Non ti ho chiesto di distruggere la tua vita

Non ti ho chiesto di rovinare la tua vita.

Alessia, stai davvero bene? Decisioni così non si prendono in una settimana.
Ho riflettuto a fondo. Alessandra allontanò la tazza. Seriamente, Livia. Per la prima volta dopo tanti anni so cosa voglio.
Non è amore! Sono solo gli ormoni!
Dio, grazie per il sostegno.
Ti sostengo, anzi, ti dico la verità. Ha ventiquattro anni, Alessia. Ventiquattro. Quando tu finivi luniversità, lui era al primo anno di scuola.

Alessandra alzò gli occhi al cielo. I numeri non significavano più nulla quando si trattava di veri sentimenti.

Ho già deciso, ripeté più decisa. Oggi parlerò con Vittorio.

Livia annuì in silenzio, bevve lultimo sorso del suo latte e Alessandra già si immaginava altrove: tra laroma di caffè e di inchiostro da tipografia, dove lattendeva un uomo il cui solo sguardo le faceva tremare le gambe.

Quella sera Vittorio era seduto sul bordo del letto il loro letto, nella loro camera, scelta insieme dodici anni prima mentre discutevano se fosse necessario un baldacchino. Il baldacchino non fu mai comprato. In tutti questi anni non accaddero né parole né carezze né sguardi. Il matrimonio si era ridotto a una convivenza di due persone educatamente civili, che dividevano i metri quadrati e il bilancio.

Ho incontrato unaltra.

Quattro parole. Alessandra aveva provato a scrivere un discorso per giorni, a provare davanti allo specchio, a segnare appunti sul cellulare, ma solo questo le uscì. Quattro parole, e silenzio.

Vittorio non urlò. Non rottamò nulla. Si limitò a dare un lento cenno, quasi a confermare unidea da tempo sospesa, e iniziò a raccogliere le sue cose. Metodico. Ordinato. Piegava le camicie come sempre, col colletto al colletto. In quella sua precisione cera qualcosa di inquietante.

Vitt
Non serve. Ho capito tutto. Non si voltò nemmeno. Vado dai miei genitori.

La porta si chiuse leggera, quasi senza suono, e fu peggiore di qualsiasi scenata. Il petto di Alessandra si strinse: colpa e sollievo si mescolavano in una proporzione indefinibile. Lappartamento divenne improvvisamente enorme e riverberante, come una sala concerti vuota.

Era libera

Il colloquio con i genitori avvenne tre giorni dopo. Come previsto, non la sostennero.

Ti rendi conto di quello che stai facendo? La madre la scrutava come un avvoltoio. Dodici anni di vita insieme, perché? Per un ragazzino?
Mamma, ha ventiquattro anni, è un adulto
Adulto! Il padre si abbattè pesantemente sulla sedia, cigolante sotto il suo peso. Adulto è Vittorio, quello che ti ha sopportato e mantenuto per tutti quegli anni, e tu gli hai fatto questo
Non mi ha mantenuto. Ho la mia attività, papà.
Ci fai vergogna, aggiunse il padre, con voce grave.

Alessandra si alzò dal tavolo. Le gambe erano come gelatina, ma si costrinse a parlare con calma:

Pensavo che mi avreste sostenuto.
Pensavamo di aver cresciuto una figlia intelligente, la madre si voltò verso la finestra. Sembra che ci sbagliassimo.

Uscì dallappartamento senza voltarsi indietro. Nellascensore digitò a Giorgio: Vieni a prendermi. Arrivò in venti minuti, la stringette forte, appoggiandosi al suo capo, e tutti i problemi sembrarono svanire.

Le amiche quelle con cui avevano fatto grigliate di coppia e cene di Capodanno sparirono una dopo laltra. Caterina scrisse:
«Scusa, Alessia, non posso. Vittorio è come un fratello per me, capisci».
Olivia smise semplicemente di rispondere. Margherita mandò un lungo messaggio di tradimento ed egoismo, dopo il quale Alessandra rimase per cinque minuti a fissare lo schermo senza sapere cosa rispondere. Poi cancellò tutte le chat, quelle dei cinque anni, e si proibì di piangere.

