Non ti azzardare a portare tua moglie nel mio appartamento dichiarò mia madre, Maria Bellini.
Ci aveva pensato per tre settimane a questo discorso.
Era evidente fin dallinizio. Aveva lucidato il servizio buono, quello che non toccava da quando avevo quindici anni. Aveva preparato una crostata, non una qualsiasi, ma quella di mele e cannella che adoravo da bambino. Sistemato con cura le tazze.
Arrivai la domenica pomeriggio, come avevamo concordato. Entrai, diedi unocchiata. Qui succederà qualcosa, pensai. Mi tolsi il giubbotto. Andai in cucina.
Mamma, che aria solenne hai oggi?
Siediti disse Maria Bellini. Vuoi un po di tè?
Volentieri.
Mi versò il tè. Avvicinò la crostata. Rimase in silenzio a lungo, come chi si prepara a tuffarsi nellacqua fredda. Poi si alzò, uscì dal soggiorno e tornò con dei documenti.
Li posò sul tavolo.
Ecco disse. Sono le carte dellappartamento. Ho deciso di intestartelo.
Guardai la cartellina. Poi mia madre.
Mamma
Lasciami finire alzò una mano. Non ringiovanisco certo. Lappartamento è grande, da sola è troppo. Ora sarà tuo. Sistemiamo tutto, mi sono già informata.
Posai lo sguardo su di lei, e nel suo volto lessi chiaramente che sarebbe arrivato un ma.
E il ma non si fece attendere.
Ho solo una condizione disse Maria Bellini. Voce piatta, tranquilla. Sembrava parlasse del tempo. Non voglio che tu porti Giulia qui.
Appoggiai la tazza.
Stai scherzando?
No.
Mamma, Giulia è mia moglie.
So bene chi è, incrociò le mani sul tavolo. Questo appartamento è della nostra famiglia. Qui ha vissuto tuo padre. Qui sei cresciuto tu. Io ci sto da una vita. Non voglio che lei comand i in questa casa. Non voglio, punto.
Ma non comanda nulla. È mia moglie, viene solo a trovarti.
A trovare puoi venire da solo. Fece cenno alla cartellina. Lappartamento è tuo. Abitaci quanto vuoi. Ma senza di lei.
La guardai.
Parla sul serio, capii. Ci ha pensato tre settimane. Mi ha pure fatto la crostata.
Ti ha fatto qualcosa Giulia? chiesi con voce più bassa.
Non mi è mai piaciuta, rispose semplicemente, come se fosse una spiegazione sufficiente.
Tornando a casa ci misi molto.
Non perché fosse distante nemmeno un quarto dora in macchina, conosco ogni semaforo. Solo guidai piano. Girai a caso per le strade, mi fermai davanti allalimentari, rimasi in auto, poi ripartii. La testa ronzava come un vecchio frigorifero sotto il sole, faceva rumore e non capiva più nulla.
Tre stanze. Soffitti alti. La libreria di papà lungo tutto il muro. La cucina dove la mamma faceva le polpette la domenica e dove da piccolo studiavo. Un bellappartamento. Oggi non ne costruiscono più così.
Mi parcheggiai sotto casa. Rimasi un po in macchina. Poi entrai.
Dallingresso sentivo un odore di umido. Giulia era in cucina, canticchiava, stonata e senza accorgersene. Mi tolsi le scarpe. Entrai in cucina. Rimasi in piedi sulla soglia.
Sei tornato presto, disse senza voltarsi. Pensavo staresti da tua madre fino a tardi.
Non mi andava.
Doveva esserci qualcosa nella mia voce che laveva tradita. Giulia si girò, mi guardò con attenzione, come sanno fare quelli che non fanno domande inutili ma capiscono tutto.
Siediti, disse. Mangiamo qualcosa.
Mangiammo. Le raccontai tutto in breve, senza dettagli superflui.
Ascoltò. Non interruppe. Non sospirò. Solo quando arrivai alla frase non portare tua moglie qui, fece un leggero cenno col capo, come se le si confermasse qualcosa che già immaginava.
Era da un po che lo pensava, disse Giulia quando tacqui.
Lo sapevi?
No. Ma lo avevo intuito. Mise via il piatto, restò in silenzio. Lappartamento è bello, capisco.
Non ha niente a che vedere lappartamento.
Come no, si voltò verso di me, tre stanze in un buon quartiere, valgono qualcosa, sono una sicurezza, sono casa. Esitò. Non voglio metterti nelle condizioni di perdere tutto questo per colpa mia.
La guardai.
