Nonna Anna! gridai entrando nel cortile. Ma chi ti ha permesso di tenere un lupo in paese?
Anna Giuliani scoppiò in lacrime vedendo la staccionata distrutta. Erano mesi che la puntellava con assi e sistemava i pali marci, sperando che reggesse finché raccogliesse abbastanza euro dalla sua modesta pensione. Ma il destino aveva deciso diversamente: la recinzione era crollata.
Sono già dieci anni che Anna conduce la casa da sola, da quando il suo amato marito, Pietro Basile, lha lasciata per sempre. Pietro aveva le mani doro. Finché lui cera, Anna non aveva pensieri: lui, maestro falegname, faceva tutto da sé. In paese lo rispettavano per la bontà e loperosità. Furono quarantanni di felicità, ma il loro anniversario rimase incompiuto di un solo giorno. La casa ordinata, lorto generoso, gli animali ben curati: tutto merito del loro lavoro insieme.
Avevano un unico figlio: Emanuele, il loro orgoglio e gioia. Fin da piccolo era abituato a lavorare, non servivano imposizioni: se la madre tornava stanca dallazienda agricola, lui aveva già portato la legna, raccolto lacqua, acceso il fuoco e dato il foraggio agli animali.
Pietro, rientrando, si lavava, usciva sulla veranda per gustarsi una sigaretta mentre Anna preparava la cena. La sera, mangiavano tutti insieme raccontandosi le novità della giornata. Erano davvero felici.
Ma il tempo scorreva lasciando solo i ricordi. Emanuele crebbe e lasciò i genitori per andare a Milano, studiò, si sposò con una ragazza della città, Claudia. Si stabilirono nella capitale. Allinizio Emanuele tornava in vacanza, ma poi la moglie lo convinse a viaggiare in Europa, e così ogni anno. Pietro si arrabbiava, non capiva il nuovo stile di vita del figlio.
Ma dove si è mai stancato nostro Emanuele? borbottava. Devessere Claudia che gli mette strane idee in testa. A che servono tutti quei viaggi?
La madre si intristiva, il padre si tormentava. Ma cosa potevano fare? Solo vivere e sperare in una lettera dal figlio. Poi Pietro Basile si ammalò. Rifiutava il cibo, si indeboliva a vista docchio. I medici prescrissero farmaci, ma infine lo rimandarono a casa, senza speranze. In primavera, mentre il bosco si riempiva di canti di merli e galli, Pietro passò oltre.
Emanuele arrivò per il funerale, pianse amaramente, si rimproverò di non essere riuscito a vedere il padre da vivo. Rimase una settimana nella casa di famiglia e poi tornò a Milano. In dieci anni scrisse solo tre lettere alla madre. Così Anna rimase sola. Vendette la mucca e le pecore ai vicini.
A che serviva più il bestiame? La mucca si fermava a lungo davanti al cortile, ascoltando la padrona piangere. Anna si chiudeva nella stanza in fondo, tappava le orecchie e singhiozzava.
Senza un uomo, la casa cadeva a pezzi: il tetto faceva acqua, le assi della veranda si rompevano, il seminterrato si allagava. Anna faceva tutto il possibile. Metteva da parte leuro della pensione per chiamare un artigiano, a volte se la cavava da sola: cresciuta in paese, sapeva arrangiarsi.
Così viveva, tirando avanti a fatica, finché giunse un altro guaio. La vista di Anna precipitò; prima non aveva mai avuto problemi, ma al negozio non riusciva più a leggere i prezzi, e dopo qualche mese faticava persino a distinguere la scritta Alimentari.
Linfermiera, venuta a casa, insistette per farla visitare in ospedale.
Signora Anna, volete perdere la vista? Con un intervento potete ritrovarla!
Ma la nonna temeva il bisturi e rifiutò. In un anno perse quasi del tutto la vista. Eppure non si preoccupava troppo.
A che mi serve la luce? La tivù lascolto, non la guardo. Tanto il notiziario lo capisco anche solo dalla voce. In casa cerco tutto a memoria.
Eppure la preoccupazione cera: in paese la gente era cambiata. Arrivavano ladri, entravano nelle case abbandonate, portavano via tutto. Anna temeva che, senza un buon cane, nulla avrebbe frenato i malintenzionati.
