Non ti serve una moglie, ma una colf: la storia di Evgenia, mamma lavoratrice, tre figli, suocera e …

Ti servirebbe più una colf che una moglie

Mamma, Sofia ha di nuovo masticato la mia matita!

Giulia piombò in cucina con il mozzicone di una matita colorata in mano, seguita a ruota dal labrador colpevole che scodinzolava entusiasta. Alessia, davanti ai fornelli dove la zuppa borbottava insieme a delle polpette indignate sfrigolanti in padella, allungò un sospiro. Terza matita oggi.

Mettila nel cestino e prendi una nuova dal cassetto. Marco, hai finito i compiti di matematica?
Quasi! echeggiò la voce dalla cameretta.

Quasi, nella lingua di un dodicenne, significava: WhatsApp in mano, quaderno intonso a lato. Alessia conosceva la prassi, ma in quel momento aveva da girare le polpette, mescolare la zuppa, recuperare Matteo di quattro anni che si trascinava verso la ciotola della cagnona, e non scordare la lavatrice che le stava suonando dallaltra parte del muro.

Trentadue anni, tre figli, un marito, una suocera, un labrador. E lei, l’unico motore funzionante di quellingranaggio sgangherato.
Alessia si ammalava poco, non per tempra dacciaio, ma perché avere la febbre non era previsto dal manuale della perfetta madre italiana. Chi avrebbe preparato il pranzo? Chi vestiva i bambini per la scuola? Chi portava fuori Sofia? La risposta era una sola: nessuno.

Alessia, si mangia presto?

Nonna Teresa apparve sulla porta, appoggiata al bastone. Ottantacinque anni, mente arguta, appetito solido.

In cinque anni di convivenza, Alessia poteva contare sulle dita di una mano le rare volte che la suocera aveva davvero dato una mano in casa.

Dieci minuti, signora Teresa.

Lei annuì con aria regale e tornò a trascinarci in salotto. A volte, raramente, raccontava una favola a Matteo prima di dormire. Il lupo e i sette capretti, Pollicino, repertorio ridotto ma ascoltato con devozione dal bimbo. Nel resto del tempo, Teresa restava seduta davanti alla TV commedie allitaliana, quiz, qualche piatto dal microonde aspettando che qualcuno la chiamasse per cena.

Le sei meno mezzora segnate dallorologio da parete quando si sentì la chiave alla porta. Andrea entrò con laria di chi ha appena corso la Maratona di Roma.

La cena è pronta?

Neanche un ciao. Alessia fece un cenno col mento verso la tavola. Lui passò in bagno, si lavò le mani, si lasciò cadere sulla sedia. Il telecomando si accese quasi prima di lui era praticamente una protesi.

Oggi Giulia ha preso nove in lettura, tentò Alessia.
Uh-huh.
E Marco ha bisogno di aiuto con il progetto di scienze.
Uh-huh.

Uh-huh era il massimo che ti concede un italiano dopo una giornata storta. Finita la cena, Andrea traslocava direttamente sul divano: per lui la giornata lavorativa era agli sgoccioli. Missione compiuta: aveva portato a casa lo stipendio in euro. Il resto non lo riguardava.

Tardi, a luci spente, Alessia aprì il portatile. Lavorava in remoto per uno shop online ordini, clienti, spedizioni. Non soldi da capogiro, ma belli puliti, suoi. A questo si aggiungeva laffitto dellappartamento che affittava da anni e le dava una seconda entrata.

Bisognerebbe traslocare, le si affacciava nel pensiero. Poi, subito, le solite scuse: Marco è in una buona scuola, Giulia ormai è affezionata allasilo, perdere laffitto sarebbe un disastro Alessia chiudeva il computer. Domani. Tutto domani.

Dicembre portò non solo addobbi e pandori, ma anche linfluenza. Trentanove di febbre in un attimo. Il corpo a pezzi, la gola incendiata, la testa martellante. Alessia raggiunse il letto arrancando.

Mamma, sei malata, diagnosticò Marco guardando dentro la stanza.

Andrea arrivò subito dopo, con aria vagamente preoccupata. Ma la preoccupazione era rivolta altrove.

Basta che non contagi la nonna. A quelletà, linfluenza è una tragedia.

Alessia chiuse gli occhi. Ma certo. Come aveva potuto dimenticarsi della più importante.

Le tre giornate successive si smaterializzarono tra febbre, cuscino bagnato e labbra secche. Nessuno né marito, né suocera, né figli si prese la briga di portarle un bicchiere dacqua. Bollitore in cucina, dieci passi tra letto e cucinotto, ma dieci passi da affrontare barcollando, reggendosi ai muri.

Lunica preoccupazione familiare era per la nonna.
Non entrare lì, cè la mamma malata.
Metti la mascherina se passi dal corridoio.
Forse dovremmo far dormire la mamma in cantina?

La mamma. In casa sua era diventata una specie di virus fluttuante, da cui tenere al sicuro i veri membri della famiglia.

