Non voglio vivere la vita che ha scelto mia madre: imparare a difendere il mio destino tra amore, aspettative e confini familiari

Non voglio il copione di mia madre

Ho sempre pensato che tra me e mia madre non ci fossero segreti. O quasi.

Potevamo parlare davvero di tutto: delle mie paure da bambina, dei primi successi, del cuore spezzato a sedici anni.

Anche dopo essermi sposata, quel filo di fiducia che ci legava mi sembrava ancora più forte, indissolubile.

Mia madre adorava mio marito. Diceva sempre che Marco era un uomo vero. Quando è nata la nostra piccola Bianca, raggiante di felicità, veniva carica di frutta e verdura dallorto, comprava sacchi di vestitini, cinguettava intorno alla nipotina come una rondine.

Ricordo che dicevo a Marco:

Hai visto? Abbiamo la mamma migliore del mondo e lui annuiva sorrideva, sincero.

Poi, così, per caso, ho scoperto che questa mamma migliore del mondo portava nel cuore una bomba di delusione e amarezza pronta a esplodere da anni. Rimasi di sasso.

Era una sera dautunno. Mia madre era arrivata come sempre con la macchina carica di doni dal paese zucchine, basilico, mele, barattoli sottolio.

Ma che te ne fai di tutta sta roba? ho sospirato, iniziando a scaricare, io e Bianca siamo solo in due: Marco è in trasferta.

Dalla pure ai vicini, alle amiche mi ha liquidato con una mano, baciando dolcemente Bianca sulla testa. La mia nipotina deve avere solo cose buone e genuine!

Sono andata in cucina a mettere su il tè, mentre lei portava Bianca in camera per farle la nanna.

Dopo dieci minuti, mi sono avvicinata e, appena ho messo piede nel corridoio, mi sono fermata di colpo. Il suo tono, basso, vibrante e completamente sconosciuto.

Non mi lamento, Elena, davvero ma mi si spezza il cuore. Come si fa a vivere così? Lui via per lavoro, torna a casa con due spiccioli. E lei sta lì. Puoi crederci? Bianca ha quasi due anni, dovrebbe già andare allasilo e lei dovrebbe trovarsi un lavoro. Invece sta a casa a fare la mammina: Bianca è piccola, non è pronta. Una svogliata! Sono sempre sulle mie spalle e non si fanno problemi. Cosa? Ma certo che li aiuto! Compro i vestiti, porto il mangiare. E loro niente, ormai ci sono abituati. Capisco, sì, però questa è una strada senza uscita! E dico almeno si amassero davvero Invece Marco è freddo, sembra un altro, ormai non la guarda nemmeno. Lei mai una parola, non si lamenta. Ma io vedo tutto

Mi fischiavano le orecchie. Avevo la sensazione che il pavimento mi stesse crollando sotto i piedi. Rimasi lì, appoggiata al muro freddo dellingresso, ascoltando la persona che amavo di più demolire la mia vita, riducendola in polvere.

Due spiccioli. Sempre sulle mie spalle. Freddo. Ogni parola un colpo di frusta. Guardai le mie mani quelle stesse mani che portano, nutrono, cullano la mia bambina tutto il giorno, che cucinano, puliscono, stirano, modellano animaletti di pasta di sale… Le mani della svogliata.

Il fiume di veleno continuava. Parlava di chissà quali sospetti, diceva che avevo perso la mia forma e che non volevo più nulla. Non ce la feci. Sgattaiolai silenziosa come una ladra in camera, chiusi la porta e mi sedetti sul letto, la testa fra le mani. Bianca respirava piano, nel suo lettino. Il suo ritmo dolce era lunica ancora nella tempesta che mi era piombata addosso.

Che fare? Irrompere, gridare, piangere? Cacciarla via? Dentro ero ghiaccio. Vuoto. Così ho fatto quello che la maternità mi ha insegnato in due anni: sono andata in modalità pilota. Mi sono asciugata il viso, ho inspirato, espirato, mi sono calmata e sono andata in cucina.

Dopo dieci minuti, mia madre ha finito la chiamata. È entrata in cucina radiosa, come se avesse appena smaltito un peso enorme.

Scusami, sai, con Elena ci siamo fatte prendere dalle chiacchiere! Si è seduta, sorridendo. E Bianca si è già addormentata, giocando con la bambola. Guarda il tè si è fatto freddo!

Le ho versato del tè fresco. Senza tremare.

Ma di cosa avete parlato così tanto? ho chiesto, quasi quaranta minuti! È successo qualcosa?

Mia madre si è animata. Aveva quel brillio negli occhi che un tempo credevo sincero interesse per gli altri.

Da non credere! La nuora di Elena come si chiama Martina. Vuole la macchina nuova! Elena si lamenta che suo figlio spende tutto per lei, e a Capodanno nemmeno un augurio. I figli ormai, non li riconosci più!

Nella sua voce cera la stessa dolce compassione per lamica e quellindignazione giusta che, un attimo prima, riservava per me.

Ho sentito la nausea montare.

Ma perché sparli così? ho chiesto, più piano di quanto volessi. Che ne sai delle sue ragioni? Magari ha mille problemi suoi.

Il volto di mia madre cambiò di colpo. Lallegria lasciò spazio alloffesa, al distacco.

Non sono pettegolezzi disse fredda. È la mia amica, la devo sostenere e ascoltare. Tu non capisci niente dei rapporti tra persone care.

