offende e poi smette di venire. — Papà porta i regali — rispose lei sognante. — Arriverà presto, vedrai. — Uff, sciocca! Sei venduta per i regali. Sai quanto costano gli attrezzi che ci porta Nicola? — A me che importa? Voglio i vestitini e le bambole. Mica sono una scimmia come te, a scalare le sbarre! Quella volta papà non arrivò. Un giorno lo zio entrò e si chiuse in cucina con mamma. Le diceva qualcosa e la mamma piangeva di gusto. — Taisia, dai, non piangere. Non vi abbandono. Sai com’è lui, no? Sempre a cercare il meglio per sé. Mamma cominciò a singhiozzare forte, come una lamentazione, poi singhiozzò a lungo. Nicola continuava ad essere presente, come prima. Aiutava, aggiustava, portava a spasso noi ragazzi. Un giorno trovò il coraggio di dichiararsi. Io ascoltavo senza scrupoli, nascosto dietro la porta. — Nicola, io non ti servo! Sei un uomo troppo bravo, dovresti essere felice davvero. — Sono io a decidere chi mi serve — rispose ostinato Nicola. — E se lui torna? Nicola rimase zitto. — Io comunque lo aspetterò. Lo amo, Nicola! Non posso farci niente. Sei sicuro di volere una come me, senza cuore? Me ne andai in punta di piedi. Avrei ammazzato la mamma! Che donna sciocca. Trova chi amare e chi aspettare! Che rabbia. Si è andato avanti così. Mascia era tutta suo padre: dove si mangia bene, si sta bene. Come potevo biasimarla? Anche lei aveva capito che papà e i regali non sarebbero tornati. Nicola si impegnava e lavorava per noi. Mamma gli diede un figlio, Vadim. Nicola era al settimo cielo. Si sposarono e tutto prese a sistemarsi. Mi diplomai senza debiti e dovevo entrare all’università. La mamma era felice come una Pasqua. — Avremo uno studioso in famiglia, Nicola? — E noi allora? Non siamo mica da meno. — Dai, smettetela! Studioso, figurati — arrossii. — Versatemi un po’ di spumante, che non ho mai assaggiato. — Non dire scemenze, l’hai già preso — scherzava Mascia e io le facevo il muso. Vadim, il piccolo, scavalcava tutto e cercava di distruggere il tavolo. Nicola lo prese sulle ginocchia. — Ehi, figliolo, comportati bene. Non sei più un bebè! Vadim subito afferrò il cucchiaio e lo mise sul naso, facendo il buffone. Tutti risero. — Ma chi suona alla porta? — disse Mascia, sospettosa. La mamma aprì e fece qualche passo indietro. Nella soglia apparve il papà. Cadde il silenzio. Lui guardò tutti e disse: — Beh? Continuate pure la festa. Noi zitti. Vadim scese dalle ginocchia di Nicola e andò verso il nuovo signore. Il papà non gli badò, mentre la mamma lo afferrò e lo tenne stretto come uno scudo. Nicola si alzò traballando. — Dove vai? — chiese la mamma, con voce strana. — Ho bisogno d’aria. Uscì, superando il fratello con una spinta. Io mi alzai per seguirlo. Mascia dietro a me. — Figlia, guarda che vestiti belli ti ho portato — offrì papà. Ma Mascia non lo guardò neppure. Mi raggiunse nel corridoio e sussurrò: — Tu segui Nicola, io resto qui e ascolto cosa succede. — Ma… — Dai, Denis! Sei tu il migliore a fare la spia! Eh, aveva ragione! Mi appostai nel corridoio, temendo che la mamma alla fine… avesse avuto quello che aspettava: l’amore della sua vita. E cosa succederà ora alla nostra famiglia? — Taisia, allora ti sei sposata con Nicola? — chiese papà, cattivo. Mamma zitta. — Taisia… ormai è passato, non importa. Sono tornato! Si sentì un trambusto, uno schiaffo, il pianto di Vadim. — Vai via, Vladimir… fuori di qui. — Taisia, ma che ti prende? — Basta. Ho deciso. Vai via. Nessuno ti aspettava. — Menti. Ti vedo dagli occhi. Gli occhi non mentono. — Ho detto tutto. — tagliò mamma. Papà uscì subito dopo, mi trovò lì. — Spiamo, eh? Sei furbo, andrai lontano. Non me ne fregava niente di ciò che pensava di me. Entrai in soggiorno, immaginando la mamma disperata. Invece consolava Vadim, sistemava capelli e tavolo come se niente fosse. Come Giulio Cesare. — Mamma mia, ci stava rovinando la festa, eh? — sorrise appena — Ma dove sono ora? Vadim aveva già dimenticato la litigata, e spostava una sedia allegro. Uscii sul pianerottolo. Mascia e Nicola stavano seduti nel parchetto di fronte, lei abbracciata al suo braccio con la testa sulla sua spalla, come temesse che lui sparisse se lo lasciava andare. Mi avvicinai e li guardai. Avevo voglia di dire quello da tanto tempo. Girai intorno alla panchina, fissai il volto perso di Nicola: — Papà, dai, basta stare qua. Torniamo a casa, mamma ci chiama. Le mani di Nicola tremavano. Mascia subito gli pose sopra le sue manine. Alzò la testa, lo guardò: — Sì, andiamo a casa, papà. E siamo tornati. In fondo, era una festa: il mio diploma.