Giulia
Aspetta. Mi fermò con un gesto. Parlo sul serio. Se per te è importante, troveremo una soluzione. Non mi offenderò. Se non dovrò abitare lì, pazienza. Lappartamento sarà lo stesso della nostra famiglia. Trovo una soluzione.
Lì rimasi zitto. A lungo.
Perché aveva risposto in modo diverso da come mi aspettavo. Ero pronto a tutto tornando a casa: lacrime, rimproveri. Avrei capito, era un suo diritto.
Ma aveva detto: trovo una soluzione.
Serenamente. Come chi non ha intenzione di farsi mettere in gioco nella partita degli altri.
Mi alzai. Feci su e giù per la cucina, tre passi avanti e indietro, la cucina è piccola. Mi fermai alla finestra.
Giulia, dissi. Hai capito che cosa ha fatto?
Cosa?
Mi ha fatto una proposta. Parlavo lento, come se chiarissi ad alta voce quel che solo allora stavo veramente capendo. Lappartamento in cambio di te che non ci metti piede? È una trattativa, non un regalo. La moneta di scambio sei tu.
Lei mi guardava.
Antonio. È casa sua. Ha il diritto…
Di decidere dellappartamento, sì annuii. Ma non di me.
Mi rimisi seduto, mi versai del tè.
Tu non devi trovare nessuna soluzione dissi. Non dipende affatto dalla casa. È questione del fatto che mia madre crede ancora di possedermi. Non ho mai discusso con lei in trentotto anni. Mai. Si è abituata così.
Giulia restò in silenzio. Poi, piano, disse:
Lo so.
Come?
Sono quattro anni che provo a creare un rapporto con lei. La chiamo durante le feste. Le porto la marmellata che le piace. Chiedo come sta. Giulia parlava senza rabbia, solo stanca, come chi ha preso una decisione da tempo ma la dice per la prima volta. Lei non mi vede. Io non sono una persona, sono solo quella che le ha tolto il figlio.
La guardai.
E io non me ne ero mai accorto.
Le parlerai? chiese lei.
Sì, risposi. Tra qualche giorno. Devo riflettere sulle parole.
Va bene.
Non vuoi sapere cosa deciderò?
Giulia mi guardò stupita.
No, disse semplicemente. Mi fido di te.
Quella fu la cosa più difficile. Non la condizione di mia madre. Ma il fatto che Giulia disse mi fido di te, e io capii: ora devo meritarlo.
Chiamai mia madre il sabato mattina.
Maria Bellini, anni dopo, avrebbe ricordato che già in quel tono aveva capito che qualcosa non andava non era il solito mamma, come stai, vengo domenica. La voce era diversa. Niente di quella lieve insicurezza che avevo sempre nei confronti di lei, da ventanni.
Mamma, oggi passo io. Verso le tre, va bene?
Va bene, rispose lei. E aspettò.
Alle tre suonai alla porta.
Notò subito che ero senza fiori, senza il sacchetto di alimentari che di solito portavo. Indossavo solo la giacca, le chiavi in mano. Entrai, tolsi le scarpe, andai in cucina. Mi sedetti.
Lei prese il bollitore per abitudine, come un riflesso.
Non serve, mamma, dissi. Mi fermo poco.
Rimase senza parola. Sedette di fronte. Mi fissò.
Allora? fece. Hai deciso?
Sì.
Non avevo fretta.
Mamma, voglio prima chiederti una cosa.
Chiedi.
Se papà fosse ancora vivo, gli avresti mai imposto una condizione del genere? Tipo fai come dico io, o perdi qualcosa di importante?
Lei aprì la bocca, poi la richiuse.
Non è la stessa cosa, disse.
Perché no?
Perché papà è papà. E tu sei mio figlio. Io mi preoccupo per te.
Mamma, sussurrai piano, quasi affettuoso. Non è preoccupazione. È controllo. Sono cose diverse.
Silenzio denso in cucina, come ovatta.
Quattro anni, dissi. È da quattro anni che Giulia prova ad avvicinarsi a te. Le hai mai risposto con umanità?
Lei taceva. Guardava il tavolo.
Sai cosa mi dice dopo ogni telefonata? continuai. Niente. Appende il telefono e sorride. Dice: Basta che tua madre stia bene, sono felice.
Rimasi un attimo zitto.
Le ho chiesto se ci soffre. Lei ha risposto che vuole solo che tu sia serena con me. Tutto qui.
Mia madre sollevò lo sguardo.
Antonio.
Giulia ha detto che può anche rinunciare a vivere lì, se per noi è importante. Capisci? Lha detto lei. Per facilitarmi le cose.