Per tre settimane il vuoto la circondò. Giorgio la portava a incontrare i suoi amici giovani che parlavano di streaming, TikTok e di qualche nuovo videoclip. Alessandra sedeva tra loro, sorridendo, annuendo, ma dentro sentiva unagonia acuta, quasi fisica, di solitudine. Non capiva metà delle battute, non conosceva i nomi che citavano, e si accorgeva che lunica persona con cui poteva parlare era Giorgio stesso. Ma Giorgio era sempre più impegnato con i suoi amici, e lei rimaneva sola nella stanza rumorosa.

Passerà, mi dicevo. Costruiremo qualcosa di nostro. Qualcosa di nuovo.

Partiamo? Giorgio era sdraiato accanto a lei quella notte, passando le dita nei suoi capelli. In unaltra città. Una nuova vita, senza ex mariti, senza genitori che si intromettono. Partiremo da zero.

Alessandra si alzò sul gomito, scrutando il suo volto nella penombra.

Sei serio?
Assolutamente. Ho contatti a Milano, il mercato della fotografia è più vivo lì. Tu aprirai un nuovo salone. Più grande, più chic.

La parola salone le graffiò sotto le costole. Il suo salone. Otto anni di lavoro, una clientela fedele, maestri che aveva formato da zero. Abbandonare tutto?

Ma quegli occhi brillavano di certezza, di brama; lei annuì. Sì, ricominciare. Dimostrare che non era una fantasia da mezza età, ma un vero sentimento per cui valeva rischiare.

Vendette il salone in tre settimane, a un prezzo molto inferiore al valore reale, perché la compratrice sentì lurgenza e spremette lultimissimo sconto. Alessandra firmò i documenti con mano tremante, ricevette il bonifico sul conto e provò uno strano senso: come se avesse tagliato una parte di sé per darla a una zia in giacca beige.

Finito, disse a Giorgio quella sera. Siamo liberi.

Lui la sollevò in braccio, la fece girare per la stanza, e Alessandra scoppiò a ridere, un riso vero, cristallino, che non sentiva da anni. I soldi della vendita parevano una somma enorme, sufficiente per tutti i loro piani. Prima presero un appartamento più vicino al centro, con soffitti alti e grandi finestre. Il loro nido. La loro casa.

Le prime settimane nella nuova città furono come una luna di miele. Colazioni a letto, chiacchiere infinite su tutto e niente. Giorgio la fotografava sul balcone, in cucina, in bagno con i capelli bagnati e ogni scatto era una dichiarazione damore.

Poi qualcosa cominciò a cambiare.

Inizialmente impercettibile. Giorgio rimaneva più a lungo ai set. Tornava stanco, cenava in silenzio, immerso nel telefono.
«Molto lavoro, devo spingere finché arrivano gli ordini», spiegava. Alessandra annuiva, capiva, non voleva diventare quella donna che si lamenta e si aggrappa.

Quando provava a stringerlo la notte, lui si allontanava. Quando parlava di salone, di progetti, lui rispondeva con monosillabi: «Dopo», «Ci pensiamo», «Non ora». Ogni non ora graffiava più a fondo. Alessandra iniziò a cercare un lavoro, più per occupare la mente che per necessità, ma a trentquattro anni trovare un impiego non è facile.

I soldi si erodevano. Laffitto divorava una grossa quota ogni mese. Giorgio guadagnava a intermittenza, e quando Alessandra chiedeva di dividere le spese, lui scrollava le spalle con irritazione:

«Io metto già tanto, non vedi?»

Lo vedeva. Lo vedeva volgere lo sguardo altrove. Controllare il cellulare, uscire la sera per prendere aria e tornare a mezzanotte profumato di altri profumi. O forse era solo nella sua testa?

Dobbiamo parlare, disse Alessandra una notte, quando Giorgio tornò alle tre.
Di che?
Di noi. Non capisco cosa succede. Sei cambiato, quasi non ti vedo più, non parli più con me, non
Mi stai soffocando. Giorgio lanciò la giacca sulla sedia. Ti ho detto che ho bisogno di spazio. Le cose vanno troppo in fretta. Aspetti da me qualcosa che non sono pronto a dare. Non ti ho chiesto di distruggere la tua vita.

