Mamma, Luna mi ha di nuovo rosicchiato la matita!
Giulia entrò di corsa in cucina con il mozzicone di una matita colorata tra le dita, seguita da vicino da Luna, il labrador color crema, che scodinzolava cercando il perdono. Francesca si staccò dai fornelli, dove insieme borbottava il minestrone e sfrigolavano le polpette, e sospirò. Era già la terza matita della giornata.
Mettila nella pattumiera e prendine una nuova dal cassetto. Matteo, hai finito i compiti di matematica?
Quasi! arrivò la voce dalla cameretta.
Il quasi del figlio dodicenne per Francesca voleva dire che stava probabilmente guardando il cellulare, con il quaderno ancora chiuso accanto a sé. Lo sapeva, ma ora aveva altro a cui pensare: girare le polpette, mescolare il minestrone, acchiappare Tommaso, quattro anni, che stava dirigendosi con decisione verso la ciotola del cane, e ricordarsi del bucato nella lavatrice.
Trentadue anni. Tre figli. Un marito. Una suocera. Un labrador. E lei, lunica ingranaggio davvero funzionante di quellintera macchina di casa Marini.
Francesca si ammalava raramente. Non perché fosse fatta di ferro, ma perché semplicemente non poteva permetterselo. Chi avrebbe cucinato? E preparato i bambini per la scuola? Portato Luna a fare la passeggiata? La risposta era sempre la stessa nessuno.
Francesca, manca molto per la cena?
Signora Elisabetta si affacciò sulla soglia della cucina, appoggiata al bastone. Ottantacinque anni, mente lucida, appetito da contadina.
In questi cinque anni di convivenza, Francesca avrebbe potuto contare su una mano le volte in cui lanziana aveva dato un aiuto vero in casa.
Dieci minuti, signora Elisabetta.
La suocera annuì soddisfatta, trascinandosi poi piano in soggiorno. A volte, molto raramente, leggeva una favola a Tommaso per farlo addormentare La gallinella rossa o Il lupo e i sette capretti sempre le stesse, ma il piccolo ascoltava rapito. Il resto del tempo, la suocera lo passava tra divano e poltrona, sgranocchiando biscotti e guardando le repliche delle telenovelas.
…Lorologio a parete segnava le cinque e mezza quando la chiave girò nella serratura. Andrea rientrò con laria di chi ha scalato il Gran Paradiso.
La cena è pronta?
Nemmeno un ciao. Francesca indicò silenziosa la tavola imbandita. Il marito andò a lavarsi le mani e si sedette. La TV si accese quasi da sé sembrava che il telecomando gli fosse cresciuto in mano.
Oggi Giulia ha preso dieci in lettura, cercò di dire Francesca.
Uh-uh.
E Matteo ha bisogno di una mano per il progetto di scienze.
Uh-uh.
Era il massimo che si potesse strappare ad Andrea la sera. Dopo cena, lui si trasferiva sul divano. La sua giornata era finita: aveva portato a casa i soldi, il resto non era cosa sua.
Più tardi, quando i bambini finalmente dormivano, Francesca apriva il portatile. Lavoro remoto per un negozio online evadere ordini, rispondere ai clienti, organizzare consegne. Non un grande stipendio, ma tutto frutto del suo impegno. E in più cera laffitto dellappartamento dove aveva vissuto da ragazza.
Dovrei trasferirmi, ripeteva spesso tra sé e sé. Ma poi le stesse scuse: Matteo va bene in quella scuola, Giulia ha le sue amiche allasilo, rinunciare allaffitto Chiuse il portatile. Domani. Domani forse.
Dicembre portò con sé non solo lansia del Natale, ma anche linfluenza. In poche ore la febbre superò i trentanove. Dolori ovunque, gola in fiamme, mal di testa feroce. Francesca si trascinò a letto.
Mamma, hai la febbre notò Matteo con una certa aria da grande.
Andrea la seguì in camera, e il suo sguardo rivelava una rara forma di preoccupazione. Ma non per la moglie.
Cerca di non contagiare la nonna. Alla sua età linfluenza è pericolosa.
Francesca chiuse gli occhi. Giusto. La signora Elisabetta. Come aveva potuto scordarsene?
Tre giorni diventarono unombra di sudore, sete e letto sfatto. Nessuno né marito, né suocera, né figli le portò un bicchiere dacqua. Il bollitore era in cucina: dieci passi che Francesca compiva aggrappandosi alle pareti.
Tutti si preoccupavano solo della signora Elisabetta. Non entrare lì, cè mamma malata. Metti la mascherina passando in corridoio. Forse dovrebbe dormire in unaltra stanza.
Lei lei, Francesca diventata un rischio da isolare in quella casa sua.
Passata la settimana, il virus si prese anche gli altri. Prima Tommaso: naso che cola, febbre, lamenti. Poi Giulia. Infine Andrea, che si mise a letto con una febbre da trentasette e due e grandi lamentele. E la suocera fu lultima, e quella più drammatica.
Francesca, guarita a metà, si alzò dal letto. Brodo di pollo per tutti, farmacia, termometro, stracci umidi, lavatrice in funzione. Solita routine, ma con le gambe di cotone.
Andrea, tieni Tommaso unora. Devo andare in farmacia.
Il marito fece una smorfia di fatica, ma accettò. Scoccata lora precisa Francesca aveva guardato lorologio Tommaso era di nuovo in camera sua.
Sono stanco, anche io ho la febbre.
Trentasei e otto. Francesca verificò di persona.
La primavera non portò tregua. Nuovi virus, nuovi malati, nuove notti insonni. Tommaso si lamentava, Giulia rifiutava la medicina, la suocera chiedeva pasti differenti. E in mezzo al caos Andrea, perfettamente sano.
Andrea, puoi aiutarmi con i bambini?
Francesca, lultima volta ho aiutato ma allora era sabato. Ora lavoro, torno stanco.
Unalzata di spalle. Quellunico gesto spiegava tutto. Alla sera si sedeva a tavola, aspettava la cena. Bambini malati, una moglie stremata, disordine ovunque affari di qualcun altro.
Una sera, finalmente, dopo che Tommaso si addormentò e i grandi facevano i compiti, Francesca andò da Andrea. In TV passava una partita.
Perché non mi aiuti? Perché non mi aiuti mai?
Andrea non si girò. Aumentò solo il volume. Francesca rimase a guardare la sua nuca ancora un minuto. Tutto si fece limpido senza dire altro.
Il giorno dopo tirò fuori i borsoni dallarmadio. Vestiti dei bambini, giocattoli, documenti. Matteo rimase sulla soglia.
Mamma, andiamo via?
Sì, andiamo dalla nonna Rosa.
Per quanto?
Vedremo.
Giulia saltellava contenta da nonna Rosa cerano sempre le sue crostatine preferite. Tommaso non capiva, ma per sicurezza trascinava il suo coniglio di peluche.
Allultimo ricordò Luna. Non sarebbe rimasta lì.
Andrea era steso sul divano. Borse in vista, bambini già nei giubbotti: niente lo distrasse dalla TV. Quandebbero chiuso la porta, lui, forse, cambiò solo canale.
Rosa accettò la figlia e i nipoti senza domande. Li sfamò, li baciò. Cinquantotto anni, maestra da una vita, aveva già capito tutto.
Resta quanto vuoi.
Il telefono squillò il terzo giorno. Andrea.
Francesca, tornate. Qui è tutto sporco, non si trova da mangiare. La nonna vuole sempre qualcosa.
Nessun mi mancate. Nessun sto male senza voi. Solo i disagi domestici gli pesavano.
Andrea, tu non hai bisogno di una moglie, ma di una colf.
Cosa? Ma dai
Ti sei almeno accorto che ti mancano i bambini?
Silenzio. Lungo, eloquente.
Porto i soldi a casa fu tutto ciò che rispose. Che altro vuoi?
Francesca riagganciò. Era finita, e fu un sollievo inatteso.
Due settimane dopo quelli dellaffitto lasciarono libero il suo appartamento. Ci vollero poche ore per il trasloco. Nuova scuola per Matteo, nuovo asilo per Giulia tutto molto più facile di quanto pensasse.
Lultima conversazione fu anche la più vera. Tutta la rabbia, le notti insonni, langoscia muta: tutto venne fuori come un fiume in piena.
Dodici anni a fare la serva gratis! urlò nel telefono. E mai una volta, mai una, che tu mi abbia chiesto come sto! Basta, mi sono stancata!
Bloccò il numero e chiese il divorzio.
Ludienza durò venti minuti. Andrea non replicò. Firmò gli accordi per il mantenimento, annuì al giudice, uscì. Avrà forse capito qualcosa? O magari era solo stanco di discutere.
Quella sera, nella cucina della sua nuova-vecchia casa, Francesca si fermò. Matteo leggeva in camera, Giulia disegnava sul tavolo con la lingua fuori dalla concentrazione, Tommaso costruiva castelli sul tappeto.
Calma. Pace. Luna, accovacciata ai suoi piedi, la guardava fiduciosa.
Bisognava comunque cucinare, pulire, lavorare di sera. Ma ora era tutto per chi davvero era la sua famiglia. E si ripromise che avrebbe cresciuto i figli diversi dal loro padre.
Mamma, chiese Giulia sollevando il foglio, ora sorridi più spesso.
Francesca sorrise ancora. Giulia aveva ragione.