La voce mi tremò appena.
Lappartamento è tuo, mamma.
Quindi rifiuti affermò lei. Non era una domanda, era un fatto. Piano, spaesato. Non ci credeva. Ne era certa avrei accettato lappartamento. Ho sempre preso ciò che mi dava. Perché sapeva quello che mi serviva.
Non rifiuto la casa, precisai. Rifiuto la condizione. Non è la stessa cosa.
Ho capito, per te vale più di me, disse con voce dura, lultima carta, quella più pesante. Più di tua madre.
Sospirai. A lungo. Come chi vorrebbe rispondere distinto e non potrebbe.
Non è una bilancia, mamma. Siete entrambe la mia famiglia.
Pausa.
Solo che tu hai deciso che è una gara. E che vuoi vincere.
Non rispose.
Ti voglio bene, dissi. E non cambierà mai. Con o senza condizioni.
Mi alzai. Presi il giubbotto.
Chiamami quando vuoi. Verrò.
Lei non rispose.
Uscii. La porta si chiuse piano, senza sbattere.
Mia madre rimase sola. Si avvicinò alla finestra.
Giù nel cortile stavo salendo in macchina. Lei guardò la mia schiena, le spalle lievemente curve, mentre aprivo la portiera, mi voltavo un attimo, per caso, senza cercare il suo sguardo, e partivo.
Rimase alla finestra a lungo dopo che la mia auto scomparve allangolo. Pensava. A cosa, nemmeno lei sarebbe riuscita a spiegare. Pensava e basta. In quel silenzio cera qualcosa che pungeva gli occhi.
Per tre settimane ci scambiammo solo qualche messaggio.
Io: Mamma, come stai?. Lei: Tutto bene. Quel tipico tutto bene italiano che può voler dire qualsiasi cosa da sto alla grande a sono tre notti che non dormo, ma non te lo dico.
Poi accadde il seguito.
Maria Bellini tornava dalla farmacia, non quella sotto casa ma quella due vie più in là, dove risparmi cinque euro. Cinque euro non sono poco, quando hai sessantanove anni e la pensione di cui sarebbe meglio non parlare. Tagliava per i cortili e vide me.
Ero accanto alla macchina. Il cofano alzato. Accanto a me Giulia, col vecchio piumino e la manica unta dolio, diceva qualcosa. Maria non sentiva bene, eravamo lontani. Io le rispondevo. Poi Giulia scoppiò a ridere forte, sincera, la testa allindietro, come fanno quelli contenti.
Risi anchio.
Mia madre si fermò.
Guardava da lontano: il cortile, lautunno, il cofano aperto, due che ridono sporcandosi le mani dolio. Una scena normale.
Non me ne ero andato con Giulia. Semplicemente vivevamo.
Fu una scoperta strana, quasi banale.
Aveva sempre pensato che Giulia mi avesse portato via. Rubato. Ma eccoci lì, a due passi da casa sua, a sistemare la macchina di sabato, a ridere. Nessuno aveva portato via nessuno. Suo figlio aveva solo una vita propria. Da sempre. Lei non laveva mai voluto vedere.
Si voltò lenta e andò a casa.
Posò la busta della farmacia sul tavolo. Sedette in cucina a lungo, guardando fuori.
Poi si alzò. Prese la farina.
La crostata le venne in unora e mezza, più del solito, perché le tremavano le mani e mise due volte troppo zucchero. Usò la marmellata di ribes nero. Quella che Giulia le portava sempre, che Maria metteva nella credenza senza mai aprire, per principio.
Quel giorno la aprì.
Dopo due giorni chiamò me.
Ho fatto la crostata, disse. È molta. Non posso mangiarla tutta da sola.
Pausa.
Venite? chiese. E aggiunse, più piano, con una fatica nuova: Tutti e due.
Mi servì solo un secondo di silenzio.
Arriviamo, risposi.
Quando suonammo il campanello, lei ci trovò insieme. Io con i fiori, Giulia con un sacchetto in mano. Mia madre guardò la nuora. Giulia la guardava senza aspettative, senza risentimento.
Entrate, disse Maria Bellini.
In cucina si stava stretti in tre la cucina è piccola, così è fatta. Ma ci si stava. In qualche modo.
Allora, disse tagliando la crostata, raccontatemi come andate avanti.
Giulia alzò lo sguardo.
Vi raccontiamo, disse e sorrise.
Maria Bellini posò un pezzo nella ciotola. Era un inizio. Piccolo, impacciato, che odorava di crostata e ribes nero.