Chiese consiglio al cacciatore Stefano:
Non sai se il guardiacaccia ha cuccioli? Ne vorrei uno, anche piccolo. Lo crescerei io…
Stefano, cacciatore del posto, la guardò incuriosito:
Ma nonna Anna, a che ti serve un cucciolo di Segugio Maremmano? Quei cani sono da bosco. Posso portarti un vero pastore tedesco dalla città.
Ma costerà caro, vero?
Non più caro della sicurezza, nonna Anna.
Allora va bene, portalo.
Anna contò i risparmi e decise che bastavano per un cane buono. Ma Stefano, poco affidabile, continuava a rimandare la promessa. Anna lo rimproverava per le chiacchiere inutili, ma sotto sotto lo compativa: era un uomo solo, senza famiglia né figli, con la bottiglia come unica compagnia.
Stefano, coetaneo di Emanuele, non lasciò mai il paese: la città gli stava stretta. La sua grande passione era la caccia: spariva nei boschi per giorni. Finito il periodo venatorio, faceva da tuttofare: zappava orti, riparava cancelli, aggiustava motorini. I soldi li spendeva subito in vino.
Dopo le sbornie, scompariva nel bosco, malandato e pentito. Poi tornava con funghi, lamponi, trote e pinoli, vendendoli per pochi euro e spendendo di nuovo tutto. Stefano aiutava anche Anna, a pagamento. Così, quando la recinzione crollò, lei fu costretta a ricorrere di nuovo a lui.
Mi sa che il cane dovrà aspettare sospirò Anna Giuliani. Prima devo pagare Stefano per il cancello, poi vediamo.
Stefano arrivò con lo zaino, pieno di attrezzi e qualcosaltro che si muoveva. Sorridendo, chiamò Anna.
Guarda cosho portato. Aprì lo zaino.
Anna avvicinò le mani e sentì una testolina soffice.
Stefano, ma mi hai portato davvero un cucciolo? si stupì.
Il meglio del meglio, nonna. Pastore puro!
Il cagnolino guaiva, tentando di uscire dallo zaino. Anna si turbò:
Ma non ho abbastanza soldi! Solo per la recinzione!
Non vorrò mica riportarlo indietro! ribatté Stefano. Sai quanti euro ho speso per questo cane?
Che fare? Anna corse al negozio, la commessa le diede quattro bottiglie di grappa in conto e annotò il debito.
Prima di sera Stefano terminò la riparazione. Anna lo sfamò con un pranzo robusto e gli versò un bicchiere. Luomo, rinvigorito dalla sua passione, si mise a filosofare indicando il cucciolo accoccolato vicino al camino.
Devi dargli da mangiare due volte al giorno. E prendigli una catena forte così diventerà sano e potente. Me ne intendo di cani.
Così entrò in casa di Anna il nuovo ospite: Tosco. La nonna si affezionò subito, e il cagnolino la ripagava con dedizione. Ogni volta che Anna usciva per nutrirlo, lui le saltellava intorno, pronto a leccarla sul viso. Una sola cosa la turbava: Tosco divenne enorme come un vitello, ma non imparò mai a abbaiare. Questo la amareggiava.
Ah, Stefano! Che furbo! Mi hai rifilato un cane incapace.
Poco da fare, non si può cacciare un creatura tanto buona. E nemmeno serviva che abbaiasse: gli altri cani del vicinato nemmeno osavano fiatare alla sua vista, ormai alto fino alla vita della padrona.
Un giorno arrivò Matteo, cacciatore del paese, per fare scorte di sale e fiammiferi per l’inverno. Vedendo Tosco nel cortile di Anna, si bloccò.
Nonna Anna! gridò. Ma chi ti ha dato il permesso di tenere un lupo in paese?
Anna si portò le mani al petto terrorizzata.
Ah, Madonna santa! Che ingenua sono stata! Quel furbo di Stefano mi ha imbrogliata! Mi aveva promesso un pastore puro…
Matteo fu netto:
Nonna, devi liberarlo nel bosco. Può succedere una tragedia.
