Non voglio invitare i miei genitori al mio matrimonio.

Io e la mia fidanzata, Alessandra, ci siamo amati fin da piccoli. Avevamo ventanni, ed eravamo amici ancora dalle elementari; già in prima media ci eravamo scelti come coppia. La vita ci ha dato presto un figlio, a unetà in cui nessuno s-ar fi așteptat.

Non era certo ciò ce speravano i nostri genitori per noi, ma così è stato. Nostro figlio è stata e rimane una benedizione. Adesso ricordo cu drag când tocmai împlinea tre anni. Avevamo una casa nostra a Firenze e io decisi che era venuto il momento di sposare Alessandra.

Invitammo circa cento persone al matrimonio. La maggior parte erano parenti sparsi in tutta Italia. Nonostante i rapporti non fossero stretti con tutti, non si può perdere unoccasione del genere per riunirsi.

Dal momento in cui avemmo annunciato le nozze, mia madre iniziò a insistere che era meglio non portare nostro figlio con noi, ma lasciarlo con una tata.

“Devi pensare al suo benessere,” diceva lei, “non vorrei che dovesse pesare tutto sulla famiglia. Tutti vengono per divertirsi e rilassarsi. Tenere docchio il piccolo sarà uno stress, non sarete mai davvero liberi. È ancora giovane, non capirà nulla.”

Solo io e Alessandra pensavamo che nostro figlio meritasse di essere presente in quel giorno così importante per noi. Quel momento non si sarebbe più ripetuto. Mia zia, sorella di mia madre, si offrì di occuparsi di lui durante la cerimonia, così non avevamo motivo di preoccuparci: la famiglia sarebbe stata serena.

Ma mia madre continuava a comportarsi in modo strano, lamentandosi e dicendo che non voleva che il nostro bambino fosse alla festa. Dopo un po’, compresi davvero il motivo della sua insistenza.

Come scoprimmo, i miei genitori avevano deciso di non rivelare a nessuno lesistenza del nostro figlioletto. Ora non sapevano come spiegare la cosa a tutta la famiglia. Erano mortificati che la verità venisse fuori.

Mia madre diceva che sarebbe stato imbarazzante per lei: la gente avrebbe saputo che avevamo avuto un bambino prima di sposarci. Pochi diventano genitori a quelletà in Italia; temeva le risate, le malelingue. “Non cè bisogno che lo sappiano tutti,” insisteva.

Di fatto, la sua ansia derivava dal timore che i parenti non approvassero. Di tanto in tanto sentivamo alcuni di loro, ma nessuno aveva intuito nulla.

La delusione era forte, io ero arrabbiato e lei con me.

Ancora oggi, ripensandoci, mi sale un certo disagio, quasi fossimo diventati genitori in modo illecito. Abbiamo discusso con i miei tante volte. La mia decisione, però, è sempre stata la stessa, e loro rimasero sulle loro posizioni.

Le persone più vicine a noi non ci hanno appoggiato. Mia madre ripeteva: “Se non fai come ti dico, non sei più mio figlio.” Mai avrei pensato che qualcosa del genere sarebbe potuto capitare proprio a me.

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