Non voglio vivere con la famiglia di mia figlia! Ecco perché ho deciso di non condividere la mia cas…

Non voglio vivere con la famiglia di mia figlia! Vi spiego il perché.

Era una notte bizzarra, e mi sono ritrovata seduta al tavolo della mia cucina milanese, quando, come un lampo sotto la pioggia, mia figlia Eleonora e la sua famiglia mi hanno bussato la porta. Il loro appartamento vicino ai Navigli era diventato impraticabile dopo che il Ticino aveva deciso di allagare tutto come se volesse organizzare una festa acquatica. Così, senza altri posti dove andare, si sono trasferiti da me, portando con loro valigie, bambini insonni e il loro gatto baffuto, Ernesto.

Naturalmente, non avevo cuori di pietra ma questa era chiaramente una soluzione temporanea, e glielho detto subito a Eleonora e a mio genero, Gabriele: appena potranno, torneranno a casa loro. Tutti noi siamo parte della stessa famiglia, ma ogni famiglia, in fondo, è come una piccola isola separata dalle altre da un sottile filo di acqua dolce.

Con Eleonora vado daccordo; è sangue del mio sangue. Ma con Gabriele, per quanto simpatico, sento sempre che cammino in punta di piedi. Anche lui ha diritto ai suoi segreti, alle sue abitudini insensate, come infilarsi nel mio bagno esattamente quando io lo sto per usare. Daltronde, è ridicolo litigare per quello che ognuno fa quando dorme: io, ad esempio, adoro addormentarmi con la televisione accesa su un vecchio film di Totò, mentre loro vogliono assoluto silenzio e buio pesto. Sono piccole cose, ma il tempo che passi insieme le ingrandisce come specchi deformanti al Luna Park.

Anche sulla cucina ci scontriamo. Io sono rimasta fedele alla tradizione: risotto alla milanese, polenta e brasato, e la pasta rigorosamente al dente. Loro invece amano pizza surgelata e sushi da asporto, come se Milano fosse Tokyo! E poi, ditemi voi: cosa si dovrebbe fare quando Gabriele invita i suoi amici romanisti di punto in bianco, e questi si lanciano sulla mia mortadella come pirati in cerca di tesori? Un lucchetto al frigorifero non risolverebbe niente anzi, darebbe solo il via a trattative e scambi degni di una partita di calcio al Meazza.

Gli orari sono unaltra questione: Eleonora va a dormire tardi, come le ragazze di una volta che ballavano il liscio, mentre Gabriele si alza alle cinque, svegliando tutto il condominio con il profumo del suo primo espresso. Così finisco per camminare sulle punte tra i sogni altrui, e ogni carezza in più a Ernesto sembra scatenare un battibecco. Basta una piccola scintilla, e la convivenza esplode come un petardo di Capodanno.

Non voglio giudicare la vita di mia figlia. Le ho insegnato tutto ciò che potevo, ora voglio solo vedere la parte che è pronta a mostrarmi, senza dover origliare i suoi discorsi o rimpiangere ogni scelta sua. Vivere assieme rende tutto visibile, anche ciò che vorresti restasse nellombra.

La cosa più importante, però, è questa: desidero scegliere io come, quando e perché aiutare mia figlia. Voglio farlo col cuore, non per obbligo. E soprattutto, sogno ancora di avere un po di tempo tutto per me magari per una passeggiata tra i portici in Piazza Duomo, o semplicemente per restare a contemplare, in silenzio, le luci fioche della mia città avvolta nella nebbia, mentre Ernesto si rannicchia accanto a me come un pensiero che non vuole andare via.

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