Lei rimase immobile.

Non lho chiesto?
È stata una tua decisione. Non ti ho forzato a divorziare, né a vendere. È stata la tua scelta. E ci siamo trasferiti quando eri già libera!

Giorgio aveva ragione. Tecnicamente, aveva ragione. Era stata una sua decisione, il suo fuoco, quello che laveva spinta a gettare via tutto.

Da quella notte Alessandra impazzì. Controllava il cellulare di Giorgio mentre dormiva, sfogliava i messaggi, fissava ogni like alle sue foto, trovava abbonamenti a modelle e fotografi emergenti, e ogni nome le bruciava dentro. Le scriveva venti messaggi al giorno, chiedendo dove fosse, con chi, quando tornasse. Creava scenari di gelosia e poi si odiava per essere diventata quella donna che non voleva essere.

Sei malata, le disse Giorgio dopo un altro litigio. Hai bisogno di uno psicologo, non di una relazione.

Forse aveva ancora ragione.

Giorgio non dormiva più a casa. Settimana fuori città, Presso un amico, Non aspettarmi. E Alessandra aspettava, seduta al buio, guardando la porta, mentre dentro di lei un deserto si seccava, diventava polvere.

Quando Giorgio tornava, cerano solo silenzi o urla. Non cera più la via di mezzo. Nei suoi occhi Alessandra vedeva ciò che temeva di più: stanchezza, irritazione, pietà. La guardava come un problema da cui non riusciva a liberarsi.

Il messaggio arrivò martedì sera. Alessandra era in cucina, nella sua quinta tazza di caffè, quando il cellulare tintinnò.

«Alessia, non ce la faccio più. Scusa. È andato troppo oltre. Non volevo distruggere la tua vita. Non sono pronto a farne le spese. Non cercarmi. Per favore, lasciami in pace».

Lo lesse tre volte, poi altrettante volte. Il telefono cadde dalle mani e, poco dopo, scivolò dal sgabello sul pavimento freddo.

Passò il giorno nellappartamento vuoto. Giaceva sul pavimento, poi sul divano, poi di nuovo sul pavimento il freddo la distraeva dal caos interiore. Piangeva, a lungo, con singhiozzi e moccio. Quando le lacrime si prosciugarono, rimase solo una vuotezza secca e bruciata.

Senza marito. Senza attività. Senza amiche. Senza genitori. Senza amante. Senza soldi guardò il saldo del conto e vide che bastava al massimo per due mesi. Trentaquattro anni di vita, e lunica cosa rimasta era un appartamento in affitto con alti soffitti, che non poteva più permettersi.

Tre giorni dopo chiamò Vittorio. Non per chiedergli di tornare, solo per chiedere scusa, per ammettere la sua colpa.

«Numero non disponibile». Bloccato.

Scrisse alla madre un messaggio lungo, confuso, sincero. Che si era sbagliata, che stava male, che aveva bisogno di aiuto, anche solo di parole. La risposta arrivò due ore dopo:

«Ti avevamo avvertita. Risolvi da sola le conseguenze. Il papà ha chiesto di dirti che non è pronto a parlare».

Alessandra posò il telefono e rise, silenziosa, incrinata. Ecco tutto. Kit completo.

Una settimana dopo si trasferì in una stanza in periferia dodici metri quadrati in una casa popolare con cucina condivisa e bagno sempre occupato. La vicina, una signora robusta di sessantanni, la scrutò e commentò: «Sei ancora giovane, ti abituerai».

Il lavoro arrivò in fretta manicure in un piccolo salone seminterrato di via accanto. Pagavano pochi spiccioli, ma ora Alessandra non dava più importanza allorgoglio.

Di sera guardava le sue mani mani che avevano costruito unattività, firmato contratti, sfogliato cataloghi di cosmetici italiani e ora passavano le giornate a limare le unghie altrui per pochi euro.

Qualche mese di follia, e tutto quello che aveva costruito per dieci anni sparì. E la colpa era tutta sua.

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