— Nonna Alla! — esclamò Matteo. — Chi le ha dato il permesso di tenere un lupo qui in paese?

Nonna Alba! gridò Matteo. Chi vi ha permesso di tenere un lupo in paese?

Scrivo queste righe col cuore pesante, come dopo un temporale che lascia laria carica di malinconia. Questa mattina, guardando il mio vecchio recinto ormai distrutto, sono scoppiata in lacrime amare. Non era la prima volta che cercavo di rattopparlo con assi di fortuna e pali quasi marciti, sperando che mi reggesse ancora un po almeno fino a risparmiare abbastanza sui miei euro di pensione modesta. Ma stavolta non ce lho fatta: la staccionata è caduta.

Sono dieci anni che me la cavo da sola, da quando il mio amato Giorgio se ne è andato. Aveva mani doro il mio uomo; finché è vissuto, non mi sono mai preoccupata di niente. Sapeva fare di tutto: falegname, muratore, contadino. Non cera bisogno di chiamare nessuno, bastava un suo sorriso e il lavoro era già fatto. Tutti in paese lo rispettavano per la sua bontà danimo e laboriosità. Siamo rimasti insieme quaranta anni, uno in meno del nostro anniversario di giada. La nostra era una casa ordinata, con lorto sempre pieno, la stalla ben curata. Tutto ciò era solo grazie al lavoro fianco a fianco, giorno dopo giorno.

Di figli ne abbiamo avuti uno solo: Enrico. La nostra gioia, il nostro orgoglio. Fin da piccolo era sveglio, accorreva ad aiutare senza nemmeno doverlo chiamare. Quando io tornavo stanca dalla latteria, lui si era già premurato di portare legna, riempire dacqua la brocca e accendere il fuoco per scaldare la casa agli animali.

Giorgio, tornato lui dai suoi cantieri, si lavava le mani e si sedeva a fumare una pipa sul portico, mentre io preparavo la cena. La sera era il momento migliore: tutti attorno alla tavola, parlando delle piccole novità del giorno. Eravamo semplicemente felici.

Il tempo scivola via e restano solo i ricordi. Enrico da ragazzo è partito per Milano, si è laureato e ha trovato moglie, una tipa di città, si chiama Giada. Sono rimasti là, nella grande città. Allinizio venivano in vacanza da noi: poi Giada lo ha convinto a partire sempre per le Baleari o le Canarie e così, estate dopo estate, se ne sono andati altrove. Giorgio ci restava male: non lo capiva, il nostro Enrico, cosa ci trovasse in quelle vacanze.

Ma dove si sarebbe stancato tanto il nostro Enrico? borbottava il mio uomo. Sarà quella Giada che lo mette sotto sopra. Che bisogno cha di viaggiare così?

Lui ci restava male, io pure Ma che potevamo farci? Aspettare solo una telefonata, un messaggio. Poi, Giorgio si ammalò. Non mangiava più, si spegneva a vista docchio. I medici non hanno potuto fare granché: un po di farmaci e basta, alla fine lo hanno mandato a casa, a vivere i suoi ultimi giorni nella nostra casa. Era primavera: gli usignoli in fondo al bosco, e lui che si è addormentato sereno.

Enrico è tornato qui solo per il funerale. Piangeva e si rimproverava di essere mancato proprio sul più bello. Stette una settimana con me, poi è ripartito. In dieci anni mi avrà mandato tre lettere. Mi sono rimasta sola. Ho venduto la mucca e le pecore ai vicini. Che bisogno ne avevo ancora? La mia bella mucca stava accanto al cancello, ascoltando i miei pianti disperati. Io mi chiudevo nella stanza più lontana, mi coprivo le orecchie e piangevo.

Senza un uomo, tutto si guasta. Il tetto fa acqua, le assi del portico marciscono, il sottoscala si allaga Io ci provo, raccolgo tutto quello che posso della pensione per chiamare un idraulico, un falegname. Spesso invece faccio io da sola. Dopotutto sono cresciuta qui, conosco ogni pietra del paese.

Con questi pensieri tiravo avanti, finché unaltra sventura non mi ha colpita. Allimprovviso ho iniziato a vedere sempre peggio. Sono andata a comprare un po di pasta e a stento sono riuscita a leggere i prezzi. Qualche mese dopo, la scritta Alimentari davanti al negozio la vedevo solo sfocata.

Venne la signora Carolina, linfermiera del paese, a trovarmi.