Gli occhi di Anna si riempirono di lacrime: le dispiaceva separarsi da Tosco, così gentile e fedele, anche se lupo. Ultimamente era agitato, rompeva la catena, voleva scappare. I paesani lo guardavano con timore. Non c’era altra scelta.
Matteo portò Tosco nel bosco. Lui scodinzolò e sparì tra gli alberi. Nessuno lo vide più.
Anna soffrì per il suo amico, maledì Stefano, che a sua volta si rammaricava, perché lintenzione non era cattiva. Tempo prima, girando tra i boschi, aveva trovato le tracce di un orso. In lontananza un pianto. Stava per filarsela, in caso ci fossero cuccioli dorso in giro. Ma il suono era diverso.
Tra le sterpaglie, scoprì una tana: accanto alla lupa morta, i cuccioli sbranati dal passaggio dellorso. Solo uno, nascosto, era sopravvissuto.
Stefano ebbe compassione, lo portò a casa e decise di affidarlo ad Anna, che ne avrebbe avuto cura. Immaginava che da grande il lupo sarebbe tornato nel bosco, e così avrebbe trovato per Anna un cane vero. Ma Matteo rovinò tutto.
Stefano restò con il rimorso e passò giorni davanti alla casa senza il coraggio di entrare. Fuori imperversava l’inverno. Anna accendeva la stufa per non congelare.
Improvvisamente bussarono. Anna corse ad aprire. Sulla soglia c’era un uomo.
Buonasera, nonna. Posso dormire qui? Stavo andando al paese vicino, mi sono perso.
Come ti chiami, figliolo? Non ci vedo bene.
Beppe.
Anna aggrottò la fronte.
Mi pare che qui Beppe non ce ne sono…
Sono nuovo, ho appena comprato casa. Volevo vedere la zona, la macchina si è piantata. Son dovuto venire a piedi, con questa bufera…
Hai preso la casa di Danilo, il defunto?
L’uomo annuì.
Proprio quella.
Anna lo fece entrare, mise su il bollitore. Non si accorse di come lui guardava avidamente la vecchia credenza, dove si tenevano i risparmi e gioielli.
Mentre la padrona era al fornello, il visitatore aprì il mobile. Anna sentì il cigolio.
Che stai facendo, Beppe?
Sì, sai, con la riforma monetaria volevo aiutarti a disfarti delle vecchie lire.
Anna si fece seria.
Bugie. Nessuna riforma. Chi sei davvero?!
Lui estrasse un coltello puntandolo al mento.
Zitta, vecchia. Tira fuori soldi, oro e da mangiare!
Anna ebbe paura. Il ladro era un ricercato. Il suo destino sembrava segnato…
Ma all’improvviso la porta si spalancò: Tosco piombò nella stanza e balzò sul malvivente. Lui urlò, ma la sciarpa lo protese dai morsi. Estrasse il coltello e colpì Tosco alla spalla. Tosco scattò via, il ladro ne approfittò per scappare.
In quel momento Stefano stava arrivando per scusarsi. Vide un uomo armato fuggire maledicendo il mondo. Corse da Anna: trovò Tosco ferito sul pavimento. Capì tutto e corse dal maresciallo.
Il rapinatore fu arrestato e condannato.
Tosco divenne leroe del paese: gli portavano cibo, lo salutavano per strada. Ora era libero, non più legato. Tornava sempre da Anna, e accompagnava Stefano nelle battute di caccia.
Una sera videro un SUV nero davanti alla casa. Qualcuno spaccava legna nel cortile. Era Emanuele, il figlio di Anna. Vedendo lamico Stefano, lo abbracciò.
A cena erano tutti insieme e Anna brillava di felicità. Emanuele la convinse ad andare in città a operarsi per la vista.
Va bene… sospirò Anna. Destate viene il nipotino, lo voglio vedere. Stefano, mi guardi la casa e Tosco, per favore?
Stefano annuì. Tosco si sistemò vicino alla stufa, posando la testa sulle zampe. Il suo posto era lì, tra gli amici.
Quellanno ho capito che laffetto e la bontà, come nella migliore tradizione italiana, possono nascere dove meno te lo aspetti. E che il vero coraggio a volte è sapere quando lasciar andare chi si ama, ma anche prendersi cura di chi ne ha più bisogno.