Mi colpì lironia. Persone care

Guardandola, vidi per la prima volta non mia madre, ma una donna estranea. Una donna che ha bisogno della tragedia per sentirsi viva. Forse, da anni accumula fastidi e amarezza per la mia vita imperfetta. Perché non seguo il copione che aveva scritto per me.

E quegli aiuti! I continui sacchi di verdure, le maglie mai della mia taglia! Non erano gesto damore, ma la moneta per garantirsi il diritto di giudicare. Ti aiuto, quindi posso criticare.

Avrei voluto dirle tutto, ma mi sono trattenuta. Non serviva: aveva capito di essere stata scoperta. Se nè andata sbattendo la porta di casa, offesa. E io sono rimasta sola nel silenzio. Rabbia, dolore poi un senso strano, amaro.

Ricordai la sua giovinezza, i suoi sacrifici dopo la separazione da papà, lorgoglio quando ebbe finalmente un lavoro ben pagato. Il suo terrore, sempre, di cosa dirà la gente.

La sua vita è stata una lotta continua per rispetto, per la facciata, per la forma. E la mia una vita semplice, modesta ma piena damore, la scelta di stare con mia figlia piuttosto che rincorrere una carriera era per lei una silenziosa accusa. Un segno di debolezza. Un fallimento. Non poteva vantarsene davanti a zia Gilda, a Elena. Lei avrebbe voluto una figlia di successo io le ho dato una storia di vita vera

Il giorno dopo arriva un messaggio: Scusa se ti ho ferita ieri. Lo sai che ti voglio bene.

Scuse automatiche. Prima sarei corsa a fare pace. Stavolta ho messo giù il telefono e non ho risposto. La vera, inaspettata continuazione è venuta una settimana dopo.

A casa mia si è presentata proprio Elena, lamica di mamma. Balbettando, si giustifica: Avevo un appuntamento qui vicino Mi era chiaro perché fosse lì. Sperava che non mi accorgessi della sua missione.

Abbiamo preso il tè, giocato con Bianca. Poi, osservando mia figlia che sistemava con cura le sue torri, Elena ha sospirato:

Si sta proprio bene qui Silenzio, calma. Non direi proprio che sei in un vicolo cieco.

Io in silenzio. Lei guardava fuori dalla finestra.

Mio figlio e la nuora vivono lontani. Bravi, brillanti, sempre con debiti e mutui. Corrono tutto il giorno. Vedo mio nipote due volte lanno. Tu invece tu ci sei. Vivi. Senti, tua mamma lei ha solo paura.

Di cosa? non ho potuto trattenermi.

Che tu non abbia più bisogno di lei. Che la sua fatica, la sua storia, non contino nulla. Tu hai scelto unaltra strada, e per lei questa scelta è come un rimprovero. È più facile trovare difetti nella tua vita e parlarne, piuttosto che ammettere che tu sei felice, a modo tuo. E quelle benedette zucchine Sono forse lunico ponte che le resta per sentirsi un po giudice, e non solo spettatrice.

Ho capito che davanti a me non avevo un nemico. Solo una donna altrettanto smarrita. Forse, anche lei stanca di fare la spalla nelle tragedie altrui.

Perché me lo dice? ho chiesto pianissimo.

Perché non porti rancore a tua madre. Si è persa. Sii paziente. Ma metti dei paletti. Con decisione.

Elena se ne andò. Io mi sono resa conto che la realtà di mia madre non è la mia.

La mia realtà è Marco, che appena rientra da lavoro ci stringe forte me e Bianca: Mi siete mancate da morire.

Questa è la nostra casetta umile, il nostro mutuo che paghiamo soli. È il mio diritto scegliere quando iniziare a lavorare, se e quando mandare Bianca allasilo. È il mio diritto vivere senza preoccuparmi di quello che pensa il resto del mondo.

Non ho fatto alcun dramma. Ho cominciato, poco a poco, a tracciare nuovi confini. A non raccontare più tutto a mia madre, per non darle munizioni.

Alle sue osservazioni (Tutte sono già tornate a lavorare!) rispondo calma:

Io e Marco abbiamo già deciso, stai tranquilla.

Quando tenta di riempire casa di cose inutili, le dico: Grazie, ma scegli solo un bel puzzle da regalare a Bianca quando venite a trovarci.

La riporto è dura, lei si ribella, si offende al suo ruolo di nonna, non di giudice.

Ma a volte, anche se ancora rarissime, mentre cuciniamo i biscotti e Bianca ci infarina entrambe, colgo lo sguardo di mia madre. E in quel momento non cè più la giudice severa, ma solo una nonna che si incanta davanti alla nipote.

Forse sarà questa nuvola di farina e risate, questo dolcissimo ponte, a salvarci.

***

Una lezione che non dimenticherò mai.

Le ferite peggiori te le infliggono le persone da cui ti aspetti protezione. Ma la cosa più importante, dopo una ferita così, è non diventare cinici. Devi curarti con la verità su chi sei davvero. Non sei limmagine che qualcuno ha dipinto per te. Sei una persona vera, con diritto alla tua imperfetta, eppure autentica vita.

***

Quando ho raccontato tutto a Marco, lui mi ha solo abbracciata e ha detto:

Che ne dici, il mese prossimo ce ne andiamo al mare? Che la nostra principessa conosca finalmente il mare quello vero!

E nel suo sguardo ho visto proprio quel poco che secondo mia madre ci manca sempre. Un oceano intero.

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