Non ti ho chiesto di distruggere la tua vita

Non ti ho chiesto di far crollare la tua vita, Lidia.

Lidia, stai davvero bene? Non si prendono decisioni così in una settimana.
Ho riflettuto a lungo, rispose Loredana spostando la tazza di caffè. Seriamente, Martina. Per la prima volta dopo tanti anni so cosa voglio.
Non è amore, è solo ormoni!
Grazie per il sostegno, davvero.
Ti sostengo, perché ti dico la verità. Ha ventiquattro anni, Loredana. Quando hai finito luniversità, lui era al primo anno di scuola elementare.

Loredana alzò gli occhi al cielo. I numeri perdersi non avevano più senso quando si trattava di sentimenti veri.

Ho già deciso, ripeté più decisa. Oggi parlerò con Vittorio.

Martina annuì in silenzio, finendo il suo latte macchiato, e Loredana si immaginò già altrove: tra lodore del caffè e dellinchiostro da tipografia, ad attendere luomo il cui sguardo le fece perdere lequilibrio.

Quella sera Vittorio era seduto sul bordo del letto, il loro letto, nella camera che avevano scelto insieme dodici anni prima, litigando ancora sul fatto se comprarsi un baldacchino o no. Il baldacchino non lo avevano mai comprato. In tutti questi anni poche cose erano cambiate: poche parole, pochi tocchi, pochi sguardi. Il matrimonio si era trasformato in una convivenza di due persone educate che dividevano metri quadrati e il conto.

Ho trovato qualcun altro.

Quattro parole. Loredana aveva provato a scrivere un discorso per giorni, a provarlo sotto la doccia, a segnalarlo sul suo telefono, ma lunica cosa che le è uscita è stata quella. Quattro parole, e silenzio.

Vittorio non alzò la voce. Non distrusse nulla. Si limitò a fare un lento cenno, come a confermare unidea da tempo accertata, e iniziò a mettere le cose in valigia. Metodo, precisione, piegava le camicie come sempre, col colletto verso il colletto. In quella sua meticolosità cera qualcosa di inquietante.

Vito
Non serve. Ho capito tutto. Non si voltò neanche. Vado dai miei genitori.

La porta si chiuse con un fruscio quasi silenzioso, peggio di qualsiasi litigio. Nel petto di Loredana una strana mescolanza di colpa e sollievo si fece spazio, senza riuscire a capire le proporzioni. Lappartamento sembrò improvvisamente enorme e riverberante, come una sala concerti vuota.

Era libera

Tre giorni dopo parlò con i genitori. Come ci si aspettava, non la sostennero.

Ti rendi conto di quello che stai facendo? la madre la fissava come un avvoltoio. Dodici anni di vita insieme per un gatto in coda. Per chi? Per quel ragazzino?
Mamma, ha ventiquattro anni, è un adulto
Adulto! il padre si sprofondò su una sedia cigolante. Adulto è Vittorio, che ti ha sopportato e provveduto per tutti questi anni, e tu gli fai questo
Non mi ha provveduto. Ho il mio studio fotografico, papà.
Ci stai facendo perdere onore, aggiunse il padre con voce grave.

Loredana si alzò dalla tavola. Le gambe erano di nuvola, ma si sforzò di parlare con calma:

Pensavo che mi aveste dato una mano.
Noi credevamo di aver cresciuto una figlia intelligente la madre si voltò verso la finestra. Sembra che abbiamo sbagliato.

Uscì dallappartamento senza voltarsi. Nellascensore chiamò Marco: Vieni a prendermi. Arrivò in venti minuti, la avvolse in un abbraccio, mettendo la testa sul suo capo, e tutti i problemi sembrarono svanire.

Le amiche, quelle con cui facevano grigliate di gruppo e cene di Capodanno, sparirono una a una. Carla scrisse: Scusa, Loredana, ma non posso. Vittorio è come un fratello, capisci.
Olga smise di rispondere. Martina mandò un lungo messaggio di tradimento ed egoismo, dopo il quale Loredana rimase a fissare lo schermo per cinque minuti senza sapere cosa rispondere. Poi cancellò tutta la cronologia di cinque anni e si proibì di piangere.