Alba, vuoi perdere del tutto la vista? Allospedale ti operano, tornerai a vedere!

Ma io avevo il terrore del bisturi e rifiutai. Dopo un anno, quasi non ci vedevo più. Ma non mi pesava troppo.

Che me ne faccio io della luce? La tivù tanto lascolto sola, le notizie le capisco uguale. E in casa vado a memoria, ormai.

A volte però temevo. Il paese si era riempito di gente poco sicura. Arrivavano spesso ladri, entravano nelle case abbandonate e portavano via tutto. Io mi preoccupavo di non avere più neanche un cane vero, buono, capace di fare paura ai malintenzionati e scacciarli con un bel latrato.

Ho chiesto a Giulio, il cacciatore del paese:

Ma non sai se il guardaboschi ha qualche cucciolo? Anche piccolo va bene Ci cresco insieme

Giulio mi guardava divertito:

Ma nonna Alba, che te ne fai di un cucciolo di segugio? Io posso portarti un vero pastore tedesco, di razza, dalla città.

Figuriamoci quanto costa

Non più dei soldi, nonnina.

Allora portalo.

Ho contato i miei risparmi, potevo permettermelo. Ma Giulio era il solito scansa-responsabilità: rimandava sempre. Io a volte lho sgridato, ma in fondo lo compativo. Era rimasto solo: niente moglie, niente figli. Solo compagna la bottiglia.

Aveva la stessa età di mio figlio Enrico, però dal paese non se nera mai andato. La città gli era sempre stata stretta. La sua passione? Spariva nei boschi a caccia per giorni. Finito il periodo della caccia, faceva lavoretti nei cortili, riparava attrezzi, vangava orti. Ogni euro preso dagli anziani lo spendeva subito nei bar.

Quando poi si riprendeva, tornava in paese con funghi, bacche, qualche pesce, pinoli. Li vendeva per pochi spicci, e subito tutto spariva di nuovo nel vino. Spesso però lavorava anche da me; qualche volta lo pagavo, qualche volta no. E ora, con la staccionata in terra, dovevo chiedergli ancora una volta aiuto.

Mi sa che il cane dovrà aspettare sospirai . Adesso tocca pagare il lavoro della staccionata, e i soldi scarseggiano.

Ma quella volta, Giulio si presentò col sacco pieno. Dentro, oltre agli attrezzi, qualcosaltro si muoveva. Sorridendo, mi chiamò.

Vieni qui a vedere cosa ti ho portato.

Mi avvicinai alla cieca e sentii una testolina morbida e calda.

Giulio, mi hai portato un cucciolo? domandai incredula.

Il migliore del migliore. Pastore tedesco purissimo!

Il cagnolino guaiva e si agitava per uscire dal sacco. Ma io mi agitai:

Ma io ho i soldi solo per il recinto nuovo!

Indietro ormai non si torna, nonna Alba! Sai quanti euro mi è costato, questo cane?

Che dovevo fare? Sono corsa dal negoziante, la signora Teresa mi ha dato cinque bottiglie di grappa a credito e segnato il mio nome sul quaderno dei debiti.

Giulio finì di sistemare la staccionata prima di sera. Io gli preparai un pranzo robusto con un bicchierino di vino, come gli piaceva. Più allegro per il bere che per il cibo, mi raccontava tutto quello che avrebbe dovuto fare col cucciolo, che si era acciambellato accanto al camino.

Deve mangiare due volte al giorno, e prendigli una catena bella grossa, così cresce bello sano. Di cani me ne intendo, io.

Così nella mia casa è arrivato il nuovo inquilino: Tito. Subito me ne sono affezionata e lui a me. Ogni volta che uscivo, lui saltellava felice, pronto a leccarmi tutto il viso, anche se presto è diventato enorme come un vitellino ma non ha mai imparato a abbaiare. Mi dispiaceva un po

Bravo Giulio, che furbetto mi hai venduto un cane che non fa nemmeno bau!

Ma come si fa a mandare via una creatura così affettuosa? Non ce nera bisogno. I cani dei vicini non osavano nemmeno guardarlo, Tito, che nel giro di tre mesi era diventato grande quanto me in vita.

Un giorno venne in paese Matteo, il cacciatore, per comprare sale e fiammiferi. Stava per iniziare la stagione della caccia invernale, quando gli uomini sparivano nei boschi anche per settimane. Passando davanti casa mia, rimase impietrito vedendo Tito.

Nonna Alba! urlò. Ma chi vi ha dato il permesso di tenere un lupo in paese?