Dopo una settimana, il virus fece il giro. Prima Matteo col moccolo al naso, caldo come un forno. Poi Giulia. Poi Andrea: a trentasette e due si stese in camera con laria delleroe morente. Nonna Teresa chiuse la saga col massimo del pathos.

Alessia, ancora stordita, si alzò in piedi. Brodo di pollo, farmacia, termometri, pavimento da lavare, lavatrici. I soliti giri, ora a gambe molli e cuore più leggero.

Andrea, tieni Matteo unora. Devo uscire a comprare medicine.

Lui alzò gli occhi al cielo più tragico di un commensale senza pasta, ma accettò. Sessanta minuti spaccati (Alessia controllava lorologio); riportò il bimbo in stanza.

Sono stanco. Ho la febbre pure io.

Trentasei e otto. Alessia verificava il termometro.

La primavera fu tuttaltro che una rinascita. Nuovo virus, nuovi figli ammalati, nuove notti bianche. Matteo piagnucolava, Giulia rifiutava le medicine, nonna Teresa pretendeva solo vellutate e minestrine come Dio comanda. Al centro di questo delirio il sanissimo Andrea.

Andrea, aiutami con i bambini.
Alessia, lultima volta era il weekend. Ora lavoro, sono distrutto.

Lui scrollava le spalle come a liberarsi da una fame che non era sua. Tornava a casa la sera, sedeva a tavola, servito. Bambini con la tosse, moglie sfatta, casa in disordine dettagli, non affari suoi.

Una sera, finalmente, con Matteo a letto e i grandi con i compiti, Alessia si avvicinò al marito. Il TG commentava qualche partita.

Perché non mi aiuti mai? Perché proprio MAI?

Andrea non si voltò. Nessuna risposta. Solo alzò il volume fino a coprire le voci.

Alessia rimase lì, a osservare la sua nuca. Dun tratto tutto fu chiaro in silenzio, come la soluzione di un rebus.

Il giorno dopo tirò giù dai ripiani le grandi valige. Vestiti dei bambini, qualche gioco, i documenti. Marco la fissava dallo stipite:

Mamma, andiamo via?
A casa della nonna Luisa.
Per quanto?
Vedremo.

Giulia saltellava di gioia: la nonna Luisa sfornava sempre le sue crostatine preferite. Matteo non capiva, ma trascinava il coniglio di peluche, non si sa mai.

Allultimo secondo Alessia ricordò laltra membro della famiglia: Sofia. Anche lei avrebbe traslocato.

Andrea era steso sul divano. Valige, cappotti, bambini pronti: nulla lo smosse. Quando la porta si chiuse, di certo cambiò canale.

Luisa accolse figlia e nipoti senza fiatare. Aiutò, cucinò, abbracciò. Cinquantotto anni di esperienza in cattedra. Capiva tutto senza parole.

Fermatevi finché vi serve.

Il telefono squillò dopo tre giorni. Andrea.

Alessia, tornate. Qui è tutto sporco. Non cè niente da mangiare. La nonna chiede sempre qualcosa.

Nessun mi manchi. Nessun sto male senza di voi. Solo problemi pratici, e zero affetto.

Andrea, tu non vuoi una moglie, vuoi una collaboratrice domestica.
Cosa? Ma che centra
Hai mai detto nemmeno una volta che ti mancano i tuoi figli?

Silenzio. Di quelli che spiegano tutto da soli.

Porto i soldi, borbottò alla fine. Cosaltro ti serve?

Alessia abbassò la cornetta. Era finita. E sentì il sollievo di chi ha appena tolto un peso dallo stomaco.

Due settimane dopo i suoi inquilini liberarono lappartamento. Il trasferimento durò un giorno. Nuova scuola per Marco, nuovo asilo per Giulia: molto più semplice di quanto pensasse.

La discussione successiva con Andrea fu lultima. Tutti i silenzi ingoiati, le notti insonni, le febbri affrontate da sola tutto venne fuori in un fiume inarrestabile.

Sono stata la tua colf gratuita per dodici anni! E mai, mai una volta ti sei chiesto come stessi io! Come vivi? Ci hai mai pensato? Bastava! Adesso basta davvero, Andrea!

Bloccò il numero. Avviò il divorzio.

Ludienza: venti minuti. Andrea firmò i documenti per gli alimenti, sorrise triste al giudice e sparì. Forse intuì qualcosa, più probabilmente si arrese per sfinimento.

Quella sera Alessia sedeva in cucina nel nuovo-vecchio appartamento. Marco leggeva, Giulia disegnava con la lingua tra i denti, Matteo costruiva macchinine sul tappeto.

Silenzio. Pace. Sofia dormiva ai suoi piedi, muso tra le zampe.

Cucinare, pulire e lavorare di sera: tutto comera prima. Ma adesso, solo per chi contava davvero. E ne avrebbe fatto delle brave persone, che non avrebbero mai scambiato una madre per una colf.

Mamma, fece Giulia sollevando il naso dal disegno, ora sorridi di più.

Alessia sorrise ancora. Giulia aveva ragione.

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