Per tre settimane un vuoto la circondava. Marco la portava a incontrare i suoi amici, giovani ragazzi che discutevano di stream, TikTok e nuovi video musicali. Loredana era seduta tra loro, sorrideva, annuiva, ma dentro sentiva unangoscia acuta, quasi fisica. Non capiva la metà delle battute, non conosceva i nomi che citavano, e si accorgeva che lunica persona con cui poteva parlare era Marco stesso. Ma Marco era sempre impegnato con i suoi amici, e lei rimaneva sola nella stanza rumorosa.

Questo passerà, mi dicevo. Costruiremo qualcosa di nuovo.

E se andassimo via? Marco era sdraiato accanto a lei quella notte, accarezzandole i capelli. In unaltra città. Una vita nuova, senza ex mariti, senza genitori che si intromettono. Partiamo da capo.

Loredana si appoggiò al braccio di Marco, guardandolo al buio.

Sei serio?
Assolutamente. Ho contatti a Milano, il mercato della fotografia è più vivace. Tu aprirai un nuovo studio, più grande, più cool.

La parola studio le pungì sotto le costole. Il suo studio. Otto anni di lavoro, clientela, collaboratori che aveva formato da zero. Lasciare tutto?

Ma quegli occhi brillavano di una sicurezza, di un entusiasmo contagioso, e lei annuì. Sì, ricominciare. Dimostrare a tutti che non era una crisi di mezza età, ma un vero sentimento per cui valeva la pena rischiare.

Vendette lo studio in tre settimane, a prezzo molto inferiore al valore reale, perché lacquirente percepì lurgenza e strappò lultimo sconto. Loredana firmò i documenti con mano tremante, ricevette il bonifico e provò una strana sensazione: come se avesse tagliato un pezzo di sé per darlo a una signora in completo beige.

Finito, disse a Marco quella sera. Siamo liberi.

Lui la sollevò, la fece girare per la stanza, e Loredana scoppiò a ridere, una risata vera, squillante, che non sentiva da anni. I soldi della vendita sembravano una fortuna, sufficienti per qualsiasi piano. Prima affittarono un appartamento più vicino al centro, con soffitti alti e finestre enormi. Il loro nido, la loro casa.

Le prime settimane nella nuova città furono come una luna di miele: colazioni a letto, chiacchiere infinite su tutto e niente. Marco la fotografava sul balcone, in cucina, in bagno con i capelli bagnati, e ogni scatto era una dichiarazione damore.

Poi qualcosa cominciò a cambiare. Allinizio senza che se ne accorgesse. Marco rimaneva più a lungo ai set, tornava stanco, cenava in silenzio, fissato al telefono.
Tante riprese, spiegava. Devo lavorare finché ci sono gli incarichi.

Loredana capiva, non voleva diventare quella donna che si lamenta. Ma quando cercava di abbracciarlo di notte, lui si allontanava. Quando parlava di studio, di progetti, rispondeva con un monosillabo: Dopo, Vedremo, Non ora. Ogni non ora graffiava più a fondo.

Cominciò a cercare un lavoro solo per tenere occupata la mente, non per necessità. Ma a trentatré anni trovare un impiego non era affatto semplice.

I soldi iniziavano a scarseggiare. Laffitto divorava una buona parte ogni mese. Marco guadagnava a intermittenza, e quando Loredana propose di dividere le spese, lui sbatté la spalla:

Io già metto quello che posso. Non vedi?

Lui guardava altrove, controllava il telefono, usciva la sera a prendere aria e tornava a mezzanotte con un profumo di altre donne. O forse era solo nella sua testa?

Dobbiamo parlare, disse Loredana una notte, quando Marco tornò alle tre.
Di cosa?
Di noi. Non capisco cosa succeda. Sei cambiato, quasi non ti vedo più, non parli più con me, noi
Mi soffocchi, lanciò Marco la giacca sulla sedia. Ti ho detto che ho bisogno di spazio. Le cose vanno troppo veloci. Aspetti qualcosa da me e non sono pronto. Non ti ho chiesto di distruggere la tua vita.