Mi sono toccata il petto per la paura.

Madonna santa! Ma come sono stata ingenua! Giulio mi ha imbrogliata! Diceva che era un pastore tedesco puro

Matteo mi disse serio:

Nonna, quel lupo va riportato nel bosco. Altrimenti qui succede qualcosa di brutto.

Mi sono riempita gli occhi di lacrime. Come fare senza Tito? Era buono, docile, sembrava quasi un cane e invece era un lupo vero. Ultimamente era diventato irrequieto, tirava la catena e voleva correre via. In paese la gente cominciava ad aver paura. Non avevo scelta.

Matteo portò Tito in una radura del bosco. Sventolò la coda e sparì tra le querce. Non lo rividi più.

Mi ha lasciato un vuoto grande. E maledivo lingenuità di Giulio che però, in fondo, il cuore buono ce lha sempre avuto. Un giorno, anni fa, capitò nel bosco sulle tracce di un orso. Lì trovò una tana: cerano cuccioli di lupo sbranati, una lupa morta e solo uno era sopravvissuto, rannicchiato al sicuro. Giulio lo prese con sé e, non sapendo che farne, pensò che potessi crescerlo io, sperando che quando Tito fosse cresciuto sarebbe scappato da solo nel bosco. Poi avrebbe trovato un cane vero per me… Invece Matteo ha guastato tutto con la sua schiettezza.

Per giorni Giulio girò intorno al mio cortile, indeciso se venire a scusarsi. Fuori intanto la neve cadeva a fiocchi. Io stavo a scaldarmi accanto alla stufa, perché la notte era davvero gelida.

Ad un tratto bussarono. Mi avvicinai alla porta. Un uomo mi chiese ospitalità.

Buonasera, nonna. Potrei fermarmi a dormire? Ho perso la strada, andavo al paese vicino.

Come ti chiami, ragazzo? Ormai ci vedo male

Mi chiamo Roberto.

Ho aggrottato le sopracciglia.

Non mi pare di aver mai sentito un Roberto in paese

Abitavo altrove, ho appena comprato casa qui. La macchina mi si è piantata nella neve.

Hai preso quella del vecchio Danilo?

Lui annuì. Così lho fatto accomodare e ho messo a bollire il tè. Non mi sono accorta di come, mentre ero ai fornelli, Roberto si aggirasse scrutando il mobile vecchio dove in campagna si nascondono ancora i risparmi.

Ho sentito aprirsi piano uno sportello.

Che stai facendo, Roberto?

Beh, hanno detto che cè stato il cambio dei soldi Aiuto a sbarazzarsi delle vecchie lire.

Sciocchezze! Nessun cambio di moneta. Chi sei, davvero?

Lui allora estrasse un coltello e me lo puntò alla gola.

Zitta, nonna, dammi soldi, oro, cibo!

Mi presi paura. Era un delinquente, in fuga dalla polizia, e ora sarei morta

Ma proprio in quel momento la porta si spalancò e nella stanza saltò un lupo enorme, lanciandosi addosso alluomo. Lurlo però si spense subito: la sciarpa pesante lo protese dai morsi. Rosicchiato, fu comunque capace di pugnalare Tito alla spalla e approfittare per scappare.

Proprio allora Giulio arrivava per chiedermi scusa. Vide il tipo fuggire col coltello. Corse da me, trovò Tito sanguinante sul pavimento. Capì tutto e si precipitò dai carabinieri.

Poco dopo il ladro fu arrestato e condannato di nuovo.

Tito divenne un eroe: la gente arrivava con pane e carne, tutti gli volevano bene. Il lupo non era più legato: era libero di vagare, ma sempre tornava da me, specialmente quando Giulio rientrava dalla caccia.

Un giorno vedemmo un SUV nero davanti al cancello. Qualcuno spaccava legna: era il mio Enrico. Appena mi vide, mi abbracciò forte. La sera stavamo tutti insieme a tavola; io piena di gioia. Enrico mi convinse ad andare finalmente a Milano a operarmi per la vista.

Ci vado, va bene accolsi. Questestate torna mio nipote, lo voglio vedere. Giulio, badi alla casa e a Tito per me, vero?

Giulio annuì. Tito si accoccolò beato vicino alla stufa. Ormai era chiaro che il suo posto era con noi, insieme agli amici.

Se avete letto fin qui, buona fortuna! E lasciatemi un segno, una parola, un cuoricino, ché la solitudine pesa meno, se sappiamo di non essere soli.

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