*”Non venire al mio matrimonio, sarà solo per ricchi” disse la figlia al padre lavoratore che l’aveva cresciuta da solo.*
Marco De Luca aveva dedicato la sua vita a ununica missione: far sì che sua figlia diventasse una brava persona. Quando il destino bussò alla porta e sua moglie morì per un aneurisma, la piccola Federica rimase solo con lui. Aveva appena trentanni, e da quel momento in poi non pensò più a sé stesso. Ogni goccia di sudore, ogni centesimo guadagnato, ogni respiro della sua anima tutto era per quella bambina.
Vivevano alla periferia di Firenze, in una vecchia casa ereditata dai nonni. I soldi non bastavano mai: Marco faceva il muratore, scaricava camion quando capitava e, nelle notti più fredde, faceva il turno come guardiano. Ma si faceva in quattro perché Federica avesse uninfanzia serena. Una volta si indebitò pur di comprarle un vestito di pizzo per la festa della scuola; altre volte passava giorni senza mangiare per farle avere scarpe nuove. E ogni volta che vedeva il sorriso di sua figlia, sentiva che valeva la pena vivere.
I ricordi più belli erano i Natali: Federica li attendeva come si aspetta un miracolo. Cerano concorsi di costumi a scuola, cenette improvvisate, regali modesti ma fatti con amore. Marco faceva limpossibile perché non si sentisse inferiore a nessuno. Una volta, spese tutti i suoi risparmi per un vestito bianco come la neve, e quella sera Federica brillò al ballo come una principessa delle fiabe. Lo abbracciò e sussurrò: *”Sei il più grande del mondo.”*
Ma il tempo passò. Federica si laureò con lode e partì per Milano per luniversità. Tutto come sognava. Visse in una stanza condivisa, studiò, fese lavoretti la solita vita da studentessa. Ma la città iniziò a cambiarle. Prima arrivarono le unghie perfette, i vestiti firmati, poi gli incontri con uomini facoltosi. Cominciò a frequentare ristoranti eleganti, spa esclusive. Il padre continuava a mandarle soldi, riempiva pacchi con cibo di casa, chiamava, si preoccupava, le chiedeva di tornare. Ma Federica rispondeva sempre meno.
Finché un giorno lui ricevette un messaggio. Senza saluti, senza emoticon. *”Papà, per favore, non venire al mio matrimonio. Ci saranno solo persone riche, e tu non ci starai bene.”* Punto. Nessuna spiegazione, nessun invito, nemmeno un briciolo di gratitudine.
Marco rilesse quelle parole decine di volte. Il cuore gli si strinse. Laveva portata in braccio per tutta la vita. Non si era mai lamentato, non aveva mai chiesto nulla. Aveva solo amato. E ora lei si vergognava di lui. Si vergognava del padre che forse non sapeva tenere una coppa di spumante come i ricchi, ma che laveva tenuta stretta quando aveva la febbre alta.
Ferito ma determinato, prese il treno e andò. Non poteva mancare non per mangiare la torta né brindare con gli invitati, ma per guardarla negli occhi unultima volta. Alla cerimonia, rimase in disparte, discreto, con una giacca logora e un mazzo di rose del giardino avvolto nella carta di giornale.
Mentre gli sposi ricevevano gli auguri, si avvicinò in silenzio, le porse i fiori, le baciò la guancia e mormorò:
*”Sii felice, tesoro. Vivi con dignità.”*
E se ne andò. Non aspettò ringraziamenti, né spiegazioni. Si rifiutò di umiliarsi.
Federica rimase immobile. Come se il tempo si fosse fermato. Lo sposo parlava, gli invitati ridevano, la musica suonava, ma lei vedeva solo la schiena del padre che si allontanava. Lo stesso uomo che le aveva dato tutto, e che lei aveva respinto.
Le lacrime caddero senza preavviso. Si staccò di colpo, gli corse dietro. Lo raggiunse alluscita.
*”Papà, perdonami. Non so cosa mi sia preso Sono stata stupida. Pensavo di mettere in imbarazzo qualcuno. Ma ho solo vergognato me stessa. Ti prego, perdonami. Sei la mia famiglia, sei chi mi ama di più.”*
Lui non disse nulla. La strinse solo forte, in silenzio. E in quel momento, Federica capì che nessuna fortuna al mondo valeva più di quelle braccia. Che nella corsa alle apparenze, aveva quasi perso lessenziale lamore di chi lamava senza condizioni. Sempre.