Loredana rimase immobile.

Non mi hai chiesto?
Sei stata tu a decidere. Non ti ho costretto a divorziare, né a vendere. È stata la tua scelta. E siamo venuti qui quando eri già libera!

Marco aveva ragione, tecnicamente aveva ragione. Era stata la sua decisione, il suo fuoco, il suo salto nel vuoto.

Da quella notte Loredana impazzì. Controllava il telefono di Marco mentre lui dormiva, scorreva i messaggi, analizzava ogni like alle sue foto, trovava le pagine di modelle e fotografi emergenti, e ogni nome la bruciava dentro. Le mandava venti messaggi al giorno, chiedendo dove fosse, con chi, quando tornasse. Creava scenari di gelosia e poi si odiava per questo, perché vedeva in sé la donna che non voleva diventare.

Sei malata, le disse Marco dopo lennesima lite. Hai bisogno di uno psicologo, non di una relazione.

Forse aveva di nuovo ragione.

Marco cominciava a non dormire più a casa: Riprese fuori città, Sono da un amico, Non aspettarmi. Loredana restava al buio, a fissare la porta, e ogni ora quel vuoto dentro di lei diventava cenere.

Quando Marco finalmente tornava, cerano solo silenzi o urla. Non cera più una via di mezzo. Nei suoi occhi Loredana vedeva ciò che temeva di più: stanchezza, irritazione, pietà. Lui la guardava come un problema da cui non poteva liberarsi.

Martedì sera, mentre beveva il suo quinto caffè, il telefono suonò.

Loredana, non posso più. Scusa. È andato troppo oltre. Non volevo distruggere la tua vita. Non posso prendermi questa responsabilità. Per favore, lasciami in pace.

Rilese il messaggio tre volte, poi due, poi ancora. Il telefono le cadde dalle mani, e cadde anche lei dalla sedia sul pavimento freddo.

Passò un giorno intero nellappartamento vuoto, sdraiata sul pavimento, poi sul divano, poi di nuovo sul pavimento, dove il freddo le distraeva dal caos interiore. Piangeva, a lungo, rumorosamente, con singhiozzi e naso rosso. Poi le lacrime si asciugarono, rimase solo una vuota bruciata.

Senza marito. Senza studio. Senza amiche. Senza genitori. Senza amante. Senza soldi guardò il saldo del conto e capì che gliene rimaneva al massimo per due mesi. Trentatre anni di vita, e rimaneva solo lappartamento con i soffitti alti che non poteva più permettersi.

Tre giorni dopo chiamò Vittorio, non per chiedergli di tornare, ma per scusarsi, per ammettere la colpa.

Numero non disponibile, il messaggio era utente bloccato.

Scrisse alla madre, un lungo messaggio confuso e sincero, dicendo di aver sbagliato, di sentirsi male, di aver bisogno di aiuto, anche solo una parola. Dopo due ore la risposta arrivò:

Ti avevamo avvertito. Ora sistemi tu le conseguenze. Mio padre ha chiesto di dirti che per ora non vuole parlare.

Loredana posò il telefono e rise, un riso fragile e incrinato. Questo era tutto, il pacchetto completo.

Una settimana dopo si trasferì in una stanza di periferia, dodici metri quadrati in un palazzo con cucina condivisa e bagno sempre occupato. La vicina, una signora paffuta di sessantanni, la guardò con unocchiata di giudizio e sbuffò: Sei ancora giovane. Ti staccherai presto.

Trovò lavoro in fretta: estetista per le unghie in un piccolo salone seminterrato di una via vicina. Pagavano poco, ma a Loredana non importava più lorgoglio.

La sera osservava le sue mani, quelle che un tempo gestivano contratti, firmavano accordi, sfogliavano cataloghi di cosmetici italiani, e ora trascorrevano il giorno a levigare unghie al prezzo di pochi centesimi.

Qualche mese di follia, e tutto quello che aveva costruito in dieci anni scomparve. E colpa di tutto era tutta sua